Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1651 del 19/01/2022

Cassazione civile sez. VI, 19/01/2022, (ud. 22/10/2021, dep. 19/01/2022), n.1651

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 255-2021 proposto da:

G.A., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

cancelleria della Corte di Cassazione e rappresentato e difeso

dall’Avvocato Paolo Quadruccio, per procura speciale in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro in carica,

domiciliato per legge in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato;

– intimato –

avverso la sentenza n. 865/2020 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 03/03/2020;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 22/10/2021 dal Consigliere Relatore Dott. LAURA

SCALIA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

1. G.A., cittadino del Senegal, della Regione della Casamance – che, nel racconto reso in fase amministrativa, aveva dichiarato che non era mai stato accettato dalla famiglia che la madre si era ricostituita dopo la morte del marito e di aver lasciato il proprio Paese perché, dopo un incendio colposo subito dal proprio esercizio commerciale, egli, oberato di debiti e non più in grado di pagare i propri fornitori, che lo avevano denunciato, aveva raggiunto la Libia (dove veniva tradotto in prigione e quindi venduto al gruppo degli “(OMISSIS)” da cui si guadagnava la liberazione lavorando, ogni giorno, nelle case di privati) e successivamente l’Italia, il 19 marzo 2015, in cui presentava immediatamente domanda di protezione -, ricorre con cinque motivi per la cassazione della sentenza in epigrafe indicata.

La Corte d’Appello di Bologna ne ha infatti rigettato l’impugnazione avverso l’ordinanza con la quale il locale tribunale aveva, a sua volta, respinto la domanda di riconoscimento della protezione sussidiaria ed il diritto alla protezione per ragioni umanitarie, nella ritenuta insussistenza dei presupposti di legge.

2. Il Ministero dell’Interno si è costituito tardivamente, al dichiarato fine dell’eventuale sua partecipazione all’udienza di discussione ex art. 370 c.p.c., comma 1.

3. Con i proposti motivi il ricorrente denuncia: 1) omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per non avere la Corte di merito valutate le violenze più volte subite dal richiedente in Libia, Paese di transito; 2) violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, commi 1 e 5, e art. 14, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte fatto errata applicazione della normativa sulla cooperazione istruttoria; 3) violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, e art. 14, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 27, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte negato la protezione sussidiaria in violazione dei presupposti di legge; 4) violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, e dell’art. 8 Cedu, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per essere la Corte di merito incorsa nella violazione della normativa sulla protezione per motivi umanitari; 5) violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., comma 6, e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.

4. I motivi sono infondati e comunque inammissibili, nei termini e le ragioni di seguito indicati.

4.1. Il primo per difetto di autosufficienza ed allegazione, non avendo la parte dedotto di aver sottoposto puntualmente alla Corte di merito il fatto omesso delle violenze sofferte nel Paese di transito, la Libia, indicando, ex art. 366 c.p.c., n. 6, e art. 369 c.p.c., n. 4, il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo il rilievo che, più correttamente, la censura avrebbe dovuto ascriversi ad una omissione di pronuncia ex art. 112 c.p.c., come tale, però, in alcun modo dedotta (vd. Cass. n. 10862 del 07/05/2018).

4.2. Il secondo è inammissibile perché contesta genericamente – con il richiamo di principi sanciti da questa Corte sulla “effettività” dell’indagine, ma mancando di evidenziare, mediante riscontri precisi ed univoci, che le informazioni sulla cui base è stata assunta la decisione, in violazione del cd. dovere di collaborazione istruttoria, sono state oggettivamente travisate, ovvero superate da altre più aggiornate e decisive fonti qualificate (Cass. n. 4037 del 18/02/2020) – la violazione dell’obbligo di cooperazione istruttoria in cui sarebbe incorsa la Corte di merito, e tanto a fronte della indicazione, contenuta in sentenza, di fonti aggiornate (LUISS Osservatorio Sicurezza Internazionale aggiornato al giugno 2019; Report Commissione nazionale per il diritto di asilo ottobre 2017), nel definire la situazione del Senegal, Paese di provenienza.

4.3. Il terzo motivo è infondato.

Questa Corte ha definito la violenza indiscriminata in una situazione di conflitto armato interno o internazionale, legittimante l’accesso al rimedio di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria sicché il grado di violenza indiscriminata deve avere raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Cass. n. 18306 del 08/07/2019; Cass. n. 15317 del 17/07/2020; Cass. n. 5675 del 02/03/2021).

Restano escluse all’indicato fine, pertanto, in ragione della consolidata giurisprudenza di questa Corte, situazioni di diversa ed attenuata conflittualità del Paese di provenienza e rimpatrio, nella non vincolatività delle contrarie decisioni di merito pure citate in ricorso (vd. Cass. S.U. 26482/2007; Cass. n. 27716/2020), espressive di valutazioni e non ricognitive di fonti e situazioni sofferte nell’area di provenienza del richiedente a definizione della richiamata nozione.

Nulla è dedotto poi dal ricorrente circa l’intervenuta allegazione in appello delle mancate risposte alla situazione di “basso conflitto” nella Casamance fatta valere dinanzi al primo giudice.

4.4. Il quarto motivo è inammissibile per difetto di allegazione in ordine alla tempestiva deduzione in appello, nel raffronto con il rigetto subito con l’ordinanza di primo grado, della situazione di violenza subita dal richiedente protezione nel Paese di transito, per l’estremo del carattere significativo dell’esperienza vissuta in ragione della durata in concreto del soggiorno, da mettere in comparazione con il tempo trascorso nel paese di origine (n. 13758 del 03/07/2020; Cass. n. 13096 del 15/05/2019).

Il motivo manca altresì dell’allegazione di una situazione “individualizzante”, destinata ad integrare la condizione di vulnerabilità del richiedente ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, nella irrilevanza della situazione del Paese di origine, in termini del tutto generali ed astratti, in quanto in contrasto con il parametro normativo di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, (Cass. n. 9304 del 03/04/2019).

4.5. Il quinto motivo sulla nullità da motivazione apparente è infondato a fronte delle puntuali contestazioni che, per i diversi dedotti vizi, il ricorrente ha potuto portare all’impugnato provvedimento.

5. Il ricorso e’, pertanto ed in via conclusiva, infondato.

Nulla sulle spese essendo controparte rimasta solo intimata.

Deve darsi atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Depositato in Cancelleria il 19 gennaio 2022

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA