Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1650 del 27/01/2014


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Civile Sent. Sez. 1 Num. 1650 Anno 2014
Presidente: SALME’ GIUSEPPE
Relatore: NAZZICONE LOREDANA

SENTENZA

sul ricorso 14510-2012 proposto da:
BANCA

POPOLARE

DI

VICENZA

S.C.P.A.

(C.F.

00204010243), in persona del Presidente pro
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL

Data pubblicazione: 27/01/2014

TRITONE 102, presso l’avvocato SICCHIERO GIANLUCA,
che la rappresenta e difende, giusta procura in
2013

calce al ricorso;
– ricorrente-

1783

contro

FALLIMENTO SARTOR S.R.L.

(p.i. 03019620271), in

1

persona del Curatore dott.

ENRICO MAGALINI,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CERESIO 85,
presso l’avvocato RICHICHI AURELIO, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato
MICHELE MALCANGIO, giusta procura a margine del

– controricorrente –

avverso il decreto del TRIBUNALE di TREVISO,
depositato il 30/05/2012;
udita la relazione della causa svolta nella
pubblica udienza del 20/11/2013 dal Consigliere
Dott. LOREDANA NAZZICONE;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato SICCHIERO
GIANLUCA che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito, per il controricorrente, l’Avvocato RICHICHI
AURELIO che ha chiesto il rigetto del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. LUCIO CAPASSO che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

controricorso;

2

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
La Banca Popolare di Vicenza soc. coop. a r.l. ha
ottenuto decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo
in data 8 ottobre 2007 avverso la Sartor s.r.1., in
seguito al quale ha iscritto ipoteca legale e iniziato
l’esecuzione forzata.
Dichiarato il fallimento della debitrice il 10
allo stato passivo del credito di E 641.391,38 con
privilegio ipotecario, depositando il suddetto
provvedimento monitorio, non opposto dalla debitrice.
Al decreto ingiuntivo peraltro solo il 19 agosto
2011, dopo la sentenza di fallimento, è stato apposto
dal giudice il visto di definitività per non proposta
opposizione.
Il giudice delegato ha escluso l’importo di C
609.336,28, in quanto fondato su decreto ingiuntivo non
opponibile al fallimento perché privo del visto di
definitività

ex

art. 647 c.p.c. emesso prima della

sentenza dichiarativa, escludendo altresì alcune spese
per la somma di C 20.935,86 e riconoscendole per C
11.659,24 ex art. 2770 c.c.
Il Tribunale di Treviso, adito ai sensi dell’art.
98 legge fall., con il decreto del 30 maggio 2012 ha
respinto l’opposizione, anche con riguardo alla domanda
subordinata di ammissione del credito in via
chirografaria.
Disattesa l’istanza di rimessione degli atti alla
Corte costituzionale ed alla Corte di giustizia UE, il
tribunale ha richiamato la giurisprudenza costante di
legittimità, secondo cui il decreto ingiuntivo acquista
efficacia di giudicato sostanziale solo a seguito della
dichiarazione di esecutività ai sensi dell’art. 647
c.p.c. e, dunque, resta inopponibile alla massa dei
creditori concorsuali se non dichiarato esecutivo, con

3

ng. 14510/2012

H cons. e t.

giugno 2011, la banca ha proposto domanda di ammissione

-

il decreto di cui alla citata norma, prima della
sentenza di fallimento, maturando altrimenti la
preclusione di cui all’art. 45 legge fall.; ha escluso,
di conseguenza, le spese relative al decreto ingiuntivo
non opponibile.
Ha respinto la domanda subordinata della banca di
ammissione del credito in via chirografaria, non

t.u.b. ed un saldaconto contenente il mero dato
contabile inerente il saldo dei rapporti di conto
corrente, senza alcun riferimento all’andamento dei
rapporti dare-avere ed alle somme che compongono il
credito vantato.
La Banca Popolare di Vicenza soc. coop. a r.l. ha
chiesto, sulla base di cinque motivi, la cassazione del
decreto e l’ammissione in via privilegiata ipotecaria
anche del credito di C 609.336,28, ai sensi dell’art.
384 c.p.c.; in subordine, la rimessione alla Corte di
giustizia dell’Unione europea, ai sensi dell’art. 267

del Trattato FUE, della questione di conformità agli
art 20 e 47 della Carta degli art. 2704 e 2907 c.c.,

647 c.p.c., 45 e 98 legge fall., con riguardo al
principio della parità di trattamento e al diritto ad un
ricorso effettivo, laddove escludono sia possibile
accertare che il decreto ingiuntivo provvisoriamente
esecutivo è divenuto definitivo sebbene non apposta,
prima del fallimento, l’attestazione ex art. 647 c.p.c.
Si è costituito il Fallimento Sartor s.r.1.,
instando per l’inammissibilità del ricorso ai sensi
dell’art. 360 bis,

n. 1, c.p.c., in quanto vertente su

questioni di diritto decise dal giudice del merito in
piena conformità alla consolidata giurisprudenza di
legittimità, senza l’allegazione di elementi idonei a
mutarne l’orientamento, e per il rigetto dello stesso.

