Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16549 del 28/07/2011

Cassazione civile sez. III, 28/07/2011, (ud. 17/06/2011, dep. 28/07/2011), n.16549

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FINOCCHIARO Mario – Presidente –

Dott. D’ALESSANDRO Paolo – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi A. – Consigliere –

Dott. D’AMICO Paolo – rel. Consigliere –

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 13609-2009 proposto da:

U.L. (OMISSIS), L.M.G.

(OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CICERONE 4

9, presso lo studio dell’avvocato BOTZIOS PAOLO, rappresentati e

difesi dall’avvocato LAVISTA GIUSEPPE giusta delega in calce al

ricorso;

– ricorrenti –

contro

V.D. (OMISSIS), F.M. DECEDUTA IN

ACCETTURA IL (OMISSIS) (OMISSIS), V.G.

(OMISSIS), V.N. (OMISSIS), V.

F. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA

LORENZO IL MAGNIFICO 84, presso lo studio dell’avvocato LUCIA

SANTORO, rappresentati e difesi dall’avvocato ALESSANDRO SINGETTA

giusta delega a margine del controricorso;

– controricorrenti –

e contro

LO.FI., SANPAOLO IMI SPA, B.D.

(OMISSIS), R.D., D.G.;

– intimati –

nonchè da:

B.D. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA MAGNAGRECIA 30-A, presso lo studio dell’avvocato STUPPIA

GIAMPIERO, rappresentato e difeso dall’avvocato GIORDANO EUSTACHIO

giusta delega in calce al controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

LO.FI., L.M.G. (OMISSIS),

SANPAOLO IMI SPA, U.L. (OMISSIS), V.D.

P.TE COST. A SEGUITO C/R (OMISSIS), V.N. P.TE

COST.A SEGUITO C/R (OMISSIS), R.D., V.

G. P.TE COST.A SEGUITO C/R (OMISSIS), V.

F. P.TE COST.SEGUITO C/R (OMISSIS), D.

G., F.M. DECEDUTA IN ACCETTURA IL (OMISSIS)

(OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 60/2009 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

emessa il 04/02/2009, depositata il 03/03/2009 R.G.N. 31/2002;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/06/2011 dal Consigliere Dott. PAOLO D’AMICO;

udito l’Avvocato GIUFFRIDA ROBERTO (per delega dell’Avv. LAVISTA

GIUSEPPE);

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo che ha concluso con la riunione dei ricorsi, rigetto

del principale, inammissibile l’incidentale.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Banco di Napoli citava davanti al Tribunale di Matera F. M., R.D., i coniugi U.L. e L.M. C. nonchè B.D., D.G. e B.F., esponendo di aver sottoscritto in data 11 ottobre 1985 con F.M. un preliminare di compravendita di due appezzamenti di terreno in Accettura, l’uno di ha 21.11.42 e l’altro di ha 11.30.39 per il prezzo complessivo di lire 34.000.000, ricevendo da essa F. l’acconto della somma di lire 13.000.000 con l’espressa stipula di una condizione risolutiva per l’ipotesi in cui Ra.Ma.Lu. vedova R., R.M.G., R.D., U.L., B.D. e B. P. avessero dichiarato di volere acquistare i detti terreni nel termine di giorni novanta dalla rituale comunicazione, avendo essi la qualità di conduttori e confinanti dei medesimi.

Esponeva altresì l’attore che nel termine di cui all’effettuata comunicazione del 22 ottobre 1985 i coniugi U.L. e L. M.G., avevano dichiarato di voler acquistare i terreni in oggetto, così come Ra.Ma.Lu. vedova R..

Deduceva inoltre che – a seguito di una seconda comunicazione del 10 luglio 1987 inviata a B.P., D.P. e S.T., D.G. e B.F., B.F., B.D., B.G., V.V., G.M., B.M., C. F., V.G. e V.D., B.D. e V.F., B.V. e B.F. – solo B.D. nonchè D.G. con B. F. avevano dichiarato nei termini di voler esercitare il diritto di prelazione.

