Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16512 del 05/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 05/08/2016, (ud. 09/06/2016, dep. 05/08/2016), n.16512

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24556/2014 proposto da:

POSTE ITALIANE SPA, (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, LUIGI GIUSEPPE

FAVARELLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la

rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

E.R., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE GIUSEPPE

MAZZINI 123, presso lo studio dell’avvocato BENEDETTO SPINOSA, che

lo rappresenta e difende giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1906/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA del

20/02/2013, depositata il 17/10/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera 09/06/2016 dal

Consigliere Relatore Dott. ANTONELLA PAGETTA.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 9 giugno 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.: ” La Corte di appello di Roma, in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato la nullità del termine apposto al contratto stipulato tra le parti con decorrenza dal 1 febbraio 2002 e la sussistenza tra le stesse di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con la medesima decorrenza e il diritto dell’appellante alla riammissione in servizio; ha condannato Poste Italiane s.p.a. al pagamento in favore dell’appellante della indennità risarcitoria L. n. 183 del 2010, ex art. 32 nella misura di cinque mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali dalla data del 13 marzo 2004, ed al pagamento delle spese del doppio grado del giudizio.

Il termine era stato apposto per “esigenze tecniche organizzative e produttive anche di carattere straordinario conseguenti a processi di riorganizzazione, ivi ricomprendendo un più funzionale riposizionamento di risorse sul territorio, anche derivanti da innovazioni tecnologiche, ovvero conseguenti all’introduzione e/o sperimentazione di nuove tecnologie, prodotti o servizi nonchè all’attuazione delle previsioni di cui agli Accordi del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio, 13 febbraio e 17 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001 e 11 gennaio, 13 febbraio e 17 aprile 2002″. Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso la società Poste sulla base di quattro motivi. La parte intimata ha resistito con tempestivo controricorso.

Con il primo motivo la società ricorrente, deducendo violazione e falsa applicazione degli artt. 1372 e 2967 c.c., ha censurato la decisione per avere escluso la risoluzione tacita del rapporto per effetto del comportamento in tal senso concludente delle parti.

Con il secondo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, commi 1 e 2, e art. 4, comma 2 dell’art. 12 preleggi e degli artt. 1362 c.c. e segg. e dell’art. 1325 c.c., ha censurato la decisione per avere ritenuto generiche le ragioni indicate nel contratto individuale a giustificazione dell’apposizione del termine.

Con il terzo motivo, deducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 2967 c.c., ha censurato la decisione per avere ritenuto le circostanze oggetto della prova orale articolata da Poste inidonee a dimostrare la correlazione tra le ragioni della stipulazione del termine quali esposte nel contratto individuale e la assunzione in controversia. Con il quarto motivo, deducendo violazione e falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32 ha censurato la misura della indennità risarcitoria liquidata dal giudice di appello e l’epoca di decorrenza degli accessori su detta indennità, anteriore alla data della sentenza che aveva accertato la conversione del rapporto.

Il primo motivo di ricorso risulta manifestamente infondato alla luce della consolidata giurisprudenza di legittimità. Secondo il costante insegnamento di questa Corte, infatti, nel giudizio instaurato ai fini del riconoscimento della sussistenza di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato sul presupposto dell’illegittima apposizione al contratto di un termine finale ormai scaduto, per la configurabilità di una risoluzione del rapporto per mutuo consenso, è necessario che sia accertata – sulla base del lasso di tempo trascorso dopo la conclusione dell’ultimo contratto a termine, nonchè del comportamento tenuto dalla parti e di eventuali circostanze significative – una chiara e certa comune volontà delle parti medesime di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo; la valutazione del significato e della portata del complesso di tali elementi di fatto compete al giudice di merito, le cui conclusioni non sono censurabili in sede di legittimità se non sussistono vizi logici o errori di diritto; la mera inerzia del lavoratore dopo la scadenza del contratto a termine è quindi di per sè insufficiente a ritenere sussistente una risoluzione del rapporto per mutuo consenso (cfr., da ultimo, Cass. n. 1780/2014) mentre grava sul datore di lavoro che eccepisca tale risoluzione l’onere di provare le circostanze dalle quali possa ricavarsi la volontà chiara e certa delle parti di volere definitivamente fine a ogni rapporto di lavoro (Cass. n. 2279 del 2010, n. 16303 del 2010, n.15624 del 2007).