4
r.g. 14510/2012
*

Il

ritenendo a tal fine idonea l’attestazione ex art. 50

Nel giugno 2013, la ricorrente ha presentato
istanza di rimessione alle Sezioni Unite ai sensi
dell’art. 374 c.p.c. della questione di massima di
particolare importanza, relativa alla interpretazione
dell’art. 647 c.p.c. in relazione al fallimento del
debitore; ha rilevato, altresì, il contrasto fra le
pronunce delle sezioni semplici che affermano come anche
sostanziale (n. 11360 del 2010, n. 18791 del 2009) ed il
giudicato delle sentenze è rilevabile d’ufficio (n. 6326
del 2010, n. 26689 del 2009) con l’orientamento dalla
banca criticato.
Le parti hanno depositato le memorie.
MOTIVI DELLA DECISIONE
l. – Contro la sentenza resa dal tribunale è
proponibile il ricorso diretto per cassazione, essendo
stato dichiarato il fallimento il 10 giugno 2011,
successivamente quindi alla data di entrata in vigore
del d.lgs. n. 5 del 2006 il 16 luglio 2006 (Cass., sez.
I, 27 dicembre 2011, n. 28885).
2. – Con il primo motivo, la ricorrente deduce
l’omessa pronuncia su punto decisivo della controversia
e la motivazione solo apparente, ai sensi degli art. 112
e 360, primo comma, n. 4, c.p.c., per non avere il
tribunale valutato se l’art. 647 c.p.c. possa venire
interpretato in modo conforme al diritto costituzionale
e comunitario.
Con il secondo motivo, deducendo la violazione
degli art. 3 e 24 Cost., 45 e 96 della legge fall., 647
c.p.c. e 2909 c.c., essa lamenta che il tribunale abbia
errato nell’aderire alla tesi della inopponibilità al
fallimento del decreto ingiuntivo non dichiarato
definitivo prima della sentenza di fallimento, pur
quando il decreto di esecutività esista, ma sia stato
emesso dopo la sentenza dichiarativa, proponendo la

5
rs. 14510)2012

H c s ).1\(t.

il decreto ingiuntivo sia passibile di giudicato

ricorrente

argomenti

affinché

questa

Corte

di

legittimità muti il proprio orientamento ed aderisca,
invece, all’opinione secondo cui l’accertamento della
mancata opposizione possa avvenire anche dopo la
sentenza dichiarativa di fallimento, purché prima di
essa sia decorso il termine per l’opposizione al decreto
ingiuntivo. Il contrasto della prima tesi, sinora

risiederebbe nella irragionevolezza di una presunta
tutela della massa creditoria non da un atto
fraudolento, ma da un provvedimento giudiziario, sia
pure intervenuto dopo la sentenza di fallimento; nonché
nella disparità di trattamento rispetto ai crediti
assistiti da sentenza non passata in giudicato,
pronunziata prima della dichiarazione di fallimento, che
sono ammessi con riserva ai sensi dell’art. 96, secondo
comma, n. 3, legge fall., con ulteriore pregiudizio del
diritto di difesa ex art. 24 Cost. dei creditori muniti,
invece, solo del titolo monitorio. La tesi si porrebbe
in contrasto anche con l’art. 20 della Carta dei diritti
fondamentali dell’Unione europea, che sancisce il
principio di uguaglianza davanti alla legge, e con
l’art. 47 di essa, che sancisce il diritto ad un ricorso
effettivo, il quale ricomprende quello di poter provare
i fatti (nella specie, il passaggio in giudicato del
decreto ingiuntivo) a sostegno della domanda.
Con il terzo motivo, deduce l’omessa pronuncia ai
sensi degli artt. 112 e 360, primo comma, n. 4, c.p.c.,
in quanto il giudice del merito si sarebbe limitato ad
affermare che l’estratto ex art. 50 t.u.b. e il saldo
conto non fossero idonei a provare il credito, senza
rispondere alla censura, rivolta al provvedimento del
g.d., di avere escluso parte delle spese della fase
monitoria ed esecutiva senza motivazione.
6
r.g. 14510/2012

accolta anche in Cassazione, con l’art. 3 Cost.

Con il quarto motivo, deducendo la violazione
dell’art. 115 c.p.c., la ricorrente lamenta che il
tribunale abbia omesso di esaminare tutti i documenti
allegati a prova del credito nel fascicolo
dell’opposizione allo stato passivo.
Con il quinto motivo, deduce il vizio di
motivazione, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5,
“anche in relazione all’art. 1832 c.c.”,

per

avere il decreto impugnato reputato inidonei gli
estratti relativi ad un conto corrente chiuso da anni,
invece ormai inoppugnabili.
3. – Il primo motivo è inammissibile.
La questione di legittimità costituzionale di una
norma, in quanto strumentale rispetto alla domanda che
implichi l’applicazione della norma medesima, non può
invero formare oggetto di un’autonoma istanza, rispetto
alla quale, in difetto di esame, sia configurabile un
vizio di omessa pronuncia; mentre la questione stessa,
ancorché non esaminata dal giudice inferiore, resta
deducibile e rilevabile nei successivi stati e gradi del
giudizio che sia validamente instaurato, ove rilevante
ai fini della decisione (Cass. 11 dicembre 2006, n.
26319; ord., 16 luglio 2005, n. 15092; 18 febbraio 1999,
n. 1358; v. pure 22 luglio 2010, n. 17224).
Lo stesso è a dirsi con riguardo alla richiesta di
rimessione degli atti alla Corte di Lussemburgo, dal
momento che, come parimenti ritenuto (Cass. 10 marzo
2010, n. 5842), la richiesta di rinvio su questione
pregiudiziale di interpretazione del diritto
comunitario, in applicazione dell’art. 267, già 234, del
Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, non è
configurabile come autonoma domanda, rispetto alla
quale, nel caso di omessa specifica pronuncia, possa
farsi questione del rispetto del principio di cui
all’art. 112 c.p.c., ponendo tale richiesta una
7

r.g. 14510/2012

fic

c.p.c.

questione di diritto preliminare alla decisione sulla
domanda di merito proposta dalla parte.
Neppure

l’allegata

carente

o

tautologica

motivazione, pertanto, in ordine al mancato rilievo
dell’esigenza di una rimessione pregiudiziale è
sufficiente ad integrare il vizio denunciato.
4.1. – Il secondo motivo, che involge il nucleo
insta per il mutamento dell’orientamento, costantemente
affermato dalla stessa, circa l’inopponibilità al
fallimento del decreto ingiuntivo non dichiarato
definitivo prima della sentenza di fallimento: esso
propone la questione se, emesso e non opposto decreto
ingiuntivo nei confronti di soggetto poi fallito, il
titolo sia opponibile al fallimento – secondo il
principio affermato sinora da questa Corte della
nomofilachia – soltanto ove dichiarato esecutivo ex art.
647 c.p.c. in data anteriore alla sentenza dichiarativa
del fallimento.
In punto di fatto, il decreto ingiuntivo, che la
banca pone a fondamento del proprio credito, secondo le
allegazioni di parte è munito del decreto di
esecutorietà, che fu pronunciato dal giudice del
Tribunale il 19 agosto 2011, quindi dopo il fallimento,
dichiarato il 10 giugno 2011.
La ricorrente sollecita, pertanto, una rilettura
di tale orientamento, argomentando in senso contrario
con riguardo all’insussistenza di un’effettiva
distinzione tra giudicato in senso formale ed in senso
sostanziale; al valore di giudicato sostanziale del
decreto ingiuntivo non opposto, come tale rilevabile
anche d’ufficio e dimostrabile con ogni mezzo;
all’estensibilità del disposto dell’art. 96, secondo
comma, n. 3, legge fall., che ammette al passivo con
riserva il credito in forza di sentenza non passata in

8
r.g. 14510/2012

A
nsi

della pronuncia richiesta alla Corte di legittimità,

giudicato; all’inapplicabilità degli art. 2704 c.c. e 45
legge fall., che non riguardano il fatto storico
dell’accertamento

della

definitività

del

decreto

ingiuntivo; all’irragionevolezza e disparità di
trattamento, ai sensi dell’art. 3 Cost., dell’opposta
tesi, in quanto la massa va protetta dagli atti
fraudolenti mentre, nel caso di specie, l’attestazione

