Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16487 del 05/07/2017


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Cassazione civile, sez. III, 05/07/2017, (ud. 10/04/2017, dep.05/07/2017),  n. 16487

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. BARRECA Giuseppina Luciana – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

Dott. AMBROSI Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 20820-2014 proposto da:

AZIENDA SANITARIA LOCALE TO (OMISSIS) in persona del Direttore

Generale e legale rappresentante pro tempore Dott. BO.FL.,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G. P. DA PALESTRINA 63,

presso lo studio dell’avvocato GIANLUCA CONTALDI, che la rappresenta

e difende unitamente agli avvocati ALESSANDRO ANGELINI, TEODOSIO

PAFUNDI giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

BA.UM., B.A.S., B.R.,

BA.RA., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA DEGLI ORTI DELLA

FARNESINA 116, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO COLICA,

rappresentati e difesi dall’avvocato MAURO BIANCHETTI giusta procura

speciale in calce al controricorso;

– controricorrenti –

nonchè contro

A.F.;

– intimato-

Nonchè da:

A.F., elettivamente domiciliato in ROMA, V. SESTO RUFO

16, presso lo studio dell’avvocato DANIELA FAVA, rappresentato e

difeso dall’avvocato DAVIDE DE PASQUALE giusta procura a margine del

controricorso e ricorso incidentale;

– ricorrente incidentale –

contro

BA.UM., B.A. SAVERIO, BA.RA.,

B.R., AZIENDA SANITARIA LOCALE TO (OMISSIS);

– intimati –

avverso l’ordinanza della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il

22/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/04/2017 dal Consigliere Dott. AMBROSI IRENE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MISTRI CORRADO che ha concluso per la parziale inammissibilità,

rigetto del ricorso principale e incidentale;

udito l’Avvocato ALESSANDRO ANGELINI;

udito l’Avvocato ROBERTA PONZETTI per delega orale;

udito l’Avvocato ANTIOCO PINTUS per delega.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte di appello di Torino ha dichiarato inammissibili ex art. 348 bis c.p.c., per la mancanza di una ragionevole probabilità di essere accolte sia l’impugnazione principale proposta dall’Azienda Sanitaria locale “(OMISSIS)” sia quella incidentale proposta da A.F. avverso la decisione del Tribunale di Ivrea con la quale era stata accolta la domanda, proposta da B.R., Ba.Ra., B.A.S. e Ba.Um. volta ad accertare le responsabilità dei predetti (rispettivamente struttura sanitaria e medico) per aver causato il decesso della loro congiunta, B.P. (rispettivamente, figlia dei primi due, sorella del terzo e nipote del quarto) in conseguenza della mancata tempestiva diagnosi tumorale ed il conseguente dovuto risarcimento del danno sia per danno proprio sia iure successionis.

Avverso questa decisione L’azienda Sanitaria locale “TO (OMISSIS)” ha proposto ricorso per cassazione articolato in sette motivi (cinque avverso la pronuncia di prime cure e due avverso la pronuncia di appello). Ha depositato controricorso tardivo A.F. dichiarando di aderire parzialmente al ricorso principale e proponendo ricorso incidentale “in via subordinata” articolato in due motivi. Hanno resistito con controricorso B.R., Ba.Ra., B.A.S. e Ba.Um.. L’Azienda sanitaria ricorrente e i contro ricorrenti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Va preliminarmente respinta l’eccezione di nullità del ricorso principale formulata ex art. 330 c.p.c., dagli intimati posto che i predetti hanno sanato il vizio di notificazione attraverso lo svolgimento di attività difensiva, in forma specifica di controricorso (Cass. del 16 settembre 2002 n. 13510, Rv. 557415 – 01).

