Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16311 del 04/08/2016


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Cassazione civile sez. II, 04/08/2016, (ud. 07/04/2016, dep. 04/08/2016), n.16311

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – rel. Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 21114-2011 proposto da:

V.G., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

V.TARANTO 58, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO FARSETTI,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIOVANNI VERDE;

– ricorrente –

contro

C.A.M.O. (OMISSIS), C.O.T.A.

(OMISSIS), C.P.M. (OMISSIS), D.S.A. (OMISSIS),

D.M. (OMISSIS), C.M. (OMISSIS),

C.F.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA,

PIAZZALE DON G. MINZONI 9, presso lo studio dell’avvocato CARLO

MARTUCCELLI, che li rappresenta e difende;

– controricorrenti –

e contro

V.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TARVISIO 2,

presso lo studio dell’avvocato MASSIMO FARSETTI, rappresentato e

difeso dall’avvocato FERDINANDO IZZO;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

e contro

C.A.M.O. (OMISSIS), C. OLGA

TERESA AGNESE (OMISSIS), DE SANTIS ANTONTO

(OMISSIS), D.M. (OMISSIS), C.M.

(OMISSIS), C.F.S. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, PIAZZALE DON G. MINZONI 9, presso lo studio

dell’avvocato CARLO MARTUCCELLI, che li rappresenta e difende;

– controricorrenti al ricorso incidentale –

e contro

L.R.A. DECEDUTA IN CORSO DI CAUSA E PER ESSA EREDI:

V.V. (OMISSIS), V.F. (OMISSIS), V.G.

(OMISSIS);

– intimati –

avverso la sentenza n. 215/2010 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 06/08/2019;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/04/2016 dal Consigliere Dott. FELICE MANNA;

udito l’Avvocato VERDE Giovanni, difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso principale e della memoria;

udito l’Avvocato MARTUCELLI Carlo difensore dei resistenti C. +

5, che ha chiesto il rigetto del ricorso principale e della memoria;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE ALBERTO che ha concluso per l’inammissibilità in subordine

rigetto di entrambi i ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione notificata il 13.11.1996 C.F., C.A.M., C.O., C.M. e C.P., nonchè D.M. e D.M.C., comproprietari di un terreno in loc. (OMISSIS), nell’agro di (OMISSIS), convenivano in giudizio innanzi al Tribunale di Matera V.P., V.C. e V.G. (nato nel (OMISSIS)), assumendoli detentori del fondo in virtù di un contratto di pascolo. Domandavano, quindi, il rilascio del fondo, accertatane previamente la proprietà, nonchè l’inefficacia della donazione fattane da V.C. a suo figlio, G., con atto pubblico del 19.11.1986.

Entrambi i convenuti resistevano in giudizio. Cosimo sosteneva di aver usucapito la proprietà del terreno e G., quale unico attuale possessore. di essere il solo legittimato passivamente all’azione di rivendica. Quest’ultimo, pertanto, domandava in via riconvenzionale che fosse dichiarata la proprietà del fondo in suo favore in forza del predetto atto di donazione e dell’usucapione quinquennale ex art. 1159 bis c.c., comma 2. In subordine, domandava la condanna degli attori al rimborso delle opere eseguite sul fondo.

Con sentenza del 14.5.2002 resa anche nei confronti di L.R.A., V.V., V.F. e V.G. (nato nel (OMISSIS)), quali eredi di P.V., che era deceduto nelle more del giudizio, il Tribunale, rigettata la domanda attorea verso questi ultimi, la accoglieva invece nei confronti di C. e G., dichiarando “l’invalidità e l’inefficacia” della donazione stipulata dai due.

Adita in via principale da V.G. e in via incidentale da C.F., C.A.M., C.O., C.M. e C.P., nonchè D.M. e D.M.C., e da V.C., la Corte d’appello di Potenza, con sentenza resa anche nei confronti di D.S.A., quale erede di D.M.C., rigettava l’appello principale e dichiarava inammissibili quelli incidentali.

Per quanto ancora rileva in questa sede di legittimità, la Corte territoriale riteneva inammissibile, perchè proposto con comparsa di costituzione tardiva, l’appello incidentale di V.C., cui la notifica dell’impugnazione principale era stata rinnovata, in forza di una precedente ordinanza del 15.1.2003, sull’erroneo presupposto che la prima notificazione fosse invalida.