Per l’effetto esso attore, che aveva invitato la F. a ritirare l’acconto versato per essersi realizzata la condizione risolutiva del preliminare, chiedeva che fosse il Tribunale a stabilire chi avesse diritto all’acquisto dei terreni in oggetto con conseguente autorizzazione a stipulare con tali soggetti il contratto definitivo e con condanna degli inadempienti al ristoro dei danni, da liquidarsi in separata sede, derivati e derivandi dalla ritardata disponibilità del prezzo di vendita dei terreni.

Instauratosi il contraddittorio, si costituivano i coniugi U. L. e L.M.G., sostenendo di aver diritto alla prelazione del fondo di ha 21.11.42 in quanto coltivatori dello stesso sin dal 1969 quali subconduttori di R.D. e riconosciuti dal Banco di Napoli sin dal 1984 a seguito della morte del R., onde spiegarono domanda riconvenzionale per ottenere il trasferimento in proprietà del fondo in questione con ogni statuizione accessoria del caso.

Parallelamente B.D., nel costituirsi, dichiarava di aver diritto, quale confinante, alla prelazione del fondo di ha 11.30.39, avendo riscontrato positivamente la seconda comunicazione del Banco di Napoli in data 10 luglio 1987.

La F., invece, si costituiva sostenendo di essere l’unica ad avere diritto all’acquisto dacchè i coniugi U., così come gli altri che avevano vantato il diritto di prelazione sui beni in oggetto, erano solo salariati e non anche subaffittuari del R., onde chiedeva che il Banco di Napoli venisse autorizzato a stipulare l’atto traslativo con lei, che aveva altresì diritto al risarcimento dei danni in relazione alla svalutazione della somma di lire 13.000.000 immobilizzata dall’ormai lontano 11/10/1985, nonchè per l’impossibilità di disporre da tale data dei fondi medesimi.

Il Tribunale di Matera, con sentenza depositata il 29 aprile 2001 con la quale si riconosceva il diritto di prelazione in capo al solo U.L., e non anche la moglie L.G., in ordine al terreno di ha 21.11.42, nonchè a B.D. in ordine a quello di ha 11.30.39 e, rigettandosi ogni domanda risarcitoria nonchè la riconvenzionale dei coniugi U., si ordinava al Banco di Napoli la restituzione della somma di lire 13.000.000 alla F., condannata altresì alla rifusione di metà delle spese in favore del Banco di Napoli, con contestuale compensazione di spese fra le parti tutte ed i convenuti contumaci R., D. e B..

Avverso tale sentenza proponeva appello la F. con atto del 15/1/02, deducendo che B.D. non aveva alcun diritto di prelazione sui terreni in questione, dal momento che non aveva riscontrato la prima comunicazione del Banco di Napoli del 1985, comunicazione che riguardava entrambi i terreni oggetto del preliminare, onde non aveva alcuna efficacia l’espressione della di lui volontà di acquistare, avvenuta all’esito della seconda comunicazione del Banco oltre due anni dopo. Contestando, peraltro, che U.L. avesse i requisiti per esercitare la prelazione e sostenendo., in subordine, di aver diritto ex art. 1385 c.c. alla restituzione del doppio della somma di lire 13.000.000 versata al Banco di Napoli non già quale anticipo sul prezzo di vendita, bensì quale caparra confirmatoria, chiedeva che fosse ordinato a quell’istituto di credito di stipulare con lei il contratto definitivo di vendita dei due terreni ed, in linea gradata, che il medesimo fosse condannato a pagarle la somma di lire 26.000.000 e con vittoria di spese del doppio grado.

Si costituivano i coniugi U. – L. resistendo all’appello vantando il possesso d’ogni requisito ai fini della prelazione, come deciso in primo grado, con ogni statuizione accessoria del caso. Dal canto suo il Banco di Napoli – filiale di Matera eccepiva la propria carenza di legittimazione non avendo soggettività autonoma.

