Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16403 del 30/07/2020

Cassazione civile sez. I, 30/07/2020, (ud. 12/02/2020, dep. 30/07/2020), n.16403

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Presidente –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna C. – Consigliere –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3322/2019 proposto da:

S.O., elettivamente domiciliato presso l’indirizzo di

posta elettronica avv.briganti.pec.iusreporter.it, rappresentato e

difeso dall’avv. Giuseppe Briganti, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, (OMISSIS);

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di ANCONA, depositato il 12/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/02/2020 dal Cons. Dott. ALDO ANGELO DOLMETTA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- S.O., proveniente dalla terra del sud della Nigeria (Edo State), ha presentato ricorso avanti al Tribunale di Ancona avverso il provvedimento della Commissione territoriale di questa città, di diniego del riconoscimento della protezione internazionale (status di rifugiato; protezione sussidiaria) e pure di diniego del riconoscimento della protezione umanitaria.

Con decreto depositato in data 12 dicembre 2018, il Tribunale ha rigettato il ricorso.

2.- La pronuncia ha in particolare rilevato che non risultavano presenti i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato; che, comunque, il racconto del richiedente appariva affetto da “carente credibilità”, non risultando circostanziati neppure i fatti essenziali e determinanti dell’espatrio; che, secondo quanto riferito, tra gli altri, da report EASO del 2017, la zona del delta del Niger, dalla cui terra proviene il richiedente, non presentava i tratti del conflitto armato e/o della violenza indiscriminata di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c; che il richiedente non palesava condizioni di vulnerabilità, specifiche alla sua persona, tali da potere supportare un eventuale riconoscimento della protezione umanitaria.

3.- Avverso questo provvedimento il richiedente ha presentato ricorso, articolando cinque motivi di cassazione.

Il Ministero non ha svolto difese nel presenta grado del giudizio.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

4.- Col primo motivo, il ricorrente assume la nullità del decreto impugnato, per violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 1 e 13, artt. 737,135 c.p.c., art. 156 c.p.c., comma 2, art. 111 Cost., comma 6, in ragione delle “lacune motivazionali in esso presenti”.

Col secondo motivo, il ricorrente lamenta omesso esame di un fatto decisivo per l’esito del giudizio, che identifica nei “rischi alla propria incolumità psico-fisica in conseguenza delle vessazioni della setta (OMISSIS) a fronte della incapacità delle istituzioni nigeriane di offrire idonea ed effettiva protezione”.

Col terzo motivo, il ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2 Cost., art. 10 Cost., comma 3, art. 32 Cost., D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8, 9, 10, 13, 27, 32 e 35 bis, art. 16 Dir. eur. n. 2013/32, artt. 2, 3 – anche in relazione all’art. 115 c.p.c. – D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 5,6,7,14,16,32, T.U. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 2.

Col quarto motivo, lamenta la violazione degli artt. 6 e 13 della Convenzione EDU, dell’art. 47Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dell’art. 46 Dir eur. n. 2013/32.

Col quinto motivo, pretende la nullità del decreto per violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 1 e 13, artt. 737,135 c.p.c., art. 156 c.p.c., comma 2, art. 111 Cost., comma 6 e anche omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione e violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2,14; D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3; T.U. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, comma 2, perchè non è stato tenuto conto dell'”effettivo radicamento del ricorrente in Libia”.

5.- Il primo motivo di ricorso contiene, nella sostanza, tre distinti ordini di censura.

La prima critica, che sembrerebbe riguardare promiscuamente la protezione sussidiaria e il diritto di rifugio, si condensa nell’affermazione che il Tribunale non ha esplicitato le ragioni per cui non considera la vicenda narrata – che si impernia su assunte vessazioni poste in essere da aderenti alla “setta (OMISSIS)” espressiva di trattamenti inumani e/o persecutori, come per l’appunto sostenuto dal richiedente.

La seconda, da intendere riferita alla protezione sussidiaria, si condensa nel rilievo che il Tribunale non ha affrontato il tema delle condizioni politiche, sociali ed economiche del Paese di origine.

La terza censura è relativa alla protezione umanitaria e si risolve nell’affermazione che il Tribunale non ha tenuto conto del “contratto a tempo determinato dal giugno 2018 al giugno 2020”.

6.- Il motivo è inammissibile.

Con articolata motivazione, il Tribunale marchigiano ha ritenuto la non credibilità della narrazione dei fatti di espatrio compiuta dal richiedente. Tale valutazione, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, preclude in sè stessa ogni ulteriore valutazione in punto di diritto di diritto di rifugio e di protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a e b (cfr., per tutte, Cass., n. 15794/2019; Cass., n. 4892/2019).

D’altro canto – va pure aggiunto -, il ricorso si è limitato a fare riferimento ad assunte e del tutto generiche “vessazioni” operate sul richiedente da parte di aderenti alla “setta” degli (OMISSIS): senza riferire di avere meglio specificato la qualità e la quantità delle medesime nell’ambito del giudizio di merito e senza andare, nell’ambito del presente giudizio, oltre la richiamata affermazione (in aggiunta a quella della “fede cristiana” abbracciata dal richiedente medesimo).

Quanto all’esame della situazione del sud Nigeria, il decreto impugnato vi ha dedicato più di sei e fittissime pagine di motivazione, anche con aggiornati richiami alle fonti compulsate. Sì che, da questo punto di vista, la formulazione del ricorso appare propriamente dissociata dai contenuti della pronuncia che pure risulta avere impugnato.