Nel merito, la Corte distrettuale, ritenuta intangibile la qualificazione della domanda proposta contro V.G. come azione di rivendica, osservava, quanto alla relativa prova, che non solo il convenuto non aveva espressamente contestato i fatti allegati dagli attori a sostegno della loro proprietà, ma che altresì l’appellante non aveva impugnato la seconda e autonoma ratio decidendi circa l’originaria appartenenza del fondo agli attori, ritenuta dal giudice di prime cure in considerazione del fatto che il terreno apparteneva in origine a L.G. e D.F., cui erano succeduti mortis causa L.I.R. e D.V., cui, ancora, erano succeduti rispettivamente C.F. (poi deceduto) e C.A.M., C.O., C.P., C.M. e C.F., e D.M.C. e D.M.. Il Tribunale di Matera, inoltre, aveva dato atto delle risultanze delle prove testimoniali, che avevano consentito di accertare, da un lato, la corresponsione del canone d’affitto da parte di V.C., e dall’altra, delle trattative intercorse tra lo stesso V.C. e C.F. per la vendita del fondo. Circostanze, queste, che documentavano sia il riconoscimento che il dante causa dell’appellante principale aveva fatto della proprietà degli attori.

Sia il possesso anteriore al titolo, ai sensi dell’art. 1143 c.c., per effetto del possesso del fondo in favore del dante causa degli attori. E poichè quest’ultima ratio, di per sè idonea a reggere la decisione, non era stata oggetto d’impugnazione da parte dell’appellante, il relativo motivo dell’appello principale doveva essere respinto.

Quanto alla domanda di usucapione, la Corte lucana, premesso che l’appellante non aveva assolto l’onere di provare gli elementi costitutivi della fattispecie acquisitiva dedotta in base all’art. 1159-bis c.c., comma 2, osservava che, conformemente alla decisione di primo grado. era da escludere la buona fede di V.G., sia per lo stretto rapporto di parentela tra lui e V.C., sia per aver fatto affidamento sulla mera dichiarazione del donante di aver usucapito l’immobile.

Infine, la Corte territoriale, giudicava non accoglibile la doglianza concernente il rigetto della domanda d’indennizzo per le opere eseguite sul fondo, opere di cui l’appellante aveva provato l’assenso amministrativo ma non l’effettiva realizzazione.

Per la cassazione di tale sentenza V.G. (nato nel (OMISSIS)) propone ricorso principale, affidato a quattro motivi.

V.C. propone controricorso con ricorso incidentale, in base a quattro motivi.

All’uno e all’altro resistono con due controricorsi C.F., C.A.M., C.O. e C.M., nonchè D.M. e D.S.A. (erede, come s’è detto, di D.M.C.).

Tutte le suddette parti hanno depositato memoria.

V.V., V.F. e V.G. (nato nel (OMISSIS)) sono rimasti intimati.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – E’ preliminare l’esame del ricorso incidentale.

Col primo motivo V.C. deduce la violazione o falsa applicazione dell’art. 141 c.p.c., u.c. e la contraddittoria motivazione sul punto.

Si sostiene che la prima notificazione dell’atto d’appello era stata chiesta dal ed effettuata presso il domiciliatario di entrambe le parti, V.G. e V.C., con la conseguenza che la notifica a quest’ultimo, essendo avvenuta a mani del medesimo domiciliatario, ad un tempo richiedente e destinatario, era avvenuta in violazione dell’art. 141 c.p.c., u.c..

Giustamente, pertanto, la Corte distrettuale, avvedutasene, con ordinanza del 15.1.2003 aveva disposto la rinnovazione della notifica dell’appello principale a V.C.; ed erroneamente, per contro, la stessa Corte territoriale, in diversa composizione, con la sentenza impugnata aveva revocato detta ordinanza e dichiarato inammissibile, perchè tardivo, l’appello incidentale che V.C. aveva proposto dopo la seconda notificazione dell’appello, effettuata regolarmente presso la sua residenza.

1.1. – Il motivo (in disparte l’inammissibilità della censura di vizio motivazionale, trattandosi di questione di diritto e non di fatto) è infondato.

L’unico precedente pressochè in termini di questa Corte (di cui all’ordinanza interlocutoria n. 2408/12, emessa in un giudizio divisorio) afferma che nel caso di elezione di domicilio presso lo stesso difensore di più parti nel giudizio di appello, è ritualmente eseguita la notificazione del ricorso per cassazione effettuata presso la residenza delle altre parti, già rappresentate dal medesimo difensore, ma che non abbiano inteso proporre ricorso per cassazione, dal momento che non rispetterebbe, viceversa, i principi di effettività del contraddittorio e della difesa una notificazione eseguita presso il suddetto avvocato domiciliatario, attesa la sopravvenuta l’incompatibilità del medesimo rispetto alla posizione delle menzionate parti non ricorrenti.