con ingiustificata differenziazione rispetto al credito
accertato con sentenza e possibilità, quindi, di una
lettura costituzionalmente orientata del sistema
normativo richiamato.
Il motivo non può essere accolto.
4.2. – Questa Corte di legittimità afferma in modo
costante ed in termini generali che il decreto
ingiuntivo, non dichiarato esecutivo ai sensi dell’art.
647 c.p.c., non ha efficacia di giudicato formale e
sostanziale ed è inopponibile alla procedura
fallimentare, determinando la sopravvenuta dichiarazione
di fallimento del debitore l’inopponibilità alla massa
dei creditori concorsuali del decreto ingiuntivo in
precedenza emesso, se, all’epoca del fallimento, non sia
intervenuta ancora la dichiarazione di esecutorietà di
cui alla norma menzionata. Pertanto, il creditore
opposto deve partecipare al concorso con gli altri
creditori, previa riproposizione della domanda di
ammissione al passivo fallimentare, con i conseguenti
oneri probatori.
Ciò si è affermato, allorché il debitore in bonis
aveva già proposto opposizione ex art. 645 c.p.c. (Cass.
12 febbraio 2013, n. 3401; 3 gennaio 2013, n. 38; 13
febbraio 2012, n. 2032; ord. 23 dicembre 2011, n. 28553;
5 novembre 2010, n. 22549; 13 agosto 2008, n. 21565;
20 marzo 2006, n. 6098, caso di 1.c.a.; 1 0 aprile 2005,
n. 6918; 23 marzo 2004, n. 5727; 23 luglio 1998, n.
9

r.g. 14510/2012

Il co

est.

del tribunale esiste, sebbene successiva al fallimento,

7221; 22 settembre 1997, n. 9346; 25 marzo 1995, n.
3580; l ° dicembre 1994, n. 10260; 8 giugno 1988, n.
3885). Lo stesso si è affermato, allorché mancava il
decreto di esecutività

ex

art. 647 c.p.c., pur non

essendo stato il decreto ingiuntivo opposto (17 luglio
2012, n. 12205; Cass., 13 marzo 2009, n. 6198; Cass. 26
marzo 2004, n. 6085) o mancando anche l’attestazione di
4.3.

– L’art.

giudicata formale»,

324 c.p.c.,

prevede la

«cosa

stabilendo che «S’intende passata in

giudicato la sentenza che non è più soggetta né a
regolamento di competenza, né ad appello, né a ricorso
per cassazione, né a revocazione per i motivi di cui al
numeri 4 e 5 dell’art. 395».
A

«prova del passaggio in giudicato della

sentenza»,

poi, l’art. 124 att. c.p c. contempla il

«certificato di passaggio in giudicato della sentenza»,
col quale il cancelliere certifica, in calce alla copia
contenente la relazione di notificazione, che non è
stato proposto, nei termini di legge, appello, ricorso
per cassazione o istanza di revocazione ordinaria per i
motivi di cui ai nn. 4) e 5) dell’art. 395 del codice;
il cancelliere certifica in calce alla copia della
sentenza, parimenti, che non è stata proposta alcuna
delle dette impugnazioni nel termine lungo di sei mesi
ex art. 327 c.p.c.
Alla stregua, pertanto, di tale sistema, la parte
che invoca il giudicato esterno deve fornirne la prova,
mediante produzione di copia della sentenza corredata
dalla certificazione del suo passaggio in cosa giudicata
(Cass., 29 agosto 2013, n. 19883; 8 maggio 2009, n.
10623; 9 luglio 2004, n. 12770), meccanismo risponde a
ragioni di certezza del diritto.
Per le sentenze, dunque, dall’esistenza della cosa
giudicata formale, di cui all’art. 324 c.p.c., discende,

10
ng. 145102012

lI con

cancelleria (Cass., 11 ottobre 2013, n. 23202).

senza soluzione di continuità, la cosa giudicata
sostanziale.
4.4. – Per un superato, risalente orientamento, in
base alla lettera dell’art. 2909 c.c. l’autorità del
giudicato potrebbe derivare solamente dalla sentenza,
mentre il decreto ingiuntivo non opposto potrebbe dar
luogo solo al fenomeno di “preclusione pro iudicato” che
e di esercitare la condictio indebiti.
A tale concezione si oppose, con assai maggior
seguito, quella secondo cui il decreto divenuto
definitivo va assimilato in pieno alla sentenza passata
in giudicato, non essendo decisivo il dato letterale,
atteso che anche altri provvedimenti sono identici nella
sostanza alla sentenza, mentre nemmeno possono in
contrario trarsi argomenti dalla sommarietà del
procedimento e dall’assenza del contraddittorio, in
quanto pure nel decreto ingiuntivo vi è l’accertamento
operato dal giudice e ben può l’interessato con
l’opposizione instaurare un ordinario giudizio
contenzioso.
Infatti,

la

disciplina

legislativa

del

procedimento d’ingiunzione tutela l’ingiunto, cui
assicura, sia pure in modo differito, le garanzie quoad
lustitiam

di un pieno contraddittorio, prima che il

provvedimento diventi definitivo, onde la dottrina
individua il fondamento dell’attitudine al giudicato
nell’equivalenza tra cognizione piena e libera rinuncia
alla stessa. Si perviene, così, all’affermazione di una
sola ed unica natura di giudicato sostanziale,
coincidente con quella sancita dall’art. 2909 c.c.
L’orientamento ormai costante reputa, dunque, che
il giudicato sostanziale (cui si riferisce l'”autorità
del giudicato”) da decreto ingiuntivo attenga
all’oggetto e ai soggetti del rapporto giuridico, che
11

ng. 14510)2012

co s t

impedisce all’ingiunto di opporsi all’esecuzione forzata

non può essere posto in discussione in un altro
successivo giudizio, con ogni conseguenza (Cass., 11
maggio 2010, n. 11360, che richiama

