Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16525 del 05/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 05/08/2016, (ud. 06/07/2016, dep. 05/08/2016), n.16525

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARIENZO Rosa – Presidente –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12394-2015 proposto da:

MINISTERO DELLA SALUTE, (OMISSIS), in persona del Ministro in carica,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

R.D., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA DI PIETRA

26, presso lo studio dell’avvocato DANIELA JOUVENAL che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MASSIMO DRAGONE giusta

procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

AZIENDA ULSS (OMISSIS) PADOVA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 739/2014 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 10/03/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/07/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FABRIZIA GARRI.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte di appello di Venezia ha confermato la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva accertato e dichiarato il diritto di R.D. all’indennizzo previsto dalla L. n. 210 del 1992, art. 1 e condannato il Ministero della Salute al pagamento dei ratei maturati della prestazione a decorrere dal primo giorno successivo alla data della domanda amministrativa di revisione con rivalutazione monetaria estesa all’indennità integrativa speciale e con interessi legali dal dovuto al saldo, condannando l’Azienda ULSS (OMISSIS) di Padova a rifonderle le spese del giudizio che invece compensava tra l’Azienda ed il Ministero.

La Corte territoriale, per quanto qui ancora interessa, ha ritenuto tempestiva la domanda del 2009 volta ad ottenere 1′ indennizzo post trasfusionale, in esito all’aggravamento della malattia, sul rilievo che era stata presentata quando l’infermità contratta per effetto della trasfusione – non più quiescente – era divenuta indennizzabile perchè ascrivibile ad una patologia ricompresa tra quelle di cui alla tabella A allegata al D.P.R. n. 834 del 1981.

Per la cassazione della sentenza ricorre il Ministero della Salute. Resiste con controricorso R.D..

Con il ricorso il Ministero denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 210 del 1992, art. 3, comma 1 e della L. n. 238 del 1997, art. 1, comma 9 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

In particolare, nel rammentare che l’odierna controricorrente aveva presentato una prima domanda nel 2001 che era stata rigettata sia per non essere la patologia accertata riconducibile ad una di quelle elencate nella tabella A allegata al D.P.R. n. 834 del 1981 sia perchè era maturato il termine decadenziale introdotto dalla L. n. 238 del 1997, ha quindi evidenziato che perciò solo doveva essere rigettata anche la domanda di revisione L. n. 210 del 1992, ex art. 6. Sostiene ancora il Ministero che la circostanza che la patologia si fosse nel tempo aggravata sì da rientrare tra quelle elencate nella citata tabella A non giustificherebbe la tardiva proposizione della domanda atteso che seppur in stato di quiescenza la patologia (e la sua derivazione causale) erano note alla ricorrente che avrebbe potuto e dovuto inoltrare la domanda nel triennio dalla conoscenza del danno. Aggiunge infine che il diniego del 2001, basato oltre che sulla non ascrivibilità della patologia alla Tabella anche sulla tardività della domanda, avrebbe dovuto essere giudizialmente impugnato.

Tanto premesso si osserva quanto segue:

1.- A norma della L. n. 210 del 1992, art. 3, comma 1 nel testo modificato dalla L. n. 238 del 1997, art. 1, comma 9 la domanda amministrativa per ottenere l’indennizzo deve essere presentata “nel termine di tre anni nel caso di vaccinazioni o di epatiti post-trasfusionali (…) dal momento in cui, sulla base delle documentazioni di cui ai commi 2 e 3, l’avente diritto risulti aver avuto conoscenza del danno”.

2.- La Corte Costituzionale nel ritenere legittima la disposizione che ha introdotto il termine di decadenza anche con riguardo alle patologie contratte in esito a trasfusioni ha chiarito che il termine di tre anni fissato dalla norma e decorrente “dal momento dell’acquisita conoscenza dell’esito dannoso dell’intervento terapeutico” non era talmente breve da frustrare la possibilità di esercizio del diritto alla prestazione e vanificare la previsione dell’indennizzo (cfr. Corte Cost. n. 342 del 2006).

3.- Ancora si è precisato che ove la prestazione indennitaria sia richiesta in relazione ad epatite post-trasfusionale contratta in epoca precedente all’entrata in vigore della L. n. 238 del 1997 – con la quale è stato esteso il termine decadenziale già previsto per i soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie – il termine decorre dal 28 luglio 1997, data di entrata in vigore della nuova disciplina (in questo senso le sezioni unite di questa Corte 22.7.2015 nn. 15352 e 15353 che hanno risolto il contrasto manifestatosi nell’ambito della sezione lavoro cfr. Cass. n. 10215 del 2014 e 13335 del 2014).

4.- La cronicizzazione della epatopatia post -trasfusionale non costituisce di per sè il requisito esclusivo per accedere ai benefici della legge di sostegno, ma con la malattia post trasfusionale deve coesistere la documentata consapevolezza, per l’assistito, dell’esistenza di un danno irreversibile (cfr. Cass. n. 837 del 2006).

5.- Ai fini della decorrenza del termine, è decisiva la conoscenza da parte dell’interessato dell’esistenza di una patologia ascrivibile causalmente ad emotrasfusione dalla quale sia derivato un danno irreversibile che possa essere inquadrato – pur alla stregua di un mero canone di equivalenza e non già secondo un criterio di rigida corrispondenza tabellare – in una delle infermità classificate in una delle otto categorie di cui alla tabella B annessa al testo unico approvato con D.P.R. 23 dicembre 1978, n. 915, come sostituita dalla tabella A allegata al D.P.R. 30 dicembre 1981, n. 834 (cfr. Cass. s.u. 8064 e 8065 del 2010, ord. sez. 6 lav. n. 22706 del 2010 e n. 19811 del 2013).

6.- L’esistenza di una soglia minima di indennizzabilità comporta che il termine di decadenza di tre anni (dieci nell’ipotesi di infezione da HIV) di cui alla L. n. 210 cit., art. 3, comma 1 comincia da decorrere dal momento della consapevolezza, da parte di chi chiede l’indennizzo, del superamento della soglia (Cass. s.u. nn. 8064 e 8065 del 2010 cit.).

Ne segue che, diversamente da quanto affermato dal Ministero ricorrente, il termine di decadenza triennale introdotto dalla L. n. 238 del 1997 deve decorrere dal momento in cui l’assistito ha avuto consapevolezza del danno indennizzabile oltre che della sua riconducibilità all’epatite contratta per effetto di trasfusione e dunque, nel caso in esame, da quando con l’aggravamento intervenuto nel (OMISSIS) R.D. ha avuto consapevolezza non solo dell’ascrivibilità causale ad emotrasfusione del danno irreversibile ma anche della sua inquadrabilità – pur alla stregua di un mero canone di equivalenza e non già secondo un criterio di rigida corrispondenza tabellare – in una delle infermità classificate in una delle otto categorie di cui alla tabella B annessa al testo unico approvato con D.P.R. 23 dicembre 1978, n. 915, come sostituita dalla tabella A allegata al D.P.R. 30 dicembre 1981, n. 834.

Poichè la Corte si è attenuta a tali principi il ricorso, manifestamente infondato, deve essere rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura indicata in dispositivo.

Nonostante la reiezione integrale del ricorso non sussistono i presupposti per il versamento ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato.

Le Amministrazioni dello Stato, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (cfr. Cass. n. 5955 del 2014 e recentemente Cass. n. 1778 del 2016).

PQM

Rigetta il ricorso.

Condanna il Ministero della Salute al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore della parte controricorrente che si liquidano in Euro 2500,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, il 6 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 agosto 2016

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