In relazione alla protezione umanitaria va rilevato, poi, che il Tribunale ha posto l’accento sulla mancata segnalazione, da parte del richiedente, di peculiari situazioni di vulnerabilità specifica alla propria persona. Ora, il ricorrente assume di avere prodotto, “in corso di giudizio”, la documentazione relativa a un contratto di lavoro a termine del richiedente.

Tuttavia, il corpo del ricorso presentato a questa Corte non ingloba i contenuti di tale contratto, a cui pure fa riferimento, nè precisa i termini in cui i contenuti medesimi furono introdotti nel giudizio di merito e portati all’attenzione del giudicante. Sì che, in definitiva, l’evocazione documentale, che così viene compiuta, si palesa del tutto generica e insufficiente (anche solo ai fini cognitivi).

7.- Anche il secondo motivo di ricorso, che il ricorrente espone “in via subordinata” rispetto al primo, è da ritenere inammissibile.

Prima di ogni altra cosa perchè il vizio di omesso esame, di cui dell’art. 360 c.p.c., n. 5, riguarda solo i fatti materiali, come accaduti nella loro effettiva “storicità”. Lo stesso non può, perciò, adattarsi al rischio di un ipotetico evento futuro, secondo quanto, per contro, predica il ricorrente.

Del resto, l’evento evocato dal motivo si palesa, altresì, del tutto indeterminato: tali risultando sia le cause (presunte “vessazioni” da parte degli (OMISSIS)), sia gli effetti (eventuali lesioni dell’integrità psico-fisica del richiedente).

8.- Al di là del fatto di essere stato intestato nella violazione di una ventina di disposizioni di legge (di diritto italiano e di diritto Europeo), il terzo motivo di ricorso si ferma sulla critica che il decreto impugnato non ha fatto buon uso del dovere di cooperazione istruttoria: nella specie “rilevanti sono le conseguenze derivanti dal rischio di trovarsi a processo e condannato a fronte della incapacità delle istituzioni nigeriane di offrire idonea protezione”.

9.- Il motivo è inammissibile.

A prescindere dalla forte genericità del suo assunto, esso, infatti, non si confronta con la motivazione contenuta nel provvedimento impugnato. Questo, infatti, non ha mancato di esaminare, e diffusamente, il fenomeno delle c.d. società segrete nel territorio nigeriano e la “gestione” delle stesse da parte delle Autorità costituite. Sì che, a ben vedere, il motivo si risolve in realtà nella richiesta di una nuova valutazione degli elementi materiali della fattispecie.

Sullo schema tipo adottato dal presente motivo si vedano pure, in relazione fattispecie concrete per più versi prossime a quella qui in esame, per una non dissimile valutazione di inammissibilità le pronunce di Cass., 1 marzo 2020, n. 7634; Cass., 26 giugno 2010, n. 12952; Cass., 7 maggio 2020, n. 8606; Cass., 4 febbraio 2020, n. 2559.

10.- Il quarto motivo si esaurisce nel richiamare le norme menzionate in rubrica, per sostenere in termini indeterminati che le argomentazioni svolte nei “precedenti motivi” dimostrerebbero la sussistenza della loro violazione.

Come si vede, si tratta di motivo totalmente generico. Del resto, la ritenuta inammissibilità dei “precedenti motivi” non potrebbe comportare altra sorte per il motivo adesso in esame.

11.- Il quinto motivo di ricorso segnala che il ricorrente ha vissuto per un periodo di tempo in Libia, trascorrendovi anzi la “maggior parte del tempo tra la fuga della Nigeria e l’ingresso in Italia”. Sulla base di questa premessa il ricorrente rileva vizio di legge e di omesso esame di fatto decisivo per non avere il Tribunale preso in considerazione il Paese libico ai fini del riscontro dell’eventuale sussistenza dei presupposti stabiliti dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c: da tempo – sottolinea il motivo – la terra libica è teatro di conflitti armate e di violenze diffuse sulla popolazione.

12.- Il motivo deve essere dichiarato inammissibile.

Nei fatti, il ricorrente ha espressamente dichiarato di avere abbandonato la Nigeria in ragione del timore di subire “vessazioni” da parte di persone aderenti alla “setta” degli (OMISSIS). Sulla base di questa allegazione di fondo è poi seguito lo svolgimento del giudizio del merito: nel presupposto, appunto, dell’eventualità di un rimpatrio in Nigeria.

Poste queste premesse di fatto – che non sono state contestate nel ricorso per cassazione presentato dal richiedente -, il Collegio ritiene che non possa risultare rilevante la circostanza che il Tribunale non abbia acquisito COI attendibili e aggiornate circa la situazione della Libia. Come ha riscontrato la pronuncia di Cass., 30 giugno 2020, n. 13207 (che pure richiama come conformi le pronunce di Cass., 6 dicembre 2018, n. 31676 e di Cass., 20 novembre 2018, n. 29875), in una simile situazione a rilevare sono propriamente le condizioni (sociali, economiche e politiche) del Paese in cui si sono verificate le ragioni che hanno indotto il richiedente alla fuga.

13.- In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Non vi è luogo per provvedere sulle spese del giudizio di legittimità.

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile.

Dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, secondo quanto stabilito dalla norma dell’art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 12 febbraio 2020.

Depositato in Cancelleria il 30 luglio 2020

 

 

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