Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16451 del 05/08/2016


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Cassazione civile sez. trib., 05/08/2016, (ud. 03/05/2016, dep. 05/08/2016), n.16451

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIELLI Stefano – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – rel. Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. PERRINO Angelina Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28409-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

D.M.G., titolare dell’omonima Ditta ind.le Confezioni

D.M.G., elettivamente domiciliato in ROMA VIA VESTRICIO SPURINNA

105, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRA GALLINI,

rappresentato e difeso dall’avvocato NICOLA FABRIZIO SOLIMINI giusta

delega in calce;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 908/2014 della COMM.TRIB.REG. della PUGLIA, ,

depositata il 15/04/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/05/2016 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI;

udito per il ricorrente l’Avvocato URBANI NERI che ha chiesto

l’accoglimento;

udito per il controricorrente l’Avvocato DAMASCELLI per delega

verbale dell’Avvocato SOLIMINI che ha chiesto il rigetto;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’inammissibilità e in

subordine il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Nei confronti di D.M.G. vennero emessi due avvisi di accertamento a fini IVA per gli anni 2005 e 2006 con cui si recuperava l’imposta non versata in violazione del D.L. n. 331 del 1993, art. 50 bis convertito con L. n. 427 del 1993 per l’utilizzo di deposito fiscale gestito da Work System s.r.l. senza l’apposita autorizzazione e solo virtualmente. La CTR, confermando la decisione di primo grado, ha rigettato l’appello proposto dall’Ufficio sulla base della seguente motivazione.

Assorbente è il difetto di competenza funzionale dell’Agenzia delle Entrate. Trattandosi di IVA all’importazione, che è un diritto di confine accertato e riscosso al momento dell’importazione (mentre l’autofatturazione della merce in uscita dal deposito è operazione neutra di compensazione dell’IVA nazionale a debito con quella a credito), legittimata all’applicazione delle sanzioni è unicamente l’Agenzia delle Dogane, quale organo competente in ordine ai diritti doganali.

Ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia delle Entrate sulla base di due motivi. Resiste con controricorso il contribuente.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c. ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4. Osserva la ricorrente che fin dagli avvisi di accertamento era stata contestata l’indebita detrazione di imposta pari all’importo non corrisposto al momento della estrazione delle merci dal deposito IVA e che tale imposta, non versata per effetto della simulazione posta in essere con l’autofatturazione, aveva natura di IVA interna e non di IVA all’importazione in quanto tale. Lamenta che la CTR ha omesso di pronunciare sull’oggetto effettivo del giudizio, costituito dalla detrazione IVA.

Con il secondo motivo si denuncia violazione del D.L. n. 331 del 1993, art. 50 bis, comma 5, convertito con L. n. 427 del 1993 e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 70 ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4. Osserva la ricorrente che, essendo risultato il deposito meramente virtuale, e non essendovi stato accertamento dell’Agenzia delle Dogane per il recupero dell’IVA all’importazione, competente era in ordine al disconoscimento delle detrazioni d’imposta contenute nelle autofatture l’Agenzia delle Entrate (l’IVA all’importazione al momento dell’estrazione delle merci dal deposito viene esposta in autofattura e compensata con l’IVA a credito).

Il ricorso è inammissibile per carenza del requisito di cui all’art. 366 c.p.c., n. 3. Per soddisfare il requisito dell’esposizione sommaria dei fatti di causa prescritto, a pena d’inammissibilità del ricorso per cassazione, dall’art. 366 c.p.c., n. 3 il ricorso deve contenere gli elementi indispensabili per una precisa cognizione dell’origine e dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle posizioni in esso assunte dalle parti in modo da consentire alla Corte di cassazione di conoscere dall’atto, senza attingerli “aliunde”. Non è necessario che tale esposizione costituisca parte a sè stante del ricorso, ma è sufficiente che essa risulti in maniera chiara dal contesto dell’atto, attraverso lo svolgimento dei motivi (fra le tante da ultimo Cass. 8 luglio 2014, n. 15478). Il disposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, secondo cui il ricorso per cassazione deve contenere, a pena d’inammissibilità, l’esposizione sommaria dei fatti di causa, non può ritenersi osservato tramite la mera riproduzione della sentenza impugnata, allorchè quest’ultima non contenga la descrizione dello svolgimento del processo, nè una chiara esposizione del fatto sostanziale e processuale (Cass. 16 settembre 2013, n. 21137).

Come eccepito nel controricorso, dal ricorso, esaminato complessivamente, non si ricava quale sia stato l’oggetto dell’originario ricorso di primo grado e delle difese dell’Ufficio, nè tanto meno il contenuto della sentenza di primo grado. Non risulta neanche esposto il contenuto dell’atto di appello (non è neanche precisato che l’appello è stato proposto dall’Ufficio), se non per un breve passaggio richiamato nell’articolazione del primo motivo. Tali lacune non sono colmate dalla riproduzione della sentenza impugnata, poichè di questa non risulta riprodotta la parte relativa allo svolgimento del processo, ma solo quella relativa ai motivi della decisione.

Nei motivi di ricorso si afferma che oggetto della contestazione tributaria non era il mancato versamento dell’IVA all’importazione, ma il disconoscimento della detrazione dell’IVA operata mediante l’autofatturazione. La CTR afferma invece che trattasi di IVA all’importazione. In mancanza della sommaria esposizione dei fatti di causa, e della conseguente precisazione dell’origine e dell’oggetto della controversia (non si conoscono, in particolare, i motivi dell’originaria impugnazione proposta dal contribuente), non può essere effettuato il sindacato di legittimità della sentenza impugnata.

L’obbligo di versare, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, non può trovare applicazione nei confronti delle Amministrazioni dello Stato che, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (Cass. 29 gennaio 2016, n. 1778; 14 marzo 2014 n. 5955).

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna la ricorrente al rimborso delle spese processuali che liquida in Euro 1.467,50 per compenso, oltre per esborsi Euro 200,00 e gli oneri di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 5 agosto 2016

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