Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16496 del 05/07/2017


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Cassazione civile, sez. III, 05/07/2017, (ud. 21/04/2017, dep.05/07/2017),  n. 16496

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 20241/2014 proposto da:

M.R., domiciliato ex lege in ROMA, PRESSO LA

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato CARLO BOGGIO MARZET, giusta procura speciale in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

COMUNE CAMPIGLIA CERVO, in persona del Sindaco pro tempore

T.P., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA N MARTELLI 40, presso

lo studio dell’avvocato ANDREA RICCI, rappresentato e difeso

dall’avvocato PAOLO BASSO giusta procura speciale in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 195/2014 della CORTE D’APPELLO di TORINO,

depositata il 31/01/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

21/04/2017 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PELLECCHIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. M.R., convenne in giudizio il Comune di Campiglia Cervo, per sentirlo condannare al risarcimento dei danni arrecatigli con l’omissione dell’indicazione, nei certificati di destinazione urbanistica, di vincoli idrogeologici cui erano soggetti taluni terreni che egli aveva acquistato per utilizzarli in modi che tali vincoli invece impedivano.

Lamentò in particolare che nei certificati rilasciati dal Comune mancava la menzione del fatto che i suddetti terreni rientravano nelle zone esondabili, secondo quanto previsto nel Piano Territoriale della Provincia di Biella; che la presenza del vincolo avrebbe reso improbabile se non impossibile la realizzazione del proprio progetto; che se l’esistenza del vincolo fosse emersa, come avrebbe dovuto, dai certificati di destinazione urbanistica, non avrebbe acquistato i terreni ed investito tempo e denaro in un progetto irrealizzabile.

Si costituì il Comune convenuto contestando, nel merito, la fondatezza della domanda attorea in quanto: nei certificati di destinazione urbanistica de quo era stato dichiarato il vincolo idrogeologico, con indicazione persino della percentuale di superficie interessata; peraltro, nei suddetti certificati, non vi è l’obbligo di menzionare vincoli non risultanti dallo strumento urbanistico vigente nel Comune; il piano territoriale provinciale e il piano di assetto idrogeologico, sono adottati da enti pubblici diversi dal Comune e regolarmente pubblicati, con conseguente presunzione legale di conoscenza; il vincolo non precludeva in assoluto l’edificazione dei terreni, ma richiedeva una specifica autorizzazione regionale e provinciale; il M. aveva conosciuto la sussistenza del vincolo prima della stipula degli atti di acquisto del terreno, come emergeva dalla data di rilascio dei certificati di destinazione urbanistica; lo stesso M., peraltro, aveva eseguito attività propedeutiche alla realizzazione dei progetti e ne aveva sostenuti i relativi costi prima ancora del rilascio dei certificati, con conseguente mancanza di nesso di causalità tra la presunta omissione certificativa e i danni asseritamente subiti.

Il Tribunale di Biella, con sentenza n. 499/2012, rigettò la domanda attorea, rilevando che il M. non aveva prodotto il Regolamento Edilizio Tipo della Regione Piemonte che avrebbe previsto che i certificati di destinazione urbanistica dovessero contenere la menzione del vincolo de quo, che nei certificati oggetti di causa era stata chiaramente indicata l’esistenza di un vincolo idrogeologico gravante sui terreni acquistati dall’attore, che non vi era la prova dell’esistenza di un ulteriore vincolo oltre quello idrogeologico.

2. La decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Torino, con sentenza n. 210 del 31 gennaio 2014.

La Corte di Appello ha ritenuto assorbente il rilievo che l’esistenza di vincoli idrogeologici risultava dai certificati di destinazione urbanistica allegati all’atto pubblico di trasferimento, i quali, pur non contenendo la specifica menzione dell’esondabilità, erano sufficienti a porre l’acquirente in grado di prendere cognizione dell’esistenza di un vincolo su rilevante percentuale dei terreni oggetto di compravendita, e quindi a porlo sull’avviso circa l’opportunità di approfondire l’esatta natura del vincolo.