Cass., 24 marzo

2006, n. 6628; 28 agosto 2009, n. 18791;

6 settembre

2007, n. 18725; 24 luglio 2007, n. 16319; 19 luglio
2006, n. 16540; 20 aprile 1996, n. 3757).
4.5. – Nell’ambito del procedimento monitorio, il
ai sensi dell’art. 647 c.p.c.
La rubrica dell’articolo parla di “esecutorietà”
del decreto, che in ambito processualcivilistico
equivalente a quello di “esecutività”: i termini,
infatti, sono usati, in giurisprudenza, come sinonimi

(e

plurimis, Cass. 30 maggio 2007, n. 12731).
Come ritenuto da questa Corte (Cass., ord.

3

settembre 2009, n. 19119), nel procedimento ex art. 647
c.p.c. il giudice ha il compito di verificare se non
sia possibile che, per la nullità della notifica del
decreto di ingiunzione, l’intimato non ne abbia avuta
conoscenza; il decreto

«ha la funzione di dichiarare

che, per non esservi stata tempestiva opposizione, si
sono verificate le condizioni perché esso sia divenuto
non ulteriormente opponibile ed abbia acquistato
esecutorietà, sì da poter fondare il diritto a
procedere alla esecuzione forzata per la realizzazione
coattiva del credito».
Si tratta di un procedimento alquanto privo di
formalità (l’istanza può essere anche verbale), che
implica il controllo della notificazione del decreto,
del decorso del termine e della mancata opposizione o
costituzione nei termini.
Dato questo contenuto, il decreto di esecutorietà
si distingue dalla mera attestazione di cancelleria, cui
non può certamente reputarsi equivalente, sia sotto il
profilo dell’organo emanante, sia sotto quello del
12
r.g. 14510/2012

Il cons. st .

codice di rito contempla la dichiarazione di esecutività

contenuto del controllo, limitato il primo al fatto
storico della mancata opposizione decorso il termine
perentorio ed il secondo esteso all’accertamento della
regolarità della notificazione (art. 643 c.p.c.). E tale
distinzione è sottesa all’ordinanza della Corte
costituzionale 28 dicembre 1990, n. 572, che dichiarò
inammissibile la questione di legittimità costituzionale
nella parte in cui richiede l’adozione di un
provvedimento giudiziale che dichiari l’esecutività del
decreto ingiuntivo, in luogo che accontentarsi il
legislatore dell’attestazione di cancelleria.
4.6. – Orbene, il punto è stabilire a quale
condizione sia subordinato il dispiegarsi degli effetti
“sostanziali” del giudicato monitorio, ossia quando
possa dirsi compiuto il giudicato “formale”.
In alcune delle pronunce ricordate si è talvolta,
nel decidere che il decreto ingiuntivo è opponibile
soltanto quando il decreto di esecutorietà è stato
emesso prima della dichiarazione di fallimento,
argomentato distinguendo tra
interno, endoprocessuale»,

«giudicato formale,

che si formerebbe al momento

della scadenza dei termini per proporre opposizione, e
giudicato sostanziale, che si formerebbe soltanto al
momento della apposizione del decreto di esecutorietà ex
art. 647 c.p.c. (Cass. n. 6085 del 2004, richiamata
dalla n. 6198 del 2009); nonché nel senso che è

«solo

con la dichiarazione di esecutività che il giudice
verifica se non sia possibile che, per la nullità della
notificazione del decreto di ingiunzione, l’intimato non
ne abbia avuta conoscenza, e dichiara che, per non
esservi stata tempestiva opposizione, si sono verificate
le condizioni perché esso sia divenuto non ulteriormente
opponibile ed abbia acquistato esecutorietà, sì da poter
fondare il diritto a procedere alla esecuzione forzata

13
r.g. 14510/2012

A

dell’art. 647 c.p.c., in riferimento all’art. 97 Cost.,

per la realizzazione coattiva del credito»

(Cass. n.