2. Va parimenti respinta l’eccezione di inammissibilità del ricorso principale formulata dagli intimati ex art. 366 c.p.c., n. 3, sul duplice rilievo della mancata trascrizione nel ricorso principale dei motivi di appello e della mancata produzione dell’atto di appello. Invero, seppure sinteticamente, nel ricorso principale (pag. 24 par. 1-B) viene data indicazione del contenuto dei motivi di impugnazione con rinvio ai paragrafi e alle pagine specifiche in cui sono trattati e, inoltre, sebbene tra i documenti prodotti in allegato al ricorso si dia atto della produzione del solo fascicolo di parte di primo grado, l’Azienda ricorrente risulta aver comunque prodotto l’atto di appello.

3. Va sempre in via preliminare rilevato che il ricorso incidentale dev’essere esaminato congiuntamente a quello principale avendo ad oggetto censure sostanzialmente analoghe e che i motivi di cui al ricorso principale e a quello incidentale sono in parte inammissibili e in parte infondati per le ragioni di seguito indicate.

3.1. Sono in primo luogo inammissibili i motivi proposti contro l’ordinanza emessa ex art. 348 bis c.p.c..

In proposito, la ricorrente principale lamenta “(Violazione di legge con riferimento agli artt. 348 bis e 348 ter c.p.c., in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3)” che la Corte di appello non avrebbe dovuto pronunciare ordinanza di inammissibilità non trattandosi nel caso di un appello manifestamente infondato nel merito; si duole, inoltre, “(Violazione di legge con riferimento all’art. 91 c.p.c. in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3)” che la Corte di appello abbia non correttamente applicato le regole della soccombenza nel ritenere corretta la statuizione sulle spese processuali. Il ricorrente incidentale, aderendo ai motivi del ricorso principale, propone due motivi ulteriori “in via subordinata” avverso l’ordinanza di inammissibilità del giudice di appello; con il primo, lamenta la violazione o falsa applicazione dell’art. 348 bis c.p.c., e art. 348 ter c.p.c., comma 1, tenuto conto che il riesame nel merito invocato verteva sulla corretta applicazione dell’art. 92 c.p.c.; con il secondo motivo, la violazione dell’art. 91 c.p.c. tenuto conto che, contrariamente a quanto affermato dalla Corte territoriale, non poteva ritenersi la propria integrale soccombenza.

Questa Corte ha già chiarito che l’ordinanza de qua è impugnabile con ricorso per cassazione “per vizi propri” consistenti “in violazione della normativa processuale” e non, come nel caso in esame, quando pronunciata entro l’ambito applicativo suo proprio ovvero mediante un giudizio prognostico sfavorevole circa la possibilità di accoglimento della impugnazione nel merito cosi come previsto dall’art. 348 – ter c.p.c., comma 3, (Cass. S.U. 2 febbraio 2016, n. 1914, Rv. 638368-01).

Le Sezioni Unite hanno precisato che censure in fatto od in diritto attinenti al merito (id est attinenti alla valutazione prognostica sfavorevole compiuta dalla Corte d’appello, che si risolve nell’accertamento in limine della manifesta infondatezza dell’appello) non possono essere fatte valere nei confronti della ordinanza di inammissibilità dell’appello, mentre nei confronti della stessa possono essere fatti valere eventuali vizi di nullità processuale per insussistenza delle condizioni legali richieste per la sua pronuncia o per vizi inerenti alle fasi del procedimento che regolano i tempi e le modalità della pronuncia dell’ordinanza, alla stregua della norma di chiusura dell’art. 111 Cost., comma 7, che presuppone una nozione di definitività del provvedimento ricorribile in via straordinaria, intesa come non modificabilità – non impugnabilità in alcuna altra forma ordinaria (cfr. Cass. S.U. n. 1914 del 2016, in motivazione, pag. 10). Nel caso in esame, i ricorrenti lamentano censure relative alla regolazione delle spese giudiziali secondo il principio di soccombenza attinenti al merito che non possono essere formulate avverso l’ordinanza di inammissibilità.

3.2. Sono, in secondo luogo, in parte inammissibili e in parte infondati i motivi proposti avverso la decisione di prime cure.