Inoltre, la Corte ha osservato che, poichè il certificato non è l’unica fonte di acquisizione di conoscenza della reale situazione del bene (potendo essere conosciuti da chiunque i piani di assetto idrogeologico) eventuali errori del certificato possono essere considerati lesivi di un diritto soggettivo solo quando impediscano la stipula dell’atto pubblico, sulla base della falsa rappresentazione in essa contenuti. In tal caso, però, la posizione soggettiva lesa può essere solo quella del venditore e non quella dell’acquirente, che ha un mero interesse di fatto alla stipula.

Secondo la Corte, quindi, manca la prova (ed anzi risulta il contrario) che il contenuto il certificato non fosse sufficiente ad indurre il medesimo M. ad accertamenti più approfonditi, che egli non potesse acquisire aliunde, prima di dar corso agli acquisti e agli investimenti, la più completa conoscenza della situazione dei beni e dunque che si sia determinato all’acquisto per effetto dei soli certificati.

Pertanto, anche a voler ritenere incompleti o inesatti i certificati, non sarebbe provato il nesso di causalità tra gli stessi e l’errore che ha indotto l’acquirente ad acquistare i terreni. In ogni caso, sarebbe da escludere la responsabilità del Comune sotto il profilo dell’erronea formazione del convincimento dell’acquirente, non essendo questa la funzione della certificazione de quo.

3. Avverso tale decisione, propone ricorso in Cassazione M.R., sulla base di cinque motivi.

3.1 Resiste con controricorso illustrato da memoria il Comune di Campiglia Cervo.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

4.1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta la “violazione dell’art. 18 comma 7 delle Norme di Attuazione del PAI adottate con la Delib. 26 aprile 2001, n. 18, in relazione alla L. 18 maggio 1989, n. 183, art. 17 e violazione del punto 2 allegato A della L.R. Piemonte 26 gennaio 2007, n. 1, in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Non sarebbe corretta l’affermazione del giudice dell’appello secondo cui il M. avrebbe dovuto e potuto conoscere al di fuori dei certificati di destinazione urbanistica l’esistenza del vincolo idrogeologico.

Il vincolo posto dal PAI non sarebbe immediatamente individuabile, richiedendo un’attività della pubblica amministrazione, ed in particolare dei Comuni, che avrebbero l’obbligo di riportare alla scala grafica della strumentazione urbanistica vigente i perimetri delle aree a rischio e delle aree pericolose e di adeguare contestualmente le norme dello strumento urbanistico.

Il comune di Campiglia Cervo, del resto, avrebbe riconosciuto il suo comportamento omissivo con lettera del 24.9.2008, nella quale avrebbe ammesso di non aver mai provveduto allo sviluppo dettagliato dei vincoli del PAI per motivi esclusivamente economici.

Non sarebbe infine ragionevole chiedere al privato di espletare complessi accertamenti peritali nè sarebbe logico ritenere che la presenza nei certificati di altri vincoli avrebbe dovuto insospettire colui che intendeva edificare sulle aree cui i certificati si riferiscono.

Il motivo è inammissibile.

In primo luogo, mancando la trascrizione delle norme secondarie invocate, il motivo viola il principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione di cui all’art. 366 c.p.c., per il quale tale atto deve contenere in sè tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed altresì a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio e di accedere a fonti estranee allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi od atti attinenti al pregresso giudizio di merito.

Occorre infatti ribadire la giurisprudenza di questa Corte secondo cui, qualora con il ricorso per cassazione si sollevino censure che comportino l’esame di un regolamento comunale o provinciale, è necessario – in virtù del principio di autosufficienza del ricorso stesso che le norme del regolamento invocate siano interamente trascritte o allegate, non operando, con riguardo alle norme giuridiche secondarie, il principio iura novit curia, e non rientrando, pertanto, la conoscenza dei regolamenti comunali o provinciali tra i doveri del giudice, che, solo ove disponga di poteri istruttori, può acquisirne diretta conoscenza, indipendentemente dall’attività svolta dalle parti (Cass. civ. Sez. 6-3 Ordinanza, 23/01/2014, n. 1391; Cass. civ. Sez. lavoro, 27/01/2009, n. 1893; Cass. civ. Sez. 1, 29-08-2006, n. 18661).

In ogni caso, anche con riferimento all’asserita violazione della normativa primaria, il motivo si appalesa inammissibile non avendo il ricorrente specificamente indicato le affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che sarebbero in contrasto con le norme dedotte.