12205 del 2012).
La Corte intende dare continuità all’orientamento
sinora affermato, il quale esclude l’opponibilità al
fallimento del decreto ingiuntivo non opposto ma privo
del provvedimento di esecutorietà di cui all’art. 647
c.p.c., con qualche precisazione.

giudicato formale e giudicato sostanziale non può essere
accolta (esula, ovviamente, dal tema il caso delle
decisioni in rito suscettibili di giudicato formale, ma
non di giudicato sostanziale).
La distinzione tra i due concetti si basa sulla
disciplina dettata, da una parte, dall’art. 324 c.p.c.
(la cui rubrica è intitolata “cosa giudicata formale”)
e, dall’altra, dall’art. 2909 c.c. (la cui rubrica è
intitolata “cosa giudicata”).
Come è evidente, e come è riconosciuto da
autorevole dottrina e dalla pacifica giurisprudenza di
questa Corte (Cass., 3 luglio 1987, n. 5840; 2 marzo
1988, n. 2217), non esiste alcuna contrapposizione fra
cosa giudicata formale e cosa giudicata sostanziale,
posto che i due concetti sono relativi a due aspetti del
medesimo fenomeno. L’art. 2909 stabilisce, infatti, gli
effetti sul piano sostanziale del giudicato,
presupponendo che altrove si stabilisca quando si forma
il giudicato. La decisione giurisdizionale non più
impugnabile con i rimedi ordinari previsti dall’art. 324
c.p.c. determina, d’altro canto, gli effetti sul piano
delle certezze giuridiche, che, ai sensi dell’art. 2909
c.c., vengono definiti giudicato sostanziale.
Affermata la coincidenza temporale del giudicato
formale e di quello sostanziale, si deve stabilire se il
giudicato si formi al momento del decorso dei termini
per proporre opposizione al decreto ingiuntivo quando

14
ng. 14510)2012

I I co

est.

La diversificazione sul piano temporale tra

questa non sia stata proposta, ovvero al momento in cui
il giudice, dopo averne controllato la notificazione,
dichiari esecutivo il decreto ingiuntivo.
La seconda soluzione si impone per due connesse
ragioni.
In primo luogo, al momento dello scadere dei
termini per l’impugnazione non vi è stato alcun

sua idoneità a provocare un contraddittorio eventuale e
posticipato sulla domanda proposta con il decreto
ingiuntivo. Tale controllo, invece, rappresenta un
momento irrinunciabile a garanzia del diritto di difesa
dell’intimato ed ha natura analoga all’imprescindibile
controllo che nel giudizio a cognizione ordinaria il
giudice deve necessariamente effettuare prima di
dichiarare la contumacia del convenuto (artt. 164, 183,
291 c.p.c.). Senza tale controllo sarebbe “fuori
sistema” parlare di giudicato anche solo formale e vi è
spazio, come si preciserà più avanti, solo per un
giudicato interno, i cui presupposti, però, sono oggetto
di verifica da parte del giudice nell’ambito del
processo.
In secondo luogo, l’art. 647 c.p.c. prevede che,
nel caso in cui non sia stata fatta opposizione nel
termine, «il giudice deve ordinare che sia rinnovata la
notificazione, quando risulta o appare probabile che
l’intimato non abbia avuto conoscenza del decreto».
L’eventuale rinnovazione della notificazione consente
perciò all’ingiunto di proporre, nei termini decorrenti
dalla nuova notificazione, opposizione che va
qualificata come ordinaria, ai sensi dell’art. 645
c.p.c., e non già tardiva ai sensi dell’art. 650 c.p.c.;
il che conferma che alla scadenza dei termini per
proporre opposizione non si forma la cosa giudicata

15
r.g. 14510/2012

Il co

est.

controllo giurisdizionale sulla notificazione e sulla

formale e che questa si forma solo dopo il controllo del
giudice sulla notificazione.
Coerentemente, l’art. 656 c.p.c. prevede che non
il decreto non opposto, ma «Il

decreto d’ingiunzione,

divenuto esecutivo a norma dell’articolo 647, può
impugnarsi per revocazione nei casi indicati nei numeri
l, 2, 5 e 6 dell’articolo 395»; sono esperibili, perciò,
c.p.c., mezzi straordinari previsti per l’impugnazione
contro i provvedimenti passati in cosa giudicata, ai
quali mezzi si aggiunge, per espressa previsione dello
stesso art. 656, la revocazione per contrasto con
precedente giudicato (art. 395, n. 5) nonché, per
l’espressa previsione dell’art. 650 c.p.c.,
l’opposizione tardiva (sul fatto che l’efficacia di
giudicato del decreto ingiuntivo non opposto e munito di
esecutorietà

ex art. 647 non viene meno di per sé a

seguito dell’opposizione tardivamente proposta, cfr.
Cass., sez. un., 16 novembre 1998, n. 11549 e Cass. 6
ottobre 2005, n. 19429).
È il caso di rilevare, sul piano sistematico, che
la mancata definizione del procedimento d’ingiunzione
con il decreto ex art. 647 c.p.c. non rende ovviamente
irrilevante il fatto che il decreto ingiuntivo non sia
stato opposto nei termini. Qualora, infatti, l’intimato
dovesse proporre opposizione, e non ricorressero i
presupposti per una opposizione tardiva, il giudizio di
opposizione, che si configura come uno sviluppo della
fase monitoria, dovrebbe chiudersi, previa ancora una
volta l’imprescindibile verifica della regolarità della
notificazione del decreto ingiuntivo, con il rilievo
d’ufficio del giudicato interno, formatosi nell’ambito
dell’unitario procedimento in corso (Cass. 6 giugno
2006, n. 13252; Cass. 26 marzo 1991, n. 3258; Cass. 3
aprile 1990, n. 2707). Il giudicato formale e