La ricorrente principale deduce:

– con il primo motivo “(Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5. Violazione di legge con particolare riferimento agli artt. 1218, 1226, 1228 e 2697 c.c., in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3)” che le argomentazioni addotte dal giudice di prime cure muoverebbero da presupposti errati in fatto e in diritto e da omesso esame di una serie di circostanze rilevanti e decisive idonee a smentire le conclusioni della esperita C.T.U. (corretta esecuzione della mammografia in data 23 maggio 2005, esame da cui non emergeva la necessità e l’urgenza di procedere ad ulteriori accertamenti diagnostici; insussistenza di dati univoci attestanti che la neoplasia fosse diagnosticabile già all’epoca della compiuta mammografia, circostanza confermata, tra l’altro, anche dal successivo ricovero della paziente in data 31 gennaio 2006 durante il quale non venne rilevata alcuna lesione a carico di altri organi; inesistenza della supposta familiarità e sintomaticità della vittima alla patologia tumorale; scorretta applicazione delle regole in ordine al concorso del fatto colposo del danneggiato nel non aver considerato che il medico di base non aveva suggerito alcuna urgenza nel prescrivere l’esame diagnostico e nell’aver atteso la paziente oltre un mese da questa prescrizione per sottoporsi alla mammografia);

– con il secondo motivo “(Ancora violazione di legge con particolare riferimento agli artt. 1218, 1226, 1228 e 2697 c.c., in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3. Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5 c.p.c.)” che il giudice di prime cure abbia: omesso di rilevare la lacunosità dell’accertamento effettuato dal C.T.U. il quale non aveva considerato che, ove fosse stata effettuata tempestivamente una ecografia mammaria, la neoplasia avrebbe potuto essere diagnosticata, escludendo il nesso causale; ritenuto che il medico avrebbe dovuto disporre esame strumentale aggiuntivo rispetto a quello richiesto dal medico curante della paziente; omesso di valutare la circostanza che a seguito della terapia chemioterapica la paziente si era determinata una situazione di remissione patologica completa.

– con il terzo motivo “(Violazione di legge con particolare riferimento all’art. 195 c.p.c. in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3. Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5)” che il giudice di prime cure non abbia accolto l’eccezione di nullità della C.T.U. per gravi illegittimità delle operazioni peritali;

– con il quarto motivo “(Violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1223, 1226 e 2056 c.c. e dei principi in materia di causalità giuridica tra evento di danno e pregiudizi risarcibili, in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3. Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (apodittica motivazione sull’ammontare del danno liquidato “jure hereditario” ai genitori ed al fratello), in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3)” che il giudice di prime cure, in relazione al danno iure successionis liquidato ai genitori e al fratello non abbia valutato: – l’efficienza eziologica della pregressa situazione patologica di cui era affetta la paziente prima dell’esame radiologico, erroneamente eseguito dal medico in data 23 maggio 2005; la certezza o la mera possibilità di chance di sopravvivenza della paziente in conseguenza di tale grave situazione patologica e della maggiore presumibile durata della vita in assenza del contestato errore diagnostico del sanitario e l’incidenza di tali fattori sul risarcimento del danno non patrimoniale come previsto dalle tabelle di Milano. Lamenta, inoltre, “(Ancora violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1223, 1226 e 2056 c.c. (sotto ulteriore profilo) e violazione e falsa applicazione delle norme di cui all’art. 2697 c.c., e art. 99 c.p.c. in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3. Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti (apodittica motivazione sull’ammontare del danno liquidato “jure proprio” ai genitori ed al fratello”), in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 5) che, con riferimento alla quantificazione del danno da perdita del rapporto parentale, il giudice di prime cure, per un verso, non abbia chiarito in maniera puntuale e soprattutto personalizzata, per quali ragioni e sulla base di quali circostanze ha ritenuto di liquidare in via equitativa la rilevante somma di Euro 230.000 per ciascuno dei genitori e, per l’altro, che tale statuizione sarebbe viziata da insufficienza e genericità della motivazione.

