Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16328 del 04/08/2016

Cassazione civile sez. I, 04/08/2016, (ud. 23/02/2016, dep. 04/08/2016), n.16328

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FORTE Fabrizio – Presidente –

Dott. NAPPI Aniello – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

R.G.E., (C.F. (OMISSIS)), rappresentata e difesa, per

procura speciale a margine del ricorso, dagli avv.ti Dario Di Gravio

e Guido Granzotto ed elett.te dom.ta presso il loro studio in Roma,

Via Anapo n. 29;

– ricorrente –

contro

ASPRA FINANCE S.P.A. (C.F. (OMISSIS)) e per essa UNICREDIT CREDIT

MANAGEMENT BANK S.P.S. (C.F. (OMISSIS)) quale mandataria, in persona

del dirigente dott. M.G., giusta procura per atto Notaio

Maurizio Marino del 5 agosto 2009, rep. n. (OMISSIS), racc. n.

17884, rappresentata e difesa, per procura speciale in calce al

controricorso, dall’avv. Marco Filesi ed elett.te dom.ta presso il

suo studio in Roma, Via degli Scipioni n. 268/a;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 53/10 della Corte d’appello di Perugia

depositata il 1 febbraio 2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23

febbraio 2016 dal Consigliere Dott. Carlo DE CHIARA;

udito per la ricorrente l’avv. Guido GRANZOTTO;

udito per la controricorrente l’avv. Marco FILESI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI Francesca, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per

quanto di ragione.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto ingiuntivo del (OMISSIS) il Presidente del Tribunale di Perugia intimò, tra gli altri, alla sig.ra R.E., quale fideiussore della Sicel s.p.a., il pagamento di L. 2.511.987.726 in favore della Banca di Roma s.p.a. per scoperti di conti correnti bancari e conti anticipi all’esportazione su commessa.

Il Tribunale, adito con opposizione dell’intimata, accolse con sentenza non definitiva le eccezioni di nullità delle clausole contrattuali che prevedevano interessi ultralegali e anatocismo trimestrale, revocando perciò il decreto ingiuntivo e disponendo, con separata ordinanza, consulenza tecnica di ufficio per determinare l’importo effettivamente dovuto dalla opponente. Con sentenza definitiva, poi, respinse la domanda della banca dopo che il CTU aveva rinunciato all’incarico perchè la stessa non aveva prodotto la documentazione necessaria a determinare l’importo del suo credito.

La Corte d’appello di Perugia, in parziale accoglimento del gravame di Capitalia (già Banca di Roma) s.p.a., premesso che l’appellata aveva contestato soltanto l’ammontare degli interessi, ma non aveva fatto questione del capitale, che dunque era certo nell’an ma non era provato nel quantum, ha ritenuto di determinare equitativamente, ai sensi dell’art. 1226 c.c., l’ammontare del medesimo in una somma minima certamente dovuta, pari a Lire 1.300.000.000, considerato che la debitrice principale era una società di costruzioni con un notevole giro di affari e il credito concessole serviva a finanziarne l’attività; che nel ricorso per decreto ingiuntivo solo l’importo di Lire 459.554.147, pari allo scoperto del conto corrente n. (OMISSIS), era comprensivo di interessi, mentre tutti i restanti importi, per un totale di Lire 2.052.433.579, erano chiaramente importi dovuti solo in linea capitale per altre operazioni di credito specificamente indicate ed era mancata una contestazione specifica di essi da parte della debitrice; che il credito della banca non aveva subito alcun sostanziale ridimensionamento per versamenti della debitrice principale o dell’altro fideiussore, marito della sig.ra R.. Ha conseguentemente condannato quest’ultima al pagamento della somma di 671.393,97 – corrispondenti appunto a Lire 1.300.000.000 – maggiorata degli interessi al tasso legale dalla data della domanda.

La sig.ra R. ha proposto ricorso per cassazione articolando cinque motivi di censura, cui ha resistito con controricorso Unicredit Credit Management Bank s.p.a., mandataria di Aspra Finance s.p.a. cessionaria del credito in questione. Entrambe le parti hanno anche presentato memorie.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con il primo motivo di ricorso si censura l’applicazione, da parte della Corte d’appello, dell’art. 1226 c.c., norma limitata alla sfera del diritto risarcitorio e della quantificazione dei danni, mentre nella specie si tratta della determinazione di un credito contrattuale.

