Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16466 del 04/07/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 04/07/2017, (ud. 16/02/2017, dep.04/07/2017),  n. 16466

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26247-2015 proposto da:

S.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEGLI

SCIPIONI 252, presso lo studio dell’avvocato LUCA SACCONE, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

ROMA CAPITALE (C.F. (OMISSIS)), in persona del Commissario pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL TLMPIO DI GIOVE

21, presso l’Avvocatura Capitolina, rappresentata e difesa

dall’avvocato GUGLIELMO FRIGENTI;

– controricorrente –

e contro

ATER – AZIENDA TERRITORIALE EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA DEL COMUNE

ROMA (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore Generale pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PAOLUCCI DE CALBOLI

20-E, presso lo studio dell’avvocato EDMONDA ROLLI, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2371/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 13/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 16/02/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI.

Fatto

PREMESSO

– La Corte d’appello di Roma, con sentenza 13.5.2015 n. 2371, ha rigettato l’appello proposto da S.E., confermando la decisione di prime cure e ritenendo infondata la contestazione mossa dalla appellante – subentrata al coniuge nell’assegnazione di immobile destinato ad edilizia residenziale pubblica – al decreto di rilascio emesso dall’ATER di Roma ed al decreto di decadenza per sopravvenuta mancanza dei requisiti di legge, avendo tali enti applicato la L.R. Lazio n. 12 del 1999, art. 1, che stabiliva che l’assegnatario non dovesse, tra l’altro, essere titolare di beni patrimoniali per un valore complessivo determinato dal regolamento di attuazione n. 2/2000 in misura non superiore ad Euro 100.000,00 requisito non assolto dalla S..

– La sentenza di appello non notificata è stata impugnata per cassazione dalla soccombente con un unico motivo articolato in plurime censure relative ad “errores in judicando” ed “in procedendo” e vizio di motivazione.

– Resistono con distinti controricorsi l’ATER di Roma ed il Comune di Roma Capitale.

Diritto

RITENUTO

La ricorrente, deducendo il vizio di violazione del D.P.R. n. 1035 del 1972, artt. 11 e 18, L.R. Lazio n. 12 del 1999, art. 11 e dell’art. 14 del regolamento di attuazione n. 2/2000, nonchè per violazione dell’art. 112 c.p.c. e per omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione tra le parti, ripropone in sede di legittimità gli stessi argomento posti a fondamento dell’appello secondo cui:

– la S. sarebbe subentrata nel rapporto locativo di cui era parte il defunto coniuge assegnatario dell’alloggio ERP;

– in difetto di un provvedimento giudiziale volto a pronunciare la risoluzione del contratto di locazione, non poteva configurarsi una “occupazione sine titulo” e dunque il presidente dell’ATER non avrebbe potuto emettere Decreto n. 80359/2011 di rilascio dell’immobile;

– in conseguenza il giudice di merito venendo ad esaminare e ritenere integrati i presupposti legali richiesti per la adozione del provvedimento di decadenza avrebbe pronunciato “extrapetita”.

Inammissibile la censura ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, priva di supporto argomentativo in fatto e diritto, ed infondata la censura di extrapetizione ex art. 112 c.p.c., in quanto il Giudice di appello ha avuto ben chiara la questione devoluta alla sua cognizione, avendo espressamente ritenuto la legittimità del provvedimento di decadenza sul presupposto che “lo scioglimento del vincolo contrattuale” altro non era che effetto di detto provvedimento “non essendo previsto che debba essere formalmente richiesta la risoluzione del contratto”, deve ritenersi manifestamente infondato anche il motivo con il quale si deduce il vizio di violazione delle norme di diritto che regolano la fattispecie controversa.

La L.R. Lazio n. 12 del 1999, all’art. 11, comma 1, stabilisce tra i requisiti soggettivi per l’accesso all’edilizia residenziale pubblica destinata all’assistenza abitativa, che debbono essere “posseduti da parte del richiedente per tutta la durata del rapporto” (comma 2), anche la “c) mancanza di titolarità di diritti di proprietà, usufrutto, uso ed abitazione su alloggio adeguato alle esigenze del nucleo familiare nell’ambito territoriale del bando di concorso e nel comune di residenza, qualora diverso da quello in cui si svolge l’attività lavorativa e, comunque, nell’ambito del territorio nazionale, su beni patrimoniali di valore complessivo superiore al limite definito nel regolamento di cui all’art. 17, comma 1”. La stessa legge regionale all’art. 13 disciplina alcune condizioni che comportano la decadenza dalla assegnazione e prescrive che l’assegnatario “decade automaticamente dall’assegnazione ed il contratto di locazione è risolto di diritto”, rinviando al regolamento per la disciplina di ulteriori ipotesi di decadenza (comma 3).

Al riguardo il regolamento regionale n. 2/2000, all’art. 14 dispone “1. Fatto salvo quanto previsto dalla L. n. 12 del 1999, art. 13, il comune competente per territorio dispone, su proposta dell’ente gestore, con motivato provvedimento, la decadenza dall’assegnazione dell’alloggio nei confronti di chi:…. b) abbia perduto i requisiti di cui alla L.R. n. 12 del 1999, art. 11, eccezione fatta per il requisito di cui al comma 1, lettera e) del citato articolo…4. A seguito del provvedimento con cui il comune dispone la decadenza dall’assegnazione, l’ente gestore attiva le procedure per il rilascio dell’alloggio ai sensi della normativa vigente”.

Il provvedimento di rilascio è disciplinato dal D.P.R. n. 1035 del 1972, art. 18, che attribuisce la competenza al Presidente dell’ATER il quale adotta “con proprio decreto, il rilascio degli alloggi di edilizia residenziale pubblica occupati senza titolo”.