16
ng. 145102012

H co

st

come emerge chiaramente dal confronto con l’art. 324

sostanziale, tuttavia, si formerebbe solo con la
sentenza che dichiara l’inammissibilità della
opposizione, come è reso evidente dal fatto che ove il
giudice dell’opposizione erroneamente non rilevasse il
giudicato interno ed accogliesse l’opposizione, la
sentenza, se non impugnata, sarebbe idonea a passare in
cosa giudicata (Cass. 20 settembre 1971, n. 2627).

dall’art. 647 c.p.c. è molto diversa da quella della
verifica affidata al cancelliere dall’art. 124 disp.
att. c.p.c. sulla mancata proposizione di una
impugnazione ordinaria nei termini di legge e dall’art.
153 disp. att. c.p.c. sulla verifica che «la sentenza o
il provvedimento del giudice è formalmente perfetto».

Se

ne differenzia, infatti, per il compimento di una
attività giurisdizionale avente ad oggetto la verifica
del contraddittorio, che, come già detto, nel processo a
cognizione ordinaria ha luogo come primo atto del
giudice e nel processo d’ingiunzione, ove non sia stata
proposta opposizione, ha luogo come ultimo atto del
giudice. La conoscenza del decreto da parte
dell’ingiunto non rappresenta perciò una

condicio juris

che può essere accertata al di fuori del processo
d’ingiunzione, eventualmente anche dal giudice delegato
in sede di accertamento del passivo, ma costituisce
l’oggetto di una verifica giurisdizionale che si pone
all’interno del procedimento di ingiunzione e che
conclude l’attività in esso riservata al giudice in caso
di mancata opposizione.
Ne consegue che il decreto ingiuntivo non munito,
prima della dichiarazione di fallimento, di decreto di
esecutorietà ex art.

647 c.p.c. non è passato in cosa

giudicata formale e sostanziale, né può più acquisire
tale valore con un successivo decreto di esecutorietà
per mancata opposizione, poiché, intervenuto il
17
r.g. 14510/2012

1?-t

In conclusione, la funzione devoluta al giudice

fallimento, ogni credito, secondo quanto prescrive
l’art. 52 1. fall., deve essere accertato nel concorso
dei creditori, secondo le regole stabilite dagli artt.
92 ss. 1. fall., in sede di accertamento del passivo.
4.7. – Discende, da quanto esposto, l’infondatezza
manifesta della questione di legittimità costituzionale
e comunitaria dalla ricorrente proposta (cfr. Cass. 12
settembre 1997, n. 9346).
5. – I rimanenti motivi, dal terzo al quinto,
denunciando il vizio di violazione di legge, di error in
procedendo

e di motivazione, riguardano sotto vari

aspetti la prova del credito vantato. Essi sono
infondati.
Quanto al terzo motivo, la non ammissione di parte
delle spese richieste è stata motivata dal tribunale con
la natura di esborsi

«conseguenti ad un DI non

opponibile al fallimento», onde la pronuncia sul punto è
stata emessa, ed il vizio denunciato di omessa pronuncia
ai sensi degli artt. 112 e 360, primo comma, n. 4,
c.p.c., non sussiste; né la motivazione appare omessa o
censurabile, posto che ricalca proprio il principio
secondo cui, nel momento in cui non è opponibile al
fallimento il decreto ingiuntivo, neppure le relative
spese possono essere ammesse, avendo questa Corte già
affermato che, ove sia mancato il decreto

ex art. 647

c.p.c. prima del fallimento, resta inopponibile anche
l’ipoteca giudiziale eventualmente iscritta in base al
decreto provvisoriamente esecutivo ed il creditore non
può ottenere l’ammissione al passivo per il credito
costituito dalle spese sopportate per il giudizio
monitorio e per l’iscrizione dell’ipoteca (Cass., l
aprile 2005, n. 6918; 23 luglio 1998, n. 7221; 25 marzo
1995, n. 3580; l ° dicembre 1994, n. 10260; 8 giugno
1988, n. 3885; v. pure Cass. 5 novembre 2010, n. 22549).
18
r.g. 14510/2012

11c

s e\k.

