Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16440 del 10/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/06/2021, (ud. 15/01/2021, dep. 10/06/2021), n.16440

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. TEDESCO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. FORTUNATO Giuseppe – Consigliere –

Dott. DONGIACOMO Giuseppe – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 34588-2019 proposto da:

I.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SINUESSA 15, presso

lo studio dell’avvocato MARIA AGATA TESTA, rappresentato e difeso

dagli avvocati GIANCARLO VIOLANTE RUGGI D’ARAGONA, ANTONIO SALEMME;

– ricorrente –

D.G.;

– intimato –

avverso l’ordinanza n. 31257/2018 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

di ROMA, depositata il 04/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/01/2021 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE TEDESCO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

La Corte d’appello di Napoli ha dichiarato inammissibile l’appello proposto da I.A. contro la sentenza di primo grado resa nel contraddittorio con D.G.. A giustificazione della decisione, la Corte distrettuale rilevava che l’impugnazione era stata notificata a mezzo pec l’ultimo giorno utile, ma con missiva inoltrata dopo le ore 21:00. Essendosi così la notificazione perfezionata, in forza di espressa previsione di legge (D.L. n. 179 del 2012, art. 16-septies), alle ore 7:00 del giorno successivo, conseguiva da ciò l’inammissibilità dell’impugnazione, in quanto proposta dopo il decorso del termine.

Per la cassazione della sentenza la I. ha proposto ricorso, chiedendo, fra l’altro, sollevarsi la questione di costituzionalità della norma sulla quale si fondava la declaratoria di inammissibilità dell’appello.

La Corte di cassazione, richiamati i propri precedenti, che deponevano nel senso della inapplicabilità, alla notifica a mezzo pec, del principio della scissione degli effetti della notificazione per il notificante e il notificato, ha rigettato il ricorso con ordinanza n. 31257 del 2018.

Avverso tale decisione, la I. propone ricorso per revocazione sulla base di due motivi. Con il primo motivo si sostiene che l’errore di fatto, tale da giustificare la revocazione dell’ordinanza, è identificabile in ciò: la Suprema Corte, pur menzionando nella sintesi della censura l’eccezione di incostituzionalità della norma, ha poi omesso ogni considerazione della stessa, senza tuttavia usare argomenti idonei alla sua confutazione. Si rappresenta che, nella memoria depositata in vista dell’adunanza, era stata sollecitata la sospensione del processo in attesa della pronuncia della Consulta. Tale pronuncia è poi intervenuta e con essa è stata dichiarata la incostituzionalità della norma, così espunta dall’ordinamento. Con il secondo motivo si sostiene che la revocazione del provvedimento della Corte di cassazione si giustifica anche sotto un diverso profilo. La espulsione dall’ordinamento della norma giuridica, in dipendenza della dichiarazione di illegittimità costituzionale della stessa, deve assimilarsi, agli effetti della revocazione, a una o l’altra delle ipotesi previste all’art. 395 c.p.c., nn. 2 e 3.

D.G. è rimasto intimato.

La causa è stata chiamata dinanzi alla sesta sezione civile della Suprema Corte su conforme proposta del relatore di inammissibilità del ricorso. Il ricorso è inammissibile. Non è configurabile l’assimilazione, proposta dalla ricorrente, della presente fattispecie a quella del mancato esame di un motivo di ricorso nella erronea supposizione della sua inesistenza. Le Sezioni Unite di questa Corte, nell’ammettere che la mancata decisione su uno o più motivi possa giustificare la revocazione, ha precisato tuttavia doversi escludere “il vizio revocatorio tutte volte che la pronunzia sul motivo sia effettivamente intervenuta, anche se con motivazione che non abbia preso specificamente in esame alcune delle argomentazioni svolte come motivi di censura del punto, perchè in tal caso è dedotto non già un errore di fatto (quale svista percettiva immediatamente percepibile), bensì un’errata considerazione e interpretazione dell’oggetto di ricorso e, quindi, un errore di giudizio” (Cass., S.U., n. 31032/2019).