4.2. Con il secondo motivo, il ricorrente lamenta la “violazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 30, in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 3″.

La Corte avrebbe errato ad affermare che la funzione della certificazione in questione non sarebbe quella di fondare il convincimento dell’acquirente, con la conseguenza di ritenere irrilevante la sua inesattezza e incompletezza.

Il fatto che il certificato di destinazione urbanistica, che deve contenere l’indicazione dei vincoli gravanti sull’immobile, debba essere obbligatoriamente allegato all’atto di compravendita di un terreno, pena la nullità dell’atto stesso, non esclude che tale certificazione possa e debba essere richiesta da chiunque per individuare le tipologie di intervento sugli immobili cui si riferisce.

La funzione di tale certificazione, desumibile dal D.P.R. n. 380 del 2001, art. 30, sarebbe di tutela della parte acquirente ma anche di salvaguardia di un primario interesse pubblico.

Per questo motivo il rilascio del certificato di destinazione urbanistica richiederebbe da parte dell’organo competente l’espressione di un giudizio conclusivo fondato sulla autorevolezza dell’emittente, giudizio che, in caso di non conformità al dato reale, costituirebbe atto illegittimo.

4.3. Con il terzo motivo, il ricorrente lamenta l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti – Obbligo di inserimento nei CUD dei vincoli PAI – art. 18, comma 7 delle norme di attuazione del PAI adottate con la Delib. 26 aprile 2011, n. 18, in relazione alla L. 18 maggio 1989, n. 183, art. 17 e punto 2 allegato A della L.R. Piemonte 26 gennaio 2007, n. 1”.

Il giudice dell’appello avrebbe omesso di affrontare il tema della obbligatorietà dell’inserimento nei certificati di destinazione urbanistica dell’esistenza dell’imitazione edificatorie prescritte dal paese, rispetto al quale il giudice di primo grado aveva contestato all’attore la mancata produzione dei regolamenti che tale obbligatorietà prevederebbero.

Il principio iura novit curia e la giurisprudenza di legittimità imporrebbero al giudice di conoscere in ufficio anche i regolamenti, relativa conoscenza può essere acquisita anche attraverso la collaborazione delle parti, non soggetta alle norme sull’attività probatoria documentale. In ogni caso sarebbero stati forniti al giudice il testo delle norme di attuazione del PAI del 26 aprile 2001, della Delib. Giunta Regionale Piemonte 15 luglio 2002, nonchè l’allegato A della L.R. 26 gennaio 2007, n. 1.

In base a tale normativa sarebbe pacifico che i comuni sono tenuti ad inserire nei certificati di destinazione urbanistica riguardanti i terreni ricadenti all’interno di aree con pericolosità idraulica e di frana l’esistenza delle limitazioni edificatorie previste dal PAI per le stesse aree.

Il secondo ed il terzo motivo possono essere esaminati congiuntamente e sono infondati.

Benchè si debba riconoscere che il rilascio di una certificazione urbanistica erroneamente attestante la qualità edificatoria di un’area costituisce comportamento colposo del funzionario ed è quindi è astrattamente idoneo a risolversi in un illecito civile, con conseguente configurabilità di un’obbligazione risarcitoria della P.A. verso l’acquirente della medesima area, nella specie, manca la prova di una simile erroneità.

Infatti, non risulta provato che l’amministrazione avesse l’obbligo di indicare, in tali certificati, la vulnerabilità idrogeologica dei terreni che ne sono oggetto.

Al riguardo, risulta peraltro inammissibile la censura formulata con il terzo motivo, alla luce dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5, che preclude la possibilità di impugnare la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, allorquando la sentenza di appello abbia confermato la sentenza di primo grado (c.d. doppia conforme).

In ogni caso, la normativa secondaria indicata non era considerabile dal giudice del merito, non essendo stata prodotta tempestivamente e non operando, al riguardo, il principio iura novit curia. Nè poteva essere considerata la L. 18 maggio 1989, n. 183, art. 17, abrogata nel 2006, prima che fossero rilasciati i certificati de quibus.

Senza contare che il ricorrente non provvede nemmeno a trascrivere il contenuto di detti certificati, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso.