febbraio 2013, n. 3401; 5 novembre 2010, n. 22549; 22

6. – La censura di omesso esame dei documenti
prodotti, di cui al quarto motivo, risulta affatto
generica e non autosufficiente, riferendosi a tutta la
documentazione dalla banca depositata in sede di
giudizio di opposizione; ma, in tal modo, essa, oltre
che in contrasto con il requisito dell’autosufficienza
(art. 366 c.p.c.), finisce per esigere un nuovo

documenti versati in giudizio, inammissibile in sede di
legittimità.
Lamenta, invero, la banca che il tribunale avrebbe
errato ad esaminare i documenti, avendo visionato non il
«doc. 8 del fascicolo di parte opponente»,
procedimento

ex

di cui al

art. 98 1. fall., ma unicamente il

documento, di pari numero, del fascicolo del ricorso
monitorio. L’assunto, tuttavia, risulta smentito dalle
stesse allegazioni della odierna ricorrente, la quale
non afferma mai, nel ricorso, che il documento 8 del
giudizio

ex art. 98 l. fall. contenesse gli estratti

conto, ma soltanto che, sotto tale numerazione, erano
riportati i documenti «uso studio allegati all’istanza»,
e precisamente «la copia del decreto ingiuntivo»
fatture delle spese esecutive»

e «/e

(p. 40 del ricorso per

cassazione).
Dal suo canto, il decreto impugnato riferisce che
l’istituto di credito ha prodotto soltanto
«l’attestazione ex art. 50 TUB e un saldo conto nel
quale viene riportato il mero dato contabile inerente
il saldo dei rapporti di conto corrente»,

che non

permette di «ricostruire … né l’andamento dei rapporti
di dare avere né l’esatto ammontare degli importi».
In sostanza, il giudice del merito ha accertato
che il documento – su cui la ricorrente fonda il
credito, una volta non ammesso il provvedimento
monitorio consiste in un certificato contabile
19
ng. 1451112012

Ic

sindacato di merito sull’efficacia probatoria dei

interno, che indica il dato complessivo ma non la sua
evoluzione: ma di una critica a tale accertamento in
fatto nel ricorso non vi è traccia. Pertanto, in realtà
la ricorrente finisce così con il censurare che il
tribunale non abbia fatto uso del potere di ritenere
integrata la prova presuntiva sulla base dei diversi
elementi indiziari offerti (decreto ingiuntivo, estratto

discrezionale riservato al giudice del merito ed in
questa sede insindacabile, esulando dall’ambito del
giudizio di legittimità, oltre che conforme al costante
orientamento il quale esclude il valore di prova del
credito del saldaconto, se non indiziaria (Cass. 3
maggio 2011, n. 9695; 18 maggio 2006, n. 11749).
7. – Anche la censura, relativa al quinto motivo,
di non avere il tribunale reputato idonei gli “estratti
conto” è infondata: sia perché di tali documenti, intesi
come gli estratti inviati al cliente ex art. 1832 c.c.,
non vi è parola nel decreto impugnato, onde la
ricorrente aveva l’onere di dedurre l’avvenuta
proposizione della questione e di indicare dove ciò
sarebbe avvenuto; sia perché la costante giurisprudenza
di questa Corte ne esclude l’efficacia probatoria nel
fallimento (Cass. 26 gennaio 2006, n. 1543; Cass. 9
maggio 2001, n. 6465), affermando che l’istituto di
credito, il quale prospetti una sua ragione di credito
verso il fallito derivante da un rapporto obbligatorio
regolato in conto corrente e ne chieda l’ammissione allo
stato passivo, ha l’onere, nel giudizio di opposizione
allo stato passivo, di dare piena prova del suo credito,
assolvendo al relativo onere secondo il disposto della
norma generale dell’art. 2697 c.c. attraverso la
documentazione relativa allo svolgimento del conto,
senza poter pretendere di opporre al curatore, stante la
sua posizione di terzo, gli effetti che,

ex art. 1832

20
r.g. 14510/2012

c
1 rsJst

ex art. 50 t.u.b., fatture): ma si tratta di potere

c.c., derivano, ma soltanto tra le parti del contratto,
dall’approvazione anche tacita del conto da parte del
correntista, poi fallito, e dalla di lui decadenza dalle
impugnazioni.
Né il vizio di motivazione, adombrato nel quinto
motivo (sebbene con improprio riferimento anche alla
violazione dell’art. 1832 c.c.), può consistere nel

del merito.
8. – Le spese seguono la soccombenza dei
ricorrenti e si liquidano come nel dispositivo, ai sensi
del d.m. 12 luglio 2012, n. 140.
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al
rimborso delle spese di lite, nella misura di C
16.200,00, di cui C 200,00 per esborsi, oltre agli
accessori, come per legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 20
novembre 2013.

censurare l’apprezzamento dei fatti operato dal giudice

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