– con il quinto motivo “(Violazione di legge con riferimento all’art. 91 c.p.c., nonchè alle disposizioni di cui al D.M. n. 140 del 2012 (in particolare, l’art. 4), in relazione al disposto di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3) che a fronte di una soccombenza parziale dei genitori e del fratello della defunta (derivata da una sensibile riduzione dell’importo di risarcimento liquidato) e di una soccombenza totale dello zio (al quale era stato negato il risarcimento), il giudice di prime cure ha addebitato a proprio carico le intere spese di lite nonchè lamentando la violazione delle disposizioni di cui alla tariffa professionale ex D.M. n. 140 del 2012 per aver liquidato importi pari quasi al massimo rispetto allo scaglione di riferimento e per averle ripartite tra i soccombenti in solido in ragione del “differente grado di partecipazione al giudizio”.

Il ricorrente incidentale, dichiarando di aderire al quinto motivo del ricorso principale in misura parziale, censura anch’egli la sentenza impugnata per violazione dell’art. 91 c.p.c., lamentando la propria condanna alle spese di giudizio di primo grado in quanto il tribunale non avrebbe considerato come nel caso di specie vi fosse stata soccombenza parziale (desunta dal ridotto quantum del risarcimento del danno liquidato rispetto a quello richiesto in domanda e dal rigetto del risarcimento del danno iure proprio formulato da uno degli attori, zio della danneggiata deceduta).

4. In primo luogo, sono inammissibili i motivi proposti in relazione al dettato dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Va rammentato al riguardo che a norma dell’art. 348 ter c.p.c., comma 5. “Quando l’inammissibilità è fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata, il ricorso per cassazione di cui al comma precedente può essere proposto esclusivamente per i motivi di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 1), 2), 3) e 4)”. Nella specie, l’ordinanza d’inammissibilità della Corte d’appello è esplicitamente fondata sulle stesse ragioni, inerenti alle questioni di fatto, poste a base della decisione impugnata. Sicchè, il ricorso per cassazione avverso la prima sentenza non può essere proposto a norma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5; ne discende la inammissibilità parziale dei primi quattro motivi del ricorso principale.

5. Sono, in secondo luogo, infondati tutti i motivi formulati per violazione o falsa applicazione di legge.

Prima di esaminarli partitamente, va premesso che, seppure formalmente siano intitolati “Violazione o falsa applicazione di norme di diritto”, essi trattano esplicitamente (cfr. in particolare i cinque motivi del ricorso principale cui ad adiuvandum si associa parzialmente il ricorrente incidentale e l’unico motivo proposto da questi in via incidentale) di questioni di fatto, giungendo addirittura ad elencare analiticamente una serie di circostanze – pretesamente non considerate dal giudice di primo grado idonee ad escludere la responsabilità del medico e della struttura sanitaria, a ritenere errato il giudizio di quantificazione dell’ammontare del danno liquidato iure hereditario ai genitori ed al fratello della danneggiata nonchè violati i principi in tema di soccombenza – così supponendo infondatamente che la Corte di legittimità possa rendere valutazioni sul merito della controversia.

5.1. Insussistente risulta la dedotta violazione degli artt. 1218, 1226, 1228 e 2697 c.c. (primo e secondo motivo del ricorso) in ordine alla accertata responsabilità del Dott. A., all’epoca dei fatti dipendente della A.S.L. (OMISSIS) e alla sussistenza del nesso causale tra la condotta omissiva del medico e il decesso della paziente.