Nessuno si costituiva per gli altri soggetti come da epigrafe. Indi questa Corte con ordinanza del 4.4.06, considerato che la filiale di Matera del Banco di Napoli non era legittimata a stare in giudizio, che il B. non si era costituito giacchè erroneamente citato come ” B.”, dichiarava la nullità dell’appello relativamente ad esso B., disponendo la rinnovazione della notifica al medesimo ed ordinava l’integrazione del contraddittorio nei confronti del Banco di Napoli s.p.a. per quanto di ragione. All’esito si costituivano la s.p.a. Sanpaolo Imi, incorporante il Banco di Napoli s.p.a. giusta atto di fusione del 18.12.02, nonchè il B., il primo deducendo l’infondatezza della doglianza della F. da condannarsi quindi alle spese del doppio grado ed il secondo anch’egli insistendo per il rigetto del gravame con integrale conferma della sentenza appellata. Indi, sulle conclusioni per come in atti, questa Corte riservava la causa in decisione.

La Corte d’Appello definitivamente pronunciando sull’appello così provvedeva:

1) in accoglimento, per quanto di ragione, dell’appello della F., dichiarava che U.L. e B.D. non hanno diritto alla prelazione sui fondi oggetto di causa;

2) condannava altresì la s.p.a. San Paolo Imi ad adempiere al contratto preliminare stipulato con la F., secondo le pattuizioni ivi previste e segnatamente al prezzo convenuto, e per l’effetto a stipulare con la medesima l’atto traslativo della proprietà dei due terreni in oggetto delle rispettive estensioni di ha 21.11.42 e ha 11.30.39;

3) rigettava ogni altra domanda principale e riconvenzionale di causa.

Compensava fra le parti le spese del doppio grado.

Propongono ricorso per cassazione U.L. e L.M. G. con quatto motivi.

Resistono con controricorso F., N., G. e V.D. in proprio e quali eredi della madre F. M..

Resiste con controricorso e propone ricorso incidentale B. D..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

I ricorsi devono essere previamente riuniti ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

Con il primo motivo del ricorso principale U.L. e L. M.G. denunciano “violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) con riferimento alla L. n. 203 del 1982”.

Il ricorso si conclude con il seguente quesito di diritto: “In virtù della L. n. 203 del 1982, artt. 21, 48 e 53 la surroga nel contratto d’affitto (stipulata inizialmente tra il R. ed il Banco di Napoli), da parte dell’ U. e della sig. L. comporta l’acquisizione anche del diritto di prelazione?”.

Il motivo è inammissibile.

Il quesito di diritto, richiesto dall’art. 366 bis c.p.c., è infatti inadeguato, con conseguente inammissibilità del motivo del ricorso, quando non è conferente rispetto alla questione che rileva per la decisione della controversia quale emerge dall’esposizione del motivo. Il quesito de quo è altresì privo di specificità in relazione alla corrispondente ratio decidendi della sentenza.

Con il secondo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) con riferimento alla L. n. 590 del 1965”.

Il relativo quesito di diritto è così formulato: “Alla luce delle predette deduzioni può, al caso di specie, essere confermata la violazione della Corte d’Appello di Potenza, nell’applicazione della disciplina relativa alla L. n. 590 del 1965 e success. modifiche?”.

Il motivo è inammissibile.

Deve ribadirsi, al riguardo, che il quesito di diritto di cui all’art. 366 bis c.p.c. deve compendiare:

a) la riassuntiva esposizione degli elementi di fatto sottoposti al giudice di merito;

b) La sintetica indicazione della regola di diritto applicata dal quel giudice;

c) la diversa regola di diritto che, ad avviso del ricorrente, si sarebbe dovuta applicare al caso di specie.

Di conseguenza, è inammissibile il ricorso contenente un quesito di diritto che si limiti a chiedere alla S.C. puramente e semplicemente di accertare se vi sia stata o meno la violazione di una determinata disposizione di legge o a enunciare il principio di diritto in tesi applicabile (Cass. 17 luglio 2008, n. 19769).

Conclusivamente, poichè a norma dell’art. 366-bis c.p.c. la formulazione dei quesiti in relazione a ciascun motivo del ricorso deve consentire in primo luogo la individuazione della regula iuris adottata dal provvedimento impugnato e, poi, la indicazione del diverso principio di diritto che il ricorrente assume come corretto e che si sarebbe dovuto applicare, in sostituzione del primo, è palese che la mancanza anche di una sola delle due predette indicazioni rende inammissibile il motivo di ricorso”.