1.1. – Il motivo è inammissibile perchè, sebbene la sentenza impugnata richiami, incongruamente, l’art. 1226 c.c., nella sostanza essa non procede alla liquidazione di un danno in via equitativa, ma determina, come risulta da quanto riferito sopra in narrativa, l’entità certa – ancorchè minima, ma non equitativa – di una prestazione di pagamento facendo ricorso agli elementi di prova risultanti dagli atti (fatti pacifici, documenti, presunzioni). L’effettiva ratio della decisione risiede, dunque, nell’accertamento di un fatto – l’entità del credito – e non in una determinazione equitativa. La ricorrente, però, non coglie tale ratio e dunque non la censura.

2. – Con il secondo motivo si denuncia:

a) violazione D.Lgs. 1 settembre 1993, n. 385, art. 50, e dell’art. 2697 c.c., perchè la Corte d’appello non avrebbe potuto accogliere la domanda della banca sulla base del semplice estratto di saldaconto prodotto a corredo del ricorso per decreto ingiuntivo, documento sufficiente nella fase monitoria, ma non anche nella fase contenziosa del giudizio;

b) contraddittorietà della motivazione per avere la Corte di merito:

b 1) prima affermato l’insufficienza della documentazione prodotta dalla banca a dimostrare il credito della stessa e poi concluso per l’accoglimento della pretesa creditoria almeno per un minimo ammontare;

b 2) prima affermato che i dati a disposizione non consentivano una precisa determinazione del quantum in via capitale, poi asserito che un minimo importo della sorte era certo e determinabile secondo equità;

b 3) prima chiarito che l’importo capitale non era distinguibile dagli interessi calcolati e poi affermato che un minimo di sorte capitale poteva ritenersi non comprensivo di interessi e dunque era dovuto.

2.1. – La censura sub a) è inammissibile perchè la Corte d’appello non si è affatto basata, per riconoscere il credito dell’appellante, sugli estratti di saldaconto, bensì sugli altri elementi sopra indicati in narrativa: limiti della contestazione dell’opponente al solo ammontare degli interessi, caratteristiche dell’attività della società debitrice principale, composizione del credito preteso dalla banca (L. 2.052.433.579 per voci di solo capitale e soltanto Lire 459.554.147 per una voce mista di capitale e interessi), mancanza di sostanziali ridimensionamenti del credito per effetto di rimborsi parziali.

Inammissibili sono anche le censure di contraddittorietà della motivazione, che non tengono conto della ratio decidendi – niente affatto illogica o contraddittoria – consistentente nella impossibilità di accertare con esattezza (non già di accertare comunque) l’entità del credito della banca e nella possibilità di accertarne, tuttavia, l’importo minimo ricavabile dagli elementi disponibili agli atti.

Va aggiunto, quanto alla censura sub b 3), che l’affermazione di indistinguibilità di capitale e interessi richiamata dalla ricorrente riguarda, secondo i giudici di appello, il solo importo – quantitativamente minoritario e dunque non decisivo nella determinazione minimale scelta da quei giudici – del saldo del conto corrente n. (OMISSIS), come si è riferito sopra in narrativa.

3. – I restanti motivi di ricorso – con i quali si denuncia ultrapetizione non essendo operabile d’ufficio la determinazione equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c., (terzo motivo), applicazione del predetto criterio equitativo in via principale e non meramente sussidiaria e suppletiva (quarto motivo) e decisione secondo equità in violazione dell’art. 113 c.p.c., comma 2, (quinto motivo) – sono inammissibili perchè (a tacer d’altro) tutti basati sul presupposto, escluso come sopra esaminando il primo motivo, che la Corte d’appello abbia proceduto a una determinazione equitattiva.

4. – Il ricorso va in conclusione dichiarato inammissibile, con condanna della ricorrente alle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente alle spese processuali, liquidate in Euro 14.200,00, di cui Euro 14.000,00 per compensi di avvocato, oltre spese forfetarie e accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2016.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2016

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