Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1636 del 23/01/2018


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Civile Ord. Sez. L Num. 1636 Anno 2018
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: NEGRI DELLA TORRE PAOLO

ORDINANZA

sul ricorso 11749-2012 proposto da:
ROMANO MONICA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
PANAMA 74, presso lo studio dell’avvocato GIANNI
EMILIO IACOBELLI, che la rappresenta e difende,
giusta delega in atti;
– ricorrente contro

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585, in persona
2017
3565

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA PO 25-B, presso lo studio
dell’avvocato ROBERTO PESSI, che la rappresenta e
difende, giusta delega in atti;
– controricorrente

Data pubblicazione: 23/01/2018

avverso la sentenza n. 441/2011 della CORTE D’APPELLO

di POTENZA, depositata il 25/10/2011 R.G.N. 8/2011.

R.G. 11749/2012

Premesso
che con sentenza n. 441/2011, depositata il 25 ottobre 2011, la Corte di appello di
Potenza ha confermato la pronuncia di primo grado, con la quale il Tribunale di Potenza
aveva respinto il ricorso di Monica Romano volto alla dichiarazione di nullità del termine
apposto al contratto dalla medesima stipulato con la Poste Italiane S.p.A., relativamente
al periodo dal 24 aprile al 30 giugno 2007, ai sensi dell’art. 2, comma 1 bis, del d.lgs. n.

che a sostegno della propria decisione, e per quanto ora di interesse, la Corte ha rilevato
come fossero state proposte dalla lavoratrice solo in grado di appello, risultando, quindi,
inammissibili, tanto la questione concernente l’ambito di applicazione della norma, di cui
all’art. 2, comma 1 bis, come le questioni del rispetto della clausola di contingentamento
e dell’osservanza del’obbligo di comunicazione alle organizzazioni sindacali di categoria;
che nei confronti di detta sentenza ha proposto ricorso per cassazione la lavoratrice con
due motivi, cui la società ha resistito con controricorso;
che entrambe le parti hanno depositato memoria;

rilevato
che, con il primo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione di varie norme di
legge (art. 2, comma 1 bis, d.lgs. n. 368/2001; art. 6 d.lgs. n. 261/1999; art. 2697 c.c.;
artt. 112, 113, 115, 116 e 437 c.p.c.), la ricorrente censura la sentenza impugnata per
avere la Corte erroneamente ritenuto nuova e inammissibile la questione dell’ambito di
applicazione dell’art. 2, comma 1 bis (e cioè se esso consentisse la stipula di contratti a
termine in relazione a tutte le attività esercitate da Poste Italiane o soltanto in relazione a
quelle rientranti nella concessione del “servizio postale universale”), di conseguenza non
provvedendo al relativo esame;
che, con il secondo, la ricorrente censura la sentenza, denunciando vizio di motivazione e
violazione degli artt. 2697 c.c. e 2, comma 1 bis, d.lgs. n. 368/2001, per avere la Corte
erroneamente ritenuto inammissibile, in quanto tardivamente dedotta, la questione del
rispetto della clausola di contingentamento, senza considerare che, configurando tale
rispetto un requisito di legittimità del contratto a termine, avrebbe dovuto tanto il primo
giudice, come la Corte di appello, verificare in concreto che il limite percentuale non fosse
stato superato, anche in assenza di una precisa censura da parte del lavoratore;

osservato
che entrambi i motivi non possono essere accolti;
che, infatti, con riguardo a tutte le questioni di cui la Corte di appello ha ritenuto la
novità e la tardività, è da rilevare come la ricorrente non abbia trascritto – in violazione
1

368/2001;

dell’art. 366 n. 6 c.p.c. – le parti del ricorso di primo grado, in cui tali questioni sarebbero
state poste, né ha comunque riportato il contenuto dei passi salienti idonei a dimostrarne
l’intervenuta allegazione;
che, d’altra parte, quanto alla questione di cui al primo motivo, è ormai consolidato
l’orientamento, per il quale “in tema di contratto di lavoro a tempo determinato, l’art. 2,
comma 1 bis, del d.lgs. 6 settembre 2001, n. 368, fa riferimento esclusivamente alla
tipologia di imprese presso cui avviene l’assunzione – quelle concessionarie di servizi e

ratio della disposizione, ritenuta legittima dalla Corte costituzionale con sentenza n. 214
del 2009, individuata nella possibilità di assicurare al meglio lo svolgimento del c.d.
‘servizio universale’ postale, ai sensi dell’art. 1, comma 1, del d.lgs. 22 luglio 1999, n.
261, di attuazione della direttiva 1997/67/CE, mediante il riconoscimento di una certa
flessibilità nel ricorso allo strumento del contratto a tempo determinato, pur sempre nel
rispetto delle condizioni inderogabilmente fissate dal legislatore. Ne consegue che al fine
di valutare la legittimità del termine apposto alla prestazione di lavoro, si deve tenere
conto unicamente dei profili temporali, percentuali (sull’organico aziendale) e di
comunicazione previsti dall’art. 2, comma 1 bis, del d.lgs. n. 368 del 2001” (Cass. n.
13609/2015 e successive numerose conformi);
che si deve inoltre richiamare, quanto al secondo motivo, il principio di diritto, per il
quale, nel processo del lavoro, le parti concorrono a delineare la materia controversa, con
la conseguenza che la mancata contestazione del fatto costitutivo del diritto (nella specie,
di Poste Italiane a procedere ad una valida assunzione a termine, a fronte del rispetto del
rapporto percentuale fra lavoratori in organico e lavoratori a tempo determinato) rende
inutile provare il fatto stesso perché lo rende incontroverso (Sezioni U, n. 11353/2004);

ritenuto
conclusivamente che il ricorso deve essere respinto;
che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo

p.q.m.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente
giudizio di legittimità, liquidate in euro 200,00 per esborsi e in euro 4.000,00 per
compensi professionali, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.

Così deciso in Roma nell’adunanza camerale del 21 settembre 2017.

II Funzionario Giudiziario

settori delle poste – e non anche alle mansioni del lavoratore assunto, in coerenza con la

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