Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16522 del 05/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 05/08/2016, (ud. 06/07/2016, dep. 05/08/2016), n.16522

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARIENZO Rosa – rel. Presidente –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7861-2015 proposto da:

D.G., D.S., D.A., tutti eredi

legittimi della sig.ra L.G., elettivamente domiciliati

in ROMA PIAZZA CAVOUR presso la CASSAZIONE, rappresentati e difesi

dall’avvocato PIER LUIGI SAVA giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

RONL1, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati ANTONIETTA

CORETTI, VINCENZO STUMPO, VINCENZO TRIOLO giusta procura speciale a

margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 869/2014 della CORTE D’APPELLO di CATANIA del

23/09/2014, depositata il 26/09/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/07/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROSA ARIENZO;

udito l’Avvocato Stumpo Vincenzo difensore del controricorrente che

si riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte di appello di Catania ha respinto il gravame proposto dai ricorrenti epigrafati avverso la sentenza di primo grado che aveva rigettato, per insussistenza del requisito sanitario, la domanda intesa ad ottenere la condanna dell’INPS alla corresponsione degli assegni per il nucleo familiare per la figlia inabile. La Corte osservava che, pure non essendo in discussione il requisito dello svolgimento di attività lavorativa dell’istante, non era provato il requisito reddituale di cui al D.L. 13 marzo 1988, n. 69, art. 2, comma 10 conv. dalla L. 13 maggio 1988, n. 153.

Per la cassazione di tale decisione ricorrono gli eredi della L., affidando l’impugnazione a tre motivi, cui resiste l’INPS, con controricorso.

Sono seguite le rituali comunicazioni e notifica della relazione redatta ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., unitamente al decreto di fissazione della presente udienza in Camera di consiglio.

Con il primo motivo, viene dedotta violazione e/o falsa applicazione del combinato disposto dell’art. 38 Cost., L. n. 102 del 2009, art. 15 e L. n. 122 del 2010, art. 13, comma 6. sul rilievo che ai sensi di tali ultime disposizioni, l’INPS doveva ritenersi a conoscenza dei redditi di tutti titolari di assegni e pensioni nonchè dei rispettivi coniugi e familiari. Il motivo è infondato sia perchè, come evidenziato dall’INPS, le norme di cui i ricorrenti lamentano la violazione non erano in concreto applicabili ratione temporis, poichè il Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, di concerto con il previsto dal D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 13, comma 4 convertito in L. 30 luglio 2010, n. 122, diretto a disciplinare le concrete modalità di attuazione del medesimo art. 13, è stato emanato solo il 16 dicembre 2014 ed è entrato in vigore il 25.3.2015, sia in considerazione della regola per la quale l’allegazione e prova della sussistenza dei requisiti costitutivi del diritto incombono sul richiedente la prestazione previdenziale (cfr., tra le altre, Cass. 15486 del 11/07/2007). Aderendosi all’assunto dei ricorrenti, dovrebbe ritenersi ammissibile una non consentita inversione dell’onere dell’allegazione e prova del requisito reddituale in capo all’istituto previdenziale.

Col secondo motivo, si lamenta il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5, rilevandosi che era stata omesso di considerare che nel fascicolo di parte del giudizio di primo grado era stata inserita la copia della domanda amministrativa di assegno per nucleo familiare contenete l’indicazione dei redditi della L.. Il motivo è inammissibile.

L’art. 366 c.p.c., n. 6, che del principio di autosufficienza costituisce la consacrazione normativa, prescrive che il ricorso deve contenere a pena di inammissibilità “la specifica indicazione degli atti processuali, dei documenti e dei contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda”. Ciò postula secondo il costante, consolidato insegnamento di questa Corte che, dovendo provvedersi alla individuazione di detti atti con riferimento alla sequenza di documentazione dello svolgimento del processo nel suo complesso, come pervenuta presso la Corte di cassazione (cfr. Cass. 8569/13; 4220/12; 6937/10), il ricorrente, anche in unione a quanto previsto dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4 che sanziona in termini di improcedibilità il ricorso, il cui deposito non sia accompagnato pure dal deposito degli atti processuali, dei documenti e degli accordi collettivi su cui si fonda, sia chiamato ad assolvere un duplice onere processuale. Ove, invero, egli intenda dolersi dell’omessa o erronea valutazione di un documento da parte del giudice del merito, il requisito in parola si intende soddisfatto, allorchè il ricorrente produca il documento agli atti e ne riproduca il contenuto. Il primo onere va adempiuto indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento; il secondo deve essere adempiuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il suo esatto contenuto. (2861/14; 2427/14; 2966/11). In altri termini, occorre non solo che la parte precisi dove e quando il documento asseritamente ignorato dai primi giudici o da essi erroneamente interpretato sia stato prodotto nella sequenza procedimentale che porta la vicenda al vaglio di legittimità; ma al fine di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte (v. Cass. 761/14; 24448/13; 22517/13), occorre altresì che detto documento ovvero quella parte di esso su cui si fonda il gravame sia puntualmente riportata nel ricorso nei suoi esatti termini (Cass. 3748/14; 15634/13).

L’inosservanza anche di uno soltanto di questi oneri viola il precetto di specificità di cui al citato art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e rende il ricorso conseguentemente inammissibile (cfr. Cass. 14216/13; 23536/13 23069/13).

Con il terzo motivo, i ricorrenti si dolgono della violazione e/o falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., rilevando che l’accoglimento dell’eccezione dell’INPS sulla carenza del requisito reddituale D.L. n. 69 del 1988, ex art. 2 conv. dalla L. n. 153 del 1988 è avvenuto sulla base di una eccezione nuova non formulata dall’istituto durante il giudizio di primo grado.

Al riguardo deve osservarsi che il requisito reddituale è configurabile come costitutivo del diritto (e non come una condizione di erogabilità) e la sua mancanza è pertanto rilevabile d’ufficio o su eccezione di parte in ogni stato e grado del giudizio; tale rilevabilità incontra, tuttavia, un limite nel formarsi del giudicato implicito interno sul punto, con la conseguenza che, ove la sentenza di riconoscimento del diritto all’assegno, implicante anche il riconoscimento del condizionante requisito economico, pur se eventualmente incentrata solo sull’accertamento di quello sanitario, venga appellata soltanto in ordine all’accertamento di quest’ultimo requisito, la questione relativa alla sussistenza del requisito reddituale deve ritenersi coperta da giudicato interno. Non è questo il caso verificatosi nella specie, posto che in primo grado la domanda era stata rigettata.

Il ricorso deve pertanto rigettarsi, mentre, quanto alle spese del presente giudizio di legittimità, le stesse vanno dichiarate irripetibili, stante la dichiarazione ai fini dell’esonero di cui all’art. 152 disp. att. c.p.c., sottoscritta dai ricorrenti.

La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione sia principale che incidentale, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass. Sez. Un. n. 22035/2014).

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Dichiara l’irripetibilità delle spese del presente giudizio di legittimità.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 6 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 agosto 2016

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