E’ quindi necessario, per la configurabilità di una risoluzione per mutuo consenso, manifestatasi in pendenza del termine per l’esercizio del diritto o dell’azione, che il decorso del tempo sia accompagnato da ulteriori circostanze oggettive le quali, per le loro caratteristiche di incompatibilità con la prosecuzione del rapporto, possano essere complessivamente interpretate nel senso di denotare una volontà chiara e certa delle parti di volere, d’accordo tra loro, porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo” (v, anche Cass. n. 15403 del 2000, n. 4003 del 1998.) Si aggiunga che, come precisato da Cass. n. 5782 del 2012, “quanto al decorso del tempo, si tratta di dato di per sè neutro, come sopra chiarito (per un’ipotesi analoga a quella oggi in esame, vale a dire di decorso di circa sei anni fra cessazione del rapporto a termine ed esercizio dell’azione da parte del lavoratore v., tra le altre, Cass. n. 16287 del 2011). In ordine, poi, alla percezione del TFR, questa S.C. ha più volte avuto modo di rilevare che non sono indicative di un intento risolutorio nè l’accettazione del TFR nè la mancata offerta della prestazione, trattandosi di comportamenti entrambi non interpretabili, per assoluto difetto di concludenza, come tacita dichiarazione di rinunzia ai diritti derivanti dalla illegittima apposizione dei termine (cfr., Cass. n. 15628 del 2001, in motivazione). Lo stesso dicasi della condotta di chi sia stato costretto ad occuparsi o comunque cercare occupazione dopo aver perso il lavoro per cause diverse dalle dimissioni” (cfr. Cass. n. 839 del 2010, in motivazione, nonchè, in senso analogo, Cass., n. 15900 del 2005, in motivazione).”.

La decisione impugnata è conforme ai principi sopraindicati avendo la Corte di merito escluso, con apprezzamento di fatto che in quanto congruamente motivato si sottrae a censure in sede di legittimità, che il tempo trascorso tra la cessazione del contratto e la data di messa in mora della società (circa tre anni) così come il reperimento di altre occupazioni lavorative, peraltro neppure stabili e sicure, motivate da indilazionabili esigenze di vita, in assenza di altri fatti concludenti nel senso della implicita volontà solutoria del rapporto, non consentivano di ritenere venuto meno l’interesse del lavoratore alla instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.

Il secondo motivo di ricorso risulta inammissibile. Vale ricordare che nel caso in cui venga impugnata con ricorso per cassazione una sentenza (o un capo di questa) che si fondi su più ragioni, tutte autonomamente idonee a sorreggerla, è necessario, per giungere alla cassazione della pronuncia, non solo che ciascuna di esse abbia formato oggetto di specifica censura, ma anche che il ricorso abbia esito positivo nella sua interezza con l’accoglimento di tutte le censure, affinchè si realizzi lo scopo proprio di tale mezzo di impugnazione, il quale deve mirare alla cassazione della sentenza, “in toto” o nel suo singolo capo, per tutte le ragioni che autonomamente l’una o l’altro sorreggano. Ne consegue che è sufficiente che anche una sola delle dette ragioni non abbia formato oggetto di censura, ovvero, pur essendo stata impugnata, sia respinta, perchè il ricorso o il motivo di impugnazione avverso il singolo capo di essa, debba essere respinto nella sua interezza, divenendo inammissibili, per difetto di interesse, le censure avverso le altre ragioni poste a base della sentenza o del capo impugnato (Cass. Sez. U, n. 16602 del 2005; successive conformi, ex multis: Cass. n. 21431 de/ 2007; Cass. Se U, n. 10374 del 2007).

Orbene, nel caso in esame, la nullità della apposizione del termine al contratto de quo è stata fondata e sulla ritenuta genericità della clausola appositiva del termine e sulla mancata prova da parte di Poste Italiane in ordine alla ricorrenza delle ragioni che avevano motivato l’assunzione a tempo determinato e tale seconda “ratio decidendi”, per quanto appresso si dirà, non risulta incisa dai motivi di ricorso e, dunque, vale da sola a sorreggere la impugnata sentenza.

In primo luogo secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte l’onere di provare le ragioni obiettive poste a giustificazione della clausola appositiva del termine grava sul datore di lavoro e deve essere assolto sulla base delle istanze istruttorie dallo stesso formulate (vedi Cass. n. 2279 del 2010, n. 22716 del 2012). Ciò detto va ricordato che il D.Lgs. n. 368 del 2001, nel testo originario vigente all’epoca del contratto ora in questione, all’art. 1, comma 1, prevede che “è consentita l’apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo” e, al comma 2, che “l’apposizione del termine è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni di cui al comma 1”. Il successivo D.Lgs. n. 368, art. 11, comma 1, ha poi disposto l’abrogazione, dalla data di entrata in vigore del decreto stesso, della L. n. 230 del 1962, della L. n. 79 del 1983, art. 8, della L. n. 56 del 1987, art. 23 e di tutte le disposizioni di legge incompatibili.

Il quadro normativo che emerge è, dunque, caratterizzato dall’abbandono del sistema rigido previsto dalla L. n. 230 del 1962 che prevedeva la tipizzazione delle fattispecie legittimanti, sistema peraltro già oggetto di ripensamento come si evince dalle disposizioni di cui alla L. n. 79 del 1983 e alla L. n. 56 del 1987, art. 23 – e dall’introduzione di un sistema articolato per clausole generali, in cui l’apposizione del termine è consentita a fronte di “ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”. Tale sistema, al fine di non cadere nella genericità, impone al suo interno un fondamentale criterio di razionalizzazione, costituito l’obbligo per il datore di lavoro di adottare l’atto scritto e di specificare, in esso, le ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo adottate. L’onere di specificazione della causale nell’atto scritto costituisce una delimitazione della facoltà, riconosciuta al datore di lavoro, di far ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato per soddisfare esigenze aziendali (di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o aziendale), a prescindere da fattispecie predeterminate, con l’evidente scopo di evitare l’uso indiscriminato dell’istituto, imponendo riconoscibilità e verificabilità della motivazione addotta fin dal momento della stipula del contratto.

Proprio il venir meno del sistema delle fattispecie legittimanti impone che il concetto di specificità sia collegato a situazioni aziendali non più standardizzate ma obiettive, con riferimento a realtà specifiche in cui il contratto viene ad essere calato. Il concetto di specificità in questione risente, dunque, di un certo grado di elasticità che, in sede di controllo giudiziale, deve essere valutato dal giudice secondo criteri di congruità e ragionevolezza.

La consolidata giurisprudenza di questa Corte (vedi, per tutte Cass. n. 2279 del 2010, n. 10033 del 2010, n. 16303 del 2010, n. 8286 del 2012), privilegiando la scelta del legislatore europeo di ampliare la considerazione delle fattispecie legittimanti l’apposizione del termine, ha concesso tuttavia un’importante apertura, ritenendo possibile che la specificazione delle ragioni giustificatrici risulti dall’atto scritto non solo per indicazione diretta, ma anche per relationem, ove le parti abbiano richiamato nel contratto di lavoro testi scritti che prendono in esame l’organizzazione aziendale e ne analizzano le complesse tematiche operative.

E quanto nella sostanza la ricorrente sostiene essere avvenuto nel caso di specie, in cui l’atto scritto di assunzione, dopo alcuni generici riferimenti ai processi di riorganizzazione aziendale, puntualizza le “esigenze tecniche, organizzative e produttive” attraverso il richiamo alla attuazione delle previsioni di cui agli accordi indicati in contratto. Da tali accordi, costituenti un momento di esame comune delle parti sindacali delle esigenze organizzative, secondo Poste Italiane si desumerebbe la causale sufficientemente specifica di apposizione del termine.