In applicazione di tale principio, a maggior ragione si deve negare la ricorrenza di un errore di fatto rispetto alla decisione impugnata, nella quale la questione di costituzionalità – che era stata proposta in via subordinata rispetto a una interpretazione della norma che avrebbe giustificato l’accoglimento del motivo di ricorso cui la questione si correlava – è espressamente menzionata. Nel seguito del provvedimento, il Collegio, nell’esame del motivo di ricorso, richiama una pluralità di precedenti che disattendevano l’interpretazione proposta dalla ricorrente. Secondo i precedenti richiamati la scelta del legislatore, fatta con la norma poi oggetto del vaglio della Consulta, “era intesa a tutelare il diritto di difesa del destinatario della notificazione senza condizionare irragionevolmente quella del mittente” (Cass. n. 30766/2017).

Tali considerazioni della decisione oggetto del presente ricorso, in quanto fondate su precedenti conformi, si atteggiano quale implicita valutazione di manifesta infondatezza della questione di costituzionalità. Si è pertanto in presenza della denuncia di un errore di giudizio e non di u errore revocatorio, che, con riferimento ai provvedimenti della Corte di cassazione, presuppone l’esistenza di divergenti rappresentazioni dello stesso oggetto, emergenti una dalla sentenza e l’altra dagli atti e documenti di causa (Cass., S.U., n. 31032/2019 cit.).

A un attento esame l’errore revocatorio è fatto discendere dalla ricorrente non in base a una valutazione intrinseca di ciò che è successo, ma, ex post, dal seguito degli eventi: la questione di costituzionalità, già pendente quando la causa fu decisa, è stata poi ritenuta fondata dal giudice delle leggi (Cost. n. 75 del 2019). In questi termini la ricorrente si duole che la propria causa sia stata decisa sulla base di una norma poi dichiarata illegittima e che l’esito sarebbe stato diverso se la Corte di cassazione avesse dato seguito alla questione o avesse sospeso il giudizio. Ma è facile osservare che tale esito non trasforma la scelta della Corte, di risolvere la lite dando continuità ai precedenti, in errore di fatto. Costituisce principio acquisito che “nel quadro della disciplina di cui all’art. 42 c.p.c. – come novellato dalla L. 26 novembre 1990, n. 353 – non vi è più spazio per una discrezionale e non sindacabile facoltà di sospensione del processo esercitata dal giudice al di fuori dei casi tassativi di sospensione legale, derivandone, così, l’impugnabilità, ai sensi del citato art. 42 c.p.c., di ogni provvedimento di sospensione del processo, quale che ne sia la motivazione, e la conseguente fondatezza del ricorso ogni qualvolta non si sia in presenza di un caso di sospensione espressamente prevista dalla legge o rientrante nell’ipotesi prevista dall’art. 34. Va, pertanto, accolto il ricorso proposto avverso l’ordinanza con la quale il giudice abbia sospeso il giudizio in relazione alla pendenza di questione di costituzionalità sollevata in altro processo, dovendo in tal caso il giudice, qualora ritenga rilevante la questione, investire a sua volta la Corte costituzionale e successivamente procedere alla sospensione del giudizio” (Cass. n. 16198/2013; n. 24946/2006).

In quanto alla questione, proposta con il secondo motivo, in disparte il rilievo che contro le sentenze e le ordinanze della Corte di cassazione, la revocazione è proponibile solo per errore di fatto (Cass. n. 5756/1993; n. 944/1988), è chiaro che la ricorrente propone pur sempre la medesima questione: se la Corte di cassazione avesse fatto una scelta diversa, tenuto conto della successiva decisione della Corte costituzionale, l’esito del giudizio sarebbe stato diverso. Non resta, pertanto, che ribadire che la verifica dell’errore, al fine di stabilirne la natura, non risente di simili considerazioni. Così come non sarebbe stata concepibile la denuncia di un errore revocatorio se il giudizio di costituzionalità si fosse concluso con il rigetto, analogamente la scelta di non dare seguito alla questione, compiuta con il provvedimento di cui (inammissibilmente) si pretende la revocazione, non diventa errore di fatto solo perchè la questione di costituzionalità è stata invece ritenuta fondata.

Il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile.

Nulla spese.

Ci sono le condizioni per dare atto D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater della “sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13, se dovuto”.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 6 – 2 Sezione civile della Corte suprema di cassazione, il 15 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA