Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16417 del 04/07/2017


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Cassazione civile, sez. un., 04/07/2017, (ud. 11/10/2016, dep.04/07/2017),  n. 16417

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CANZIO Giovanni – Primo Presidente –

Dott. RORDORF Renato – Presidente Aggiunto –

Dott. AMOROSO Giovanni – Presidente di Sez. –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. BIELLI Stefano – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – rel. Consigliere –

Dott. DI IASI Camilla – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1354/2016 proposto da:

S.A.L.C. S.P.A., in proprio e nella qualità di capogruppo mandataria

dell’ATI costituita con la S.M. s.r.l., in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIALE AMERICA 11, presso lo studio degli avvocati ANDREA

MUSENGA e DAVIDE ANGELUCCI, che la rappresentano e difendono, per

delega in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

COOPERATIVA MURATORI & CEMENTISTI – C.M.C. DI RAVENNA, in proprio

e nella qualità di mandataria del Raggruppamento Temporaneo di

Imprese comprendente le mandanti CONSCOOP Soc. Coop., Ubaldi

Costruzioni s.p.a., Arco Lavori s.c., in persona del Presidente pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PRINCIPESSA CLOTILDE

2, presso lo studio dell’avvocato ANGELO CLARIZIA, che la

rappresenta e difende, per delega a margine del controricorso;

– controricorrente –

contro

REGIONE MARCHE, in persona del Presidente della Giunta regionale pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA SCIRE’ 15, presso lo

studio dell’avvocato VITO IORIO, che la rappresenta e difende, per

delega a margine dell’atto di costituzione;

– resistente –

e contro

AGENZIA REGIONALE SANITARIA, DIRIGENTE POSIZIONE DI FUNZIONE

DELL’AGENZIA REGIONALE SANITARIA, ASUR MARCHE, INRCA – ISTITUTO

NAZIONALE DI RIPOSO E CURA PER ANZIANI, AI COMMISSARI GIUDIZIALI

DELLA PROCEDURA DI CONCORDATO PREVENTIVO S.M. S.P.A.

PRESSO IL TRIBUNALE DI BARI;

– intimati –

avverso la sentenza n. 76/2016 del CONSIGLIO DI STATO, depositata il

13/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

11/10/2016 dal Consigliere Dott. GIACOMO TRAVAGLINO;

uditi gli avvocati Andrea MUSENGA, Vito IORIO e Angelo CLARIZIA;

udito il P.M., in persona dell’Avvocato Generale Dott. IACOVIELLO

Francesco Mauro, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

I FATTI

1. Il Tribunale amministrativo regionale delle Marche respinse il ricorso proposto dalla CMC (acronimo della società Cooperativa Muratori Cementisti) avverso il provvedimento di affidamento, da parte della regione, all’R.T.I. (costituito dalla mandataria SALC e dalla mandante M. s.r.l.), dell’appalto per la costruzione di un complesso immobiliare comprendente l’Ospedale di rete di Ancona.

1.1. L’appalto era stato assegnato in esito allo scorrimento della graduatoria, D.Lgs. n. 163 del 2006, ex art. 140, disposto a seguito dell’assoggettamento dell’originaria aggiudicataria (la Cooperativa Edil strade Imolese) a liquidazione coatta amministrativa.

1.2. Avverso la sentenza propose appello la CMC.

2. Il Consiglio di Stato accolse l’impugnazione, annullando l’affidamento dell’appalto alla SALC, dichiarando inefficace il relativo contratto e ordinando il subingresso della CMC nel relativo rapporto.

3. La sentenza del giudice amministrativo è stata impugnata dalla SALC con ricorso per cassazione ex art. 362 c.p.c., con il quale si lamenta il difetto assoluto di giurisdizione in capo al G.A. e l’usurpazione della funzione legislativa da parte del massimo organo di giustizia amministrativa.

Diritto

LE RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso è manifestamente infondato.

1.1. Con il primo motivo, si denuncia difetto assoluto di giurisdizione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1, art. 110 C.p.A.) – violazione dell’art. 125 comma 4 C.p.A..

1.2. Con il secondo motivo, si denuncia difetto di giurisdizione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1, art. 110 C.p.A.) – violazione dell’art. 125 comma 4 C.p.A..

1.3. Con il terzo motivo, si denuncia difetto di giurisdizione per usurpazione della funzione legislativa (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1, art. 110 C.p.A.) – violazione dell’art. 125 comma 4 C.p.A..

1.4. Con il quarto motivo, si denuncia difetto di giurisdizione per eccesso relativo di potere giurisdizionale e per pronuncia del tutto estranea all’alveo della giurisdizione amministrativa (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 1, art. 110 C.p.A.) – violazione degli artt. 133, 134 e 125 comma 4 C.p.A..

2. Tutti i motivi di doglianza sono destituiti di giuridico fondamento.

3. Lamenta, nella sostanza, la società ricorrente:

3.1. La sottrazione ad ogni giudice del potere di decidere della sorte del contratto, tale essendo la ratio dell’art. 125 comma 4 del codice del processo amministrativo;

3.2. La carenza di potestà di azione in capo al privato, difettando

in via assoluta la giurisdizione del giudice amministrativo;

3.3. L’invasione della sfera riservata al legislatore, in ipotesi di violazione di tale principio da parte del G.A.;

3.4. L’illegittimo esercizio di poteri cognitori propri del sindacato di merito da parte del Consiglio di Stato, fuori dai casi previsti dall’art. 134 C.p.A..

4. Nessuna delle esposte censure coglie nel segno.

5. La questione di diritto che viene posta a queste sezioni unite gravita, nella sua composita essenza, intorno alla portata applicativa dell’art. 125 comma 4 c.p.a., illegittimamente interpretato dal Consiglio di Stato – a detta di parte ricorrente – sotto il duplice, concorrente aspetto della privazione di effetti di un contratto in una materia sottratta alla giurisdizione e dell’arbitraria invasione della sfera riservata al legislatore.

5.1. La questione esula tout court da quelle proponibili ai sensi dell’art. 362 c.p.c..

5.2. Va in premessa rilevato come non appaia revocabile in dubbio che al giudice amministrativo sia riservato il compito di decidere della sorte del contratto all’esito dell’annullamento dell’aggiudicazione, e, in particolare, la facoltà (rectius, l’obbligo) di dichiararne l’inefficacia nei casi previsti dall’art. 121 c.p.a..

5.3. Ne consegue che la vicenda oggi sottoposta all’esame del collegio esula del tutto dalla fattispecie dell’eccesso di potere giurisdizionale per invasione della sfera di attribuzioni riservata al legislatore, predicabile, per converso, nel solo caso in cui il giudice speciale abbia applicato non una norma esistente (senza che la Corte di Cassazione conservi os ad eloquendum in ordine al quomodo dell’interpretazione), ma una norma inesistente e all’uopo creata dal G.A., nell’esercizio di un’attività di produzione normativa esulante dalla sua sfera di attribuzione (in termini, Cass. ss.uu. 11771/2015).

5.4. Nel caso di specie, appare ictu oculi evidente come il giudice amministrativo si sia attenuto al compito interpretativo cui è chiamato – senza che rilevi, va ripetuto, l’eventuale error in iudicando in cui sarebbe incorso, non essendo, in tal caso, in alcun modo violati i limiti interni della sua giurisdizione avendo ricercato e ricostruito, nell’ambito della propria potestà ermeneutica, la complessiva ratio legis perseguita dal legislatore mediante una lettura coordinata e sistematica delle disposizioni normative ritenute applicabili al caso di specie (Cass. ss.uu. 11375/2015).

5.5. La scelta ermeneutica (peraltro, correttamente orientata alla prevalente applicazione della disciplina europea in subiecta materia) di ritenere, sia pur implicitamente (f. 11 della sentenza impugnata) applicata alla fattispecie concreta trova la sua estrinsecazione in una lettura sinergica dell’art. 125 e del precedente art. 122 del codice del processo amministrativo – restando, pertanto, tutta iscritta nell’orbita della giurisdizione del C.d.S..

5.6. Non è compito di questa Corte entrare nel merito di tale scelta interpretativa che, sia pur implicitamente, ha ricostruito il rapporto tra norme (gli artt. 122 e 124 da un canto, l’art. 125 dall’altro) come strutturato in senso “verticale”, in una relazione dipanatasi tra genus e species, ritenendosi, inequivocamente, la norma speciale di stretta interpretazione – onde il regime dell’interpello evocato al folio 8 della sentenza impugnata risulterebbe circoscritto a quelli resi necessari nell’ambito delle procedure inerenti le cd. infrastrutture strategiche – fermo restando il generale potere/dovere di dichiarare l’inefficacia del contratto riservato ex lege al G.A.. Tale scelta, in astratta ipotesi, potrebbe al più integrare gli estremi dell’error in procedendo, ovvero in iudicando, ovvero ancora in iudicando de iure procedendo. Non quelli dell’eccesso di potere giurisdizionale, nella specie del tutto impredicabile.

5.7. Quanto, infine, alla doglianza secondo la quale il Consiglio di Stato avrebbe esercitato poteri cognitori propri del sindacato di merito al di fuori dei casi previsti dall’art. 134 c.p.c., questa Corte ha già avuto modo di osservare, sia pur con riferimento al giudizio di ottemperanza (Cass. ss.uu. 17842/2012 e 17936/2012) che al giudice amministrativo, individuato dal CPA come attributario del potere dell’annullamento della aggiudicazione, è rimessa la facoltà di valutare se ed in che termini rimuovere il contratto (art. 122 c.p.a.), onde l’interpretazione di non esclusività di siffatta sede – potendosi sostenere che le stesse facoltà valutative possano esplicarsi in sede di giurisdizione di ottemperanza (che è di merito), e nello stesso contesto della riedizione obbligata della sequenza successiva della nuova aggiudicazione e della nuova stipula – è indiscutibilmente interpretazione delle norme processuali, la correttezza della quale non è dato a queste Sezioni Unite valutare. Una interpretazione sistematica delle norme processuali che governano il giudizio amministrativo, difatti, è vicenda la cui correttezza sfugge totalmente, come ripetutamente rammentato, al sindacato della Corte stessa.

Il ricorso è pertanto rigettato.

La disciplina delle spese segue il principio della soccombenza.

Liquidazione come da dispositivo.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in complessivi Euro 5200, di cui Euro 200 per spese, in favore di ciascuno dei contro ricorrenti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il controricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 4 luglio 2017

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