Il complesso normativo sopra esaminato, ricollega pertanto la emissione del decreto di condanna al rilascio dell’immobile al difetto del “titolo di assegnazione” dal quale soltanto dipende la qualificazione come legittima od abusiva della occupazione dell’immobile, non venendo in questione al riguardo la disciplina negoziale dell’attuazione del rapporto obbligatorio contenuta nel contratto stipulato, non essendo configurabile un titolo di detenzione dell’immobile autonomo dal titolo di assegnazione, con la conseguenza che in assenza di un provvedimento di assegnazione -in quanto mai emesso ovvero successivamente revocato od annullato o divenuto inefficace per decadenza dallo stesso – la occupazione dell’immobile deve qualificarsi sempre come “abusiva”, legittimando il ricorso dell’ente al procedimento di rilascio.

La relazione di condizionamento necessario tra titolo di assegnazione e contratto, secondo il principio “simul stabunt, simul cadent”, trova fondamento nella stessa normativa richiamata laddove si prevede espressamente che, qualora risulti che la consegna dell’alloggio è avvenuta in violazione delle norme vigenti, “L’annullamento dell’assegnazione comporta la risoluzione di diritto del contratto” (D.P.R. n. 1035 del 1972, art. 16, comma 5); o ancora che, nei casi di utilizzo dell’immobile in contrasto con gli scopi della legge “La revoca dell’assegnazione comporta la risoluzione di diritto del contratto” (D.P.R. n. 1035 del 1972, art. 17, comma 2); ovvero che, nel caso di accertamento del venire meno dei requisiti legali per conseguire il titolo di assegnazione, l’occupante l’alloggio ERP “decade automaticamente dall’assegnazione ed il contratto di locazione è risolto di diritto” (L.R. Lazio n. 12 del 1999, art. 13, comma 1, che rinvia al regolamento la individuazione di ulteriori ipotesi di decadenza: “3. Altri casi di decadenza dell’assegnazione e relative procedure sono disciplinate nel rispetto dei criteri generali determinati nel regolamento di cui all’art. 17, comma 1”).

La disposizione di cui all’art. 14 del regolamento regionale n. 2/2000, individuando tra gli altri casi di decadenza anche il superamento del limite di valore pari ad Euro 100.000 O dei beni patrimoniali a disposizione dell’assegnatario, viene a d e attuare la predetta norma di legge regionale, prevedendo che “4. A seguito del provvedimento con cui il comune dispone la decadenza dall’assegnazione, l’ente gestore attiva le procedure per il rilascio dell’alloggio ai sensi della normativa vigente”, laddove il “continuum” procedimentale istituito tra il provvedimento di decadenza e quello di rilascio implica necessariamente quale effetto riconducibile alla decadenza lo scioglimento del rapporto contrattuale, come previsto, per l’appunto, dell’art. 13, comma 1 della Legge Regionale.

La statuizione della Corte d’appello che accerta la legittimità del provvedimento di decadenza per sopravvenuta carenza del requisito legale concernente il valore dei beni patrimoniali, sul presupposto della automatica risoluzione del contratto sottostante, è dunque conforme a diritto e va esente dalla censura prospettata.

Osserva il Collegio, peraltro, che – secondo quanto è dato evincere dalla lettura del decreto di rilascio del Presidente ATER, riportato per esteso nel ricorso per cassazione – il provvedimento di decadenza dall’assegnazione dell’alloggio ERP, disposto con decreto dirigenziale del Comune di Roma n. 278/2010, era intervenuto su una situazione giuridica non ancora definita, atteso che “la voltura contrattuale dell’assegnatario dell’alloggio” era subordinata all’esito degli accertamenti in ordine alla sussistenza dei requisiti legali previsti per l’assegnazione.

Ne segue che la tesi sostenuta dalla ricorrente si palesa infondata oltre che in diritto anche in fatto, tenuto conto che in difetto di “voltura” ossia in mancanza di novazione soggettiva nel rapporto contrattuale avente ad oggetto il godimento dell’immobile, neppure si poneva la esigenza di una risoluzione dell’originario contratto locativo, in quanto da ritenersi cessato con la morte del precedente assegnatario. Se infatti il D.P.R. n. 1035 del 1972, art. 12, prevede che “In caso di decesso del concorrente, hanno diritto all’eventuale assegnazione dell’alloggio ” (ove in possesso dei requisiti legali), ciò non determina anche l’automatica successione nel rapporto contrattuale atteso che, come affermato da questa Corte, in materia di locazione di immobili dell’edilizia residenziale pubblica, l’unico titolo che abilita alla locazione è l’assegnazione, di tal che in caso di morte dell’assegnatario si determina la cessazione dell’assegnazione locazione ed il ritorno dell’alloggio nella disponibilità dell’ente, il quale può procedere, nell’esercizio del suo potere discrezionale, ad una nuova assegnazione, eventualmente a favore dei soggetti indicati nel D.P.R. 30 dicembre 1972, n. 1035, art. 12, che, in qualità di conviventi ed in presenza delle altre condizioni generali previste dalla normativa, hanno un titolo preferenziale per l’assegnazione, laddove va escluso possa configurarsi, in base ad un’interpretazione dei principi generali in materia di edilizia residenziale pubblica, un diritto al subentro automatico (cfr. Corte Cass. Sez. 1, Sentenza n. 18738 del 17/09/2004).

In conclusione il ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna della parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità liquidate in dispositivo.

PQM

 

rigetta il ricorso principale.

Condanna la ricorrente al pagamento in favore dei controricorrenti, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida, per ciascun resistente, in Euro 4.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1 comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 16 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2017

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