Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16471 del 27/07/2011

Cassazione civile sez. II, 27/07/2011, (ud. 09/06/2011, dep. 27/07/2011), n.16471

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PETITTI Stefano – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

Dott. CARRATO Aldo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

LE STREGHE s.n.c., in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentato e difeso, in virtù di procura speciale a margine del

ricorso, dall’Avv. Cirri Sepe Quarta Francesco Amerigo, elettivamente

domiciliato nello studio dell’Avv. Aprile Giuseppe in Roma, viale

Delle Milizie, n. 38;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI ROMA, rappresentato e difeso, in forza di procura speciale

a margine del controricorso, dall’Avv. B.M.,

elettivamente domiciliato negli Uffici dell’Avvocatura comunale in

Roma, via del Tempio di Giove, n. 21;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza del Giudice di pace di Roma in data 20 gennaio

2009.

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 9

giugno 2011 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

udito l’Avv. Francesco Amerigo Cirri Sepe Quarta;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. VELARDI Maurizio, che ha concluso per

l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

OSSERVA

Ritenuto che con ricorso ai sensi della L. 24 novembre 1981, n. 689, depositato in data 31 dicembre 2008, la s.n.c. Le Streghe, in persona del legale rappresentante pro tempore, ha impugnato dinanzi al Giudice di pace di Roma un avviso con il quale il Comune di Roma aveva ad essa intimato il pagamento della somma di Euro 3.319,05, a titolo di indennità di occupazione abusiva di spazi ed aree pubbliche con opere di carattere temporaneo;

che l’adito Giudice di pace, con ordinanza in data 20 gennaio 2009, pronunciata prima dell’instaurazione del contraddittorio, ha dichiarato l’inammissibilità del ricorso, sul rilievo che “l’iter processuale prescelto dal ricorrente ex L. n. 689 del 1981 non prevede l’opponibilità, secondo detto iter, del provvedimento impugnato, ammesso che lo stesso possa essere considerato definitivo, essendo necessario proporre opposizione ex art. 615 cod. proc. civ. in quanto opposizione all’esecuzione”;

che per la cassazione di detta ordinanza la società Le Streghe ha proposto ricorso, con atto notificato il 4 dicembre 2009, sulla base di un motivo;

che ha resistito, con controricorso, il Comune di Roma;

che in prossimità dell’udienza la ricorrente ha depositato una memoria illustrativa.

Considerato che il Collegio ha deliberato l’adozione di una motivazione semplificata;

che, preliminarmente, va rigettata l’eccezione di nullità del controricorso sollevata dalla ricorrente con la memoria depositata in prossimità dell’udienza, in ragione del dedotto difetto di autorizzazione a stare in giudizio da parte della giunta municipale;

che, infatti, il Comune di Roma si è costituito in giudizio in persona del Sindaco pro tempore, on. A.G., il quale ha sottoscritto la procura speciali alle liti all’Avv. B. M.;

che va fatta applicazione del principio di diritto per cui nel nuovo ordinamento delle autonomie locali, la rappresentanza processuale del Comune spetta istituzionalmente al Sindaco, cui compete, in via esclusiva, il potere di conferire al difensore la procura alle liti, senza necessità di autorizzazione della giunta municipale, salvo che una disposizione statutaria la richieda espressamente, spettando in tal caso alla parte interessata provare la carenza di tale autorizzazione producendo idonea documentazione (Cass., Sez. lav., 10 giugno 2010, n. 13968);

che nelle specie la parte che ha sollevato l’eccezione non ha dimostrato che lo statuto del Comune di Roma richieda l’autorizzazione della giunta municipale per il conferimento della procura alle liti da parte del Sindaco;

che, sempre in via preliminare, deve essere respinta l’eccezione di inammissibilità sollevata dal Comune controricorrente, ad avviso del quale il mezzo di impugnazione esperibile sarebbe, non il ricorso per cassazione, ma l’appello;

che è esatto che per effetto delle modifiche recate dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 26, il quale ha soppresso l’u.c., della L. n. 689 del 1981, art. 23, a far data dal 2 marzo 2006 il rimedio dell’appello è divenuto generale strumento di impugnazione delle sentenze pronunciate in primo grado in materia di opposizione a sanzione amministrativa, nonchè avverso le ordinanze di cui al citato art. 23, comma 5, con le quali, in caso di assenza in udienza dell’opponente, il giudice può convalidare il provvedimento impugnato, ove non ne risulti dagli atti la manifesta illegittimità, rimanendo impugnabili con ricorso diretto per cassazione soltanto le ordinanze che dichiarano inammissibile l’opposizione per tardiva proposizione, ai sensi del medesimo art. 23, comma 1 (Cass., Sez. 2, 4 gennaio 2011, n. 182);

che, tuttavia, occorre considerare che l’ordinanza di inammissibilità è stata pronunciata nella specie proprio ai sensi della L. n. 689 del 1981, art. 23, comma 1, prima dell’instaurazione del contraddittorio;

che, pertanto, come già ritenuto in fattispecie analoga da questa Corte (Sez. Un., 30 marzo 2011, n. 7190), l’ordinanza di inammissibilità (non importa se per ragioni diverse dalla tardività) correttamente è stata impugnata direttamente con il ricorso per cassazione, giacchè, al fine di individuare il regime impugnatorio del provvedimento che ha deciso la controversia, assume rilevanza la forma adottata dal giudice, ove la stessa sia frutto di consapevole scelta, che può essere anche implicita e desumibile dalle modalità con le quali si è in concreto svolto il relativo procedimento (Cass., Sez. Un., 11 gennaio 2011, n. 390);

che, con l’unico motivo (violazione dell’art. 615 c.p.c., comma 1, della L. n. 689 del 1981, artt. 22 e ss. e dell’art. 156 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), la ricorrente lamenta che il Giudice di pace abbia pronunciato l’inammissibilità del ricorso senza procedere all’esatta qualificazione del ricorso e senza verificare se sussistessero i presupposti per disporre il passaggio del rito;

che la censura è fondata;

che la proposizione di una domanda (nella specie, l’impugnazione di un avviso di pagamento dell’indennità di occupazione; abusiva) secondo le movenze del procedimento di opposizione ad ordinanza- ingiunzione, ai sensi della L. n. 689 del 1981, anzichè con il rito dell’opposizione all’esecuzione, ex art. 615 cod. proc. civ., non è, di per sè, causa di inammissibilità della domanda stessa nè di invalidità assoluta del giudizio, essendo il giudice tenuto, anche d’ufficio, a disporre la conversione del rito e a fissare un termine per l’eventuale integrazione dell’atto introduttivo (cfr. Cass., Sez. 1, 12 aprile 2002, n. 5279; Cass., Sez. 1, 18 agosto 2006, n. 18201);

che, pertanto, il ricorso deve essere accolto;

che, cassata l’ordinanza impugnata, la causa deve essere rinviata al Giudice di pace di Roma, che la deciderà in persona di diverso giudicante;

che il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa l’ordinanza impugnata e rinvia, la causa, anche per le spese, al Giudice di pace di Roma, in persona di diverso giudicante.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione 2 Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 9 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 27 luglio 2011

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