4.4. Con il quarto motivo, il ricorrente lamenta la “violazione dell’art. 2043 c.c., in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Secondo la giurisprudenza, la violazione del principio del naeminem ledere da parte della pubblica amministrazione è ravvisabile anche ove la stessa fornisca al privato notizie inesatte o ingeneri in esso fallace affidamento.

Il dovere del cittadino di essere diligente nell’informarsi sulle norme giuridiche che lo riguardano, si arresterebbe nel caso in cui l’amministrazione con propri atti e comportamenti lo abbia indotto a ritenere corretto conforme a legge il proprio operato.

La erroneità o incompletezza dei certificati di destinazione urbanistica avrebbe indotto nel M. una falsa rappresentazione della realtà e cioè la convinzione della fattibilità di un intervento edilizio relativo all’intera area in questione cui era conseguita la decisione di acquistare i terreni e dare avvio ad altre attività prodromiche alla realizzazione del progetto di creazione di un’azienda agricola, decisioni che non sarebbero mai state adottate se fossero state fedelmente e correttamente riportate nelle predette certificazioni le reali condizioni dei terreni che ne impedivano l’edificabilità.

La mancata indicazione del certificato di destinazione urbanistica di un vincolo di inedificabilità, derivante da un’omessa inesatta ricognizione del regime urbanistico dell’area che l’Amministrazione sarebbe tenuta ad operare, oltre a contrastare con il diritto alla corretta emanazione dell’atto, lederebbe l’integrità patrimoniale del privato, inteso come diritto di determinarsi liberamente lo svolgimento dell’attività negoziale.

Il motivo è infondato.

La Corte di Appello, infatti, ha, con motivazione congrua e scevra da vizi logico giuridici, escluso che fosse configurabile un legittimo affidamento da parte del privato sulla base dell’assorbente rilievo che, già dai certificati di destinazione urbanistica in oggetto, risultava l’esistenza di vincoli idrogeologici su rilevante percentuale dei terreni oggetto di compravendita.

Ciò, quindi avrebbe dovuto indurre l’acquirente ad approfondire l’esatta natura del vincolo, attraverso l’esame diretto del PAI, regolarmente pubblicato e quindi conoscibile da chiunque.

4.4. Con il quinto motivo di ricorso, si censura la “violazione dell’art. 2697 c.c., artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione al disposto dell’art. 360 c.p.c., n. 3”.

La Corte d’appello avrebbe erroneamente ritenuto, con un ragionamento involuto ed illogico, che fosse onere del ricorrente fornire la prova, relativa a circostanza negativa, di essersi determinato all’acquisto dei terreni non per motivi diversi e indipendentemente dal contenuto dei certificati e di non essere stato indotto in errore da altre cause all’infuori dell’incompletezza dei certificati.

Il ricorrente avrebbe chiesto di provare con testi i motivi che lo avevano indotto all’iter burocratico ed aveva prodotto documenti che dimostravano l’esistenza del vincolo di inedificabilità e l’omessa indicazione dello stesso, nonchè l’ammissione della responsabilità da parte del Comune.

La causa che aveva indotto il M. a cadere nell’erroneo convincimento di poter realizzare il progetto non poteva che essere rinvenuta nel comportamento complessivo del Comune di Campiglia Cervo.

Il motivo è infondato.

Contrariamente a quanto afferma il ricorrente, la Corte di Appello ha ritenuto mancante la prova della circostanza, positiva, della riconducibilità dell’errore sulla edificabilità dei terreni in cui era incorso il M. (e che l’avrebbe determinato ad acquistare i medesimi terreni) alle informazioni, asseritamente inesatte o incomplete, contenute nei certificati di destinazione urbanistica rilasciati dal Comune e, quindi, in definitiva, la prova della sussistenza del nesso di causalità tra la condotta del Comune ed il danno lamentato dal ricorrente.

La decisione della Corte è quindi conforme al regime probatorio previsto dalla legge con riferimento alla responsabilità ex art. 2043 c.c., secondo cui il danneggiato è tenuto a dare la prova dell’esistenza del nesso di causalità fra il fatto illecito dell’amministrazione e l’evento lesivo.

5. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

PQM

 

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 21 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 luglio 2017

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