La duplice censura si infrange sul corretto impianto motivazionale adottato dal Tribunale che, nell’esercizio del suo insindacabile potere di giudice del merito, ha, con motivazione scevra da vizi logico – giuridici, che va in questa sede condivisa e confermata, ritenuto, per un verso, accertata sulla base delle considerazioni “lineari, motivate e logiche” espresse dal CTU, la responsabilità del medico il quale avrebbe dovuto, all’esito della mammografia e tenuto conto della sintomatologia riferita nella prescrizione medica, prescrivere immediatamente alla paziente un esame ecotomografico, senza limitarsi a suggerire un controllo a distanza di 12-18 mesi e, per l’altro, ritenuto sussistente il nesso causale secondo regole causali applicabili (e ormai costantemente applicate, per consolidata giurisprudenza) nel giudizio civile di risarcimento del danno (Cass. Sez. 3, del 08 luglio 2010 n. 16123 Rv. 613967 – 01; Cass. S.U, 11 gennaio 2008, n.576, Rv. 600899 – 01).

5.2. Parimenti infondata è la censura formulata sulla validità formale e sostanziale della C.T.U. in violazione dell’art. 195 c.p.c., (terzo motivo) tenuto conto che il giudice di prime cure ha dato adeguatamente conto in motivazione di aver respinto l’istanza di nullità della consulenza e di aver disposto la revoca della nomina del C.T.P. di parte intervenuta, confermando le argomentazioni di infondatezza già espresse con le ordinanze del 2803/19-04.2012. In particolare, il Tribunale ha ritenuto come la mancata trasmissione della relazione preliminare ai Consulenti di parte non si fosse tradotta in una insanabile violazione del contraddittorio – che poteva essere recuperata attraverso la fissazione ex novo di termini per il contraddittorio tra consulenti di parte e di ufficio – e evidenziato come la mancata redazione del verbale delle operazioni peritali non determinasse, in quanto non essenziale, la nullità della relazione; con ciò, richiamando condivisibilmente arresti consolidati della giurisprudenza di legittimità secondo cui le eventuali irritualità nell’espletamento della consulenza tecnica ne determinano la nullità solo ove incidano sulle garanzie del contraddittorio (Cass. Sez. 2, 09 febbraio 1995 n. 1457, Rv. 490345 – 01; Cass. Sez. 2, 14 aprile 1999 n. 3680, Rv. 525350 – 01; Cass. Sez. L, 07 luglio 2001 n. 9231 Rv. 548003 01).

5.3. Egualmente la sentenza impugnata si sottrae alle censure che infondatamente le vengono mosse con il ricorso con riferimento alla dedotta violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1223, 1226 e 2056 c.c., sia in relazione ai principi in materia di causalità giuridica tra evento di danno sia in relazione ai pregiudizi risarcibili (quarto motivo).

Per un verso, il giudice di merito ha correttamente applicato i principi in tema di riparto dell’onere probatorio, più volte affermati da questa Corte in materia, che consentono al creditore istante la mera allegazione dell’inesattezza dell’adempimento (per violazione di doveri accessori ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative) e fanno gravare sul debitore (sanitario/struttura) l’onere di dimostrare l’avvenuto, esatto adempimento (Cass. 12 dicembre 2013, n. 27855 Rv. 629769), accertando sulla base di complesse evidenze istruttorie l’inadempimento del sanitario e della struttura per condotta imperita.

Per l’altro, la liquidazione del danno è avvenuta nel rispetto di tutti i parametri equitativi più volte indicati da questa Corte, avendo il giudice territoriale calcolato e liquidato – tanto per il danno non patrimoniale subito dalla vittima trasmissibile per successione, quanto per quello iure proprio, patrimoniale e non patrimoniale da perdita del rapporto parentale subito dai prossimi congiunti, con apprezzamento di fatto scevro da errori logico-giuridici (e perciò solo incensurabile in questa sede), una cifra corrispondente, per quello iure successionis, alla percentuale massima di aumento del valore medio di personalizzazione previsto dalle tabelle milanesi (come puntualmente specificato in motivazione della sentenza impugnata, pag. 10) e per quello iure proprio tenendo conto della forbice dei valori monetari indicata dalle tabelle milanesi, corretta in aumento in considerazione delle circostanze del caso concreto (giovane età della defunta, particolare intensità della relazione affettiva tra i genitori e figlia) (cfr. pag. 12 in motivazione della sentenza impugnata).