Orbene, il Giudice del merito, con valutazione correttamente motivata e priva di vizi logico – giuridici, ha invece escluso la sussistenza di tali presupposti, sulla base dell’esame di ogni elemento, ritualmente acquisito al processo, idoneo a dar riscontro alle ragioni specificamente indicate con atto scritto ai fini dell’assunzione a termine, ivi compresi i predetti accordi collettivi effettuando altresì, conformemente alla giurisprudenza di questa Corte (vedi le citate sentenze 2279 del 2010 e n. 6974 del 2013) l’analisi delle pattuizioni collettive richiamate per relationem In particolare, la Corte di appello, ha ritenuto che la società non aveva assolto all’onere probatorio a suo carico in quanto aveva chiesto di dimostrare l’esistenza in generale di un processo di mobilità interna, senza dimostrare l’incidenza di tale situazione anche sull’ufficio in cui l’ E. aveva lavorato; tale genericità ha ritenuto anche in ordine al capitolo di prova che riguardava la posizione del ricorrente atteso che in base allo stesso non risultava in quale modo, come e in quale misura i processi i richiamati avevano inciso sull’ufficio CMP di (OMISSIS) e sull’attività svolta in tale ufficio nonchè su quella del ricorrente.

Si rileva, inoltre, come è jus recepturn che il difetto di motivazione su un’istanza di ammissione di un mezzo istruttorio o sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali denunciabile in sede di legittimità – peraltro, nel rispetto del principio di specificità dei motivi del ricorso per cassazione, come definito, da ultimo da Cass. SU n. 22726 del 2011 – deve riguardare specifiche circostanze oggetto della prova o del contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, sulle quali il giudice di legittimità può esercitare il controllo della decisività dei fatti da provare e, quindi, delle prove stesse(arg. ex Cass. 30 luglio 2010, n. 17915; Cass.18 ottobre 2011, n. 21486). Nella specie la ricorrente contesta invece una valutazione “di genericità” di un capitolo della prova testimoniale richiesta, valutazione che nella sentenza risulta giustificata da congrua e logica motivazione (è stato ritenuto inammissibile in quanto “…i capitoli dedotti a prova continuando a muoversi su un terreno di assoluta genericità, riguardano il processo di riorganizzazione e gli accordi stipulati nel tempo, ma prescindono del tutto dal singolo caso concreto…”), sicchè la contestazione finisce con il risolversi nella inammissibile prospettazione di un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti.

Il quarto motivo di ricorso è inammissibile nella prima parte.

Invero, in applicazione dei principi generali in materia di sindacato di legittimità, con particolare riferimento all’art. 360 c.p.c., deve affermarsi, coerentemente con quanto più volte statuito da questa Corte in tema di indennità di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 8 (cfr. 2001 n. 107 del 2001; n. 11107 del 2006, n. 13732 del 2006, da ultimo, con riferimento alla L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5 per tutte, vedi Cass. n. 8747 del 2014) che la determinazione tra il minimo e il massimo della misura dell’indennità de qua spetta al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità solo per motivazione assente, illogica o contraddittoria.

Nel caso in esame la Corte territoriale ha tenuto conto, come si evince dalla lettura della motivazione, dei criteri stabiliti nella L. n. 604 del 1966, art. 8 (le rilevanti dimensioni aziendali, il comportamento delle parti concretatosi nella stipula di cinque contratti a termine di breve durata e il tempo trascorso fra la scadenza dell’ultimo contratto e l’iniziativa giudiziaria del lavoratore il sensibile lasso di tempo intercorso fra la scadenza del contratto e l’iniziativa giudiziaria) ed ha concluso nel senso che ha ritenuto congruo determinare l’indennità onnicomprensiva in cinque mensilità.