Da esso si ricava che è solo l’incompatibilità sopravvenuta del domiciliatario (che non possa più essere tale per più parti) a determinare l’invalidità della notificazione ai sensi dell’art. 141 c.p.c., u.c..

Incompatibilità inesistente nella specie, data la convergenza d’interessi tra V.G. e V.C., in allora entrambi appellanti, che formularono contro la sentenza di primo grado identiche conclusioni volte a ottenere il rigetto della domanda principale e l’affermazione della validità dell’atto di donazione 19.11.1986.

2. – Respinto tale motivo, resta assorbito l’esame delle restanti censure, le quali, del resto, ineriscono a questioni rimaste a loro volta assorbite in appello proprio a causa dell’inammissibilità dell’impugnazione incidentale.

3. – Col primo motivo del ricorso principale V.G. denuncia la violazione dell’art. 1159 bis c.c., comma 2, art. 1147 c.c., comma 3, artt. 2729 e 2697 c.c., nonchè degli artt. 112 e 115 c.p.c., in relazione, rispettivamente, all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4.

Posto che anche chi non sia dominus può validamente trasferire il bene la cui proprietà assuma di aver usucapito, la sentenza che nega l’usucapione dell’alienante non comporta di riflesso l’inefficacia dell’atto di trasferimento e la condanna del terzo acquirente al rilascio. L’una e l’altra, nella specie, riguardano un atto di donazione a non domino, che è inefficace solo se il donatario fosse stato in mala fede. Mala fede che gli attori non avevano nè allegato nè offerto di provare. Di qui la violazione delle norme sopra indicate, in quanto la sentenza impugnata ha dato per scontato che fosse stata contestata la buona fede di V.G., al contrario non contestata nè tanto meno allegata nelle sue circostanze di fatto.

3.1. – Il motivo è infondato in entrambe le censure in cui si articola.

3.1.1 – Quanto alla prima (inerente alla violazione dell’art. 1159 bis c.c., comma 2) non è esatto che la Corte d’appello abbia escluso l’usucapione abbreviata sul solo riflesso dell’inefficacia della donazione a non domino. A pag. 17 della sentenza impugnata detta Corte ha motivato sulla mala fede, condividendo l’osservazione operata dal giudice di primo grado a stregua del rapporto di parentela tra l’appellante e il suo dante causa e della colpa grave nell’aver V.G. riposto affidamento sulla mera dichiarazione del donante di aver usucapito l’immobile.

Pertanto, esclusa la buona fede dell’odierno ricorrente, la fattispecie acquisitiva che questi ha dedotto a suo vantaggio non si è perfezionata, a nulla rilevando la qualificazione della donazione di cosa altrui in termini d’invalidità o d’inefficacia (fermo restando che il titolo idoneo di cui parlano l’art. 1159 c.c., comma 1 e art. 1159 bis c.c., comma 2 è per definizione un titolo che non può essere in concreto efficace, chè diversamente l’acquisto avverrebbe in modo derivativo e non per usucapione).

3.1.2. – Quanto alla seconda (che chiama in causa la correttezza del rilievo d’ufficio della mala fede, senza o comunque al di là delle allegazioni attoree), va richiamato l’indirizzo di questa Corte in base al quale il principio consacrato nell’art. 115 c.p.c., secondo cui il giudice ha l’obbligo di decidere iuxta alligata et probata, importa, tra l’altro, che la decisione sia tratta unicamente dalle allegazioni delle parti, cioè dalle circostanze di fatto dedotte a fondamento della domanda o dell’eccezione, e dalle prove offerte dalle parti medesime. Detta norma è intesa ad assicurare il rispetto dei principi fondamentali della difesa e del contraddittorio, impedendo che una parte possa subire una decisione basata su fatti ad essa sconosciuti ed in relazione ai quali non si sia potuta difendere. Pertanto, il giudice non viola il principio enunciato nella norma dell’art. 115 c.p.c. quando si avvalga di fatti allegati e provati da una parte per argomentarne in via di presunzione, ancorchè non ne sia stato espressamente richiesto dalla parte stessa. In tal caso, l’altra pane non ha motivo di dolersi, in sede di legittimità, che il giudice del merito abbia fatto ricorso a presunzioni, risultando queste tratte da fatti che essa ben conosceva ed in relazione ai quali aveva avuto la possibilità di difendersi (Cass nn. 12980/02 e 1165/83; in senso conforme, v. anche Cass. n