5.4. Parimenti infondate sono le censure mosse alla sentenza impugnata con riferimento alla dedotta la violazione dell’art. 91 c.p.c., lamentando – sia la ricorrente principale sia quello incidentale- che siano state loro integralmente addebitate le spese processuali sebbene le controparti fossero anch’esse pure (parzialmente e integralmente) soccombenti, nonchè lamentando -la ricorrente principale- la violazione delle disposizioni di cui tariffa professionale ex D.M. n. 140 del 2012 per aver liquidato importi pari quasi al massimo rispetto allo scaglione di riferimento e per averle ripartite tra i soccombenti in solido limitandosi a dare conto del “differente grado di partecipazione al giudizio” (quinto motivo del ricorso principale e unico del ricorso incidentale).

In proposito deve rammentarsi – come questa Corte ha già avuto modo di affermare – che “l’individuazione del soccombente si compie in base principio di causalità, con la conseguenza che parte obbligata a rimborsare alle altre le spese anticipate nel processo è quella che, col comportamento tenuto fuori del processo stesso, ovvero col darvi inizio o resistervi in forme e con argomenti non rispondenti al diritto, abbia dato causa al processo o al suo protrarsi” (Cass., sez. 3^, 27 novembre 2006, n. 25141, m. 595483). Sicchè anche la soccombenza solo parziale può giustificare la condanna alle spese, non essendo censurabile in Cassazione la mancata compensazione, che è rimessa al prudente ed insindacabile apprezzamento del giudice di merito (Cass., sez. 2^, 7 giugno 1968, n. 1731, n. 333598, Cass., sez. 3^, 22 novembre 1974, n. 3792, n. 372306).

Con riguardo alla fattispecie in esame, va osservato che il tribunale ha motivatamente ritenuto che la soccombenza della azienda convenuta e del medico intervenuto avesse carattere preminente, tale da giustificare la loro condanna al pagamento delle spese del primo grado in favore degli attori con adeguato riparto interno in base al differente grado di partecipazione al giudizio.

Neppure fondato è il rilievo formulato in ordine alla disposta compensazione delle spese ed in proposito va rammentato – come questa Corte ha già avuto modo di affermare – che il provvedimento del giudice col quale vengono compensate le spese è sindacabile in sede di legittimità nei limiti della logicità e correttezza della motivazione. Il sindacato di legittimità è dunque limitato alla violazione di quel principio, esulando da esso la valutazione del giudice del merito in ordine all’opportunità di disporre o meno la compensazione, specie se si consideri, con riguardo alla fattispecie in esame, che la Corte territoriale ha motivatamente ritenuto di compensare le spese di primo grado tra l’azienda attrice e il medico intervenuto ed uno degli attori (zio della defunta rispetto al quale era stato respinta la domanda).

Del tutto infondato, infine, il rilievo formulato in relazione agli importi che il tribunale di prime cure ha liquidato con riferimento alle singole voci della tariffa professionale in quanto, come pure prospettato dalla ricorrente, essi sono stati calcolati adeguatamente all’interno degli importi minimi e massimi previsti in relazione al valore della controversia dallo scaglione di riferimento.

6. In definitiva, sia il ricorso principale che quello incidentale devono essere respinti.

7. La ricorrente principale e il ricorrente incidentale vanno condannati in solido a rivalere la controparte delle spese sopportate nel giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 – quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1 – bis.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso principale e quello incidentale e condanna la ricorrente principale e il ricorrente incidentale in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione in favore dei controricorrenti, che liquida in complessivi Euro 13.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfetarie nella misura del 15 per cento ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale e del ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Terza Sezione Civile, il 10 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 5 luglio 2017

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