Con il terzo motivo si denuncia: “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5 con riferimento alla L. n. 203 del 1982 e alla L. n. 590 del 1965”.

Secondo parte ricorrente la Corte d’Appello non ha motivato: a) circa la qualifica di sub conduttore dell’ U. e non di conduttore nei due anni precedenti; b) circa la qualifica di coltivatore diretto; c) in merito alla dimostrazione di non aver venduto fondi nei due anni precedenti.

Il motivo è inammissibile.

In tema di formulazione dei motivi del ricorso per cassazione avverso i provvedimenti pubblicati dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 ed impugnati per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, poichè secondo l’art. 366 bis cod. proc. civ., introdotto dalla riforma, nel caso previsto dall’art. 360 c.p.c., n. 5, l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione, la relativa censura deve contenere, un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità.

(Nella specie, la S.C. ha ritenuto che il motivo non era stato correttamente formulato, in quanto la contraddittorietà imputata alla motivazione riguardava punti diversi della decisione, non sempre collegabili tra di loro e comunque non collegati dal ricorrente) (Cass., sez. un. 1 ottobre 2007, n. 20603).

Con il quarto motivo di denuncia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) e comunque omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia (ex art. 360 c.p.c., n. 5). Il tutto con riferimento all’art. 1456 c.c. rapportato ai punti n. 5 e 6 del contratto preliminare di vendita”.

Il relativo quesito è così formulato: “Con il verificarsi della condizione indicata quale clausola risolutiva espressa, il contratto si risolve ipso iure?”.

Il motivo è inammissibile.

A norma dell’art. 366 “bis” cod. proc. civ., è inammissibile il motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un’enunciazione di carattere generale e astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo o integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo (Cass., 11 marzo 2008, n. 6420).

Con i tre motivi del ricorso incidentale B.D. rispettivamente denuncia: 1) “nullità della sentenza e del procedimento per irregolare continuazione del processo ex art. 360 c.p.c., comma 4”; 2) “violazione e falsa applicazione della L. n. 590 del 1965 e della L. n. 817 del 1971, art. 7 e omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5”; 3) “violazione e falsa applicazione di norme di diritto con riferimento alla L. n. 203 del 1982 e alla L. n. 590 del 1965”.

Poichè l’impugnazione proposta per prima assume carattere ed effetti di impugnazione principale, e determina la pendenza dell’unico processo nel quale sono destinate a confluire, per essere decise simultaneamente, tutte le successive impugnazioni eventualmente proposte contro la medesima sentenza, il ricorso per cassazione successivo al primo assume sempre carattere incidentale, ed è pertanto ammissibile se proposto entro il termine di cui all’art. 371 cod. proc. civ., anche qualora non risulti rispettato il termine di cui all’art. 327 c.p.c., configurandosi in tal caso come impugnazione incidentale tardiva (Cass., 2 luglio 2007, n. 14969).

Nel caso in esame il ricorso incidentale è ammissibile perchè è stato proposto entro i termini dell’art. 371 c.p.c., ma è inefficace, ai sensi dell’art. 334 c.p.c., a seguito dell’inammissibilità del ricorso principale (Cass., sez. un., 20 maggio 1982; Cass. 20 febbraio 2004, n. 3862).

In conclusione, riuniti i ricorsi, deve essere dichiarato inammissibile il ricorso principale ed inefficace l’incidentale, con condanna di parte ricorrente alle spese del giudizio di cassazione che si liquidano in dispositivo.

PQM

La Corte riunisce i ricorsi. Dichiara inammissibile il ricorso principale; inefficace l’incidentale. Condanna il ricorrente principale al pagamento delle spese processuali in favore degli eredi di F.M., nella misura di Euro 1.600,00 di cui Euro 1.400,00 per onorari, oltre rimborso forfettario delle spese generali ed accessori come per legge; in favore di B.D. nella misura di Euro 1.600,00, di cui Euro 1.400,00 per onorari, oltre rimborso forfettario delle spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 17 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2011

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