Il motivo è’ manifestamente fondato nella parte in cui si assume la onnicomprensività della indennità in questione. Ed infatti l’indennità in esame deve essere annoverata fra i crediti di lavoro ex art. 429 c.p.c., comma 3. giacchè, come più volte affermato da questa Corte, tale ampia accezione si riferisce a tutti i crediti connessi al rapporto di lavoro e non soltanto a quelli aventi natura strettamente retributiva (cfr., ad esempio, per i crediti liquidati L. n. 300 del 1970, ex art. 18 Cass. n. 1000 del 2003, Cass. n. 19159 del 2006; per l’indennità L. n. 604 del 1966, ex art. 8 Cass. n. 1579 del 1985; per le somme liquidate a titolo di risarcimento del danno ex art. 2087 c.c., Cass. n. 5024 del 2002). D’altra parte l’indennità in esame rappresenta comunque il ristoro (sia pure forfetizzato e onnicomprensivo) dei danni conseguenti alla nullità del termine apposto al contratto di lavoro, relativamente al periodo che va dalla scadenza del termine alla data della sentenza di conversione del rapporto. Va peraltro precisato che dalla natura di liquidazione forfettaria e onnicomprensiva del danno relativo al detto periodo consegue che gli accessori ex art. 429 c.p.c., comma 3, sono dovuti soltanto a decorrere dalla data della sentenza che, appunto, delimita temporalmente la liquidazione stessa.

La sentenza impugnata è quindi errata laddove nel condannare Poste Italiane s.p.a. al pagamento della indennità commisurata a cinque mensilità ha fatto decorrere gli accessori su detta somma dalla data del 13 marzo 2004, coincidente con quella di scadenza dell’ultimo contratto a temine, anzichè dalla data della sentenza che ha dichiarato la conversione del rapporto (Cass. n. 7555 del 2014, Cass. n. 7458 del 2014, Cass. n. 5287 del 2014).

In base alle considerazioni che precedono i motivi di ricorso devono essere respinti ad eccezione che per il profilo, investito con il quarto motivo, attinente alla decorrenza di interessi legali e rivalutazione monetaria sulla indennità risarcitoria L. n. 183 del 2010, ex art. 32.

Si chiede che il Presidente voglia fissare la data per l’adunanza camerale”.

Ritiene questo Collegio, che le considerazioni svolte dal Relatore, non inficiate dalle deduzioni svolte dalle parti che hanno entrambe depositato memorie, sono del tutto condivisibili siccome coerenti alla ormai consolidata giurisprudenza in materia e che sussiste il presupposto dell’art. 375 c.p.c., comma 1, per la definizione camerale.

A tanto consegue il rigetto dei primi tre motivi di ricorso e di parte del quarto motivo e l’accoglimento del quarto motivo in punto di decorrenza degli accessori. In relazione a tale profilo la sentenza viene cassata; non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la causa può essere decisa stabilendo che interessi legali e rivalutazione monetaria sulla indennità risarcitoria liquidata sono dovuti a decorrere dalla data della sentenza che ha dichiarato la conversione del rapporto. Le statuizioni sulle spese dei gradi di merito sono confermate. Le spese del giudizio di legittimità, determinate per l’intero in Euro 4.000,00 per compensi professionali, sono compensate nella misura di 1/5 e poste per il residuo a carico di Poste.

PQM

La Corte rigetta il primo, il secondo, il terzo e parte del quarto motivo che accoglie limitatamente alla censura relativa alla decorrenza degli accessori. Cassa la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e, decidendo nel merito, condanna Poste Italiane s.p.a. a corrispondere gli interessi legali e la rivalutazione monetaria sulla indennità L. n. 183 del 2010, ex art. 32 dalla data della sentenza che ha dichiarato la conversione del rapporto. Conferma la statuizione sulle spese dei giudizi di merito. Compensa per 1/5 le spese del giudizio di legittimità che determina per l’intero in 4.000,00 per compensi professionali. Condanna Poste Italiane s.p.a. alla rifusione del residuo, oltre Euro, 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 9 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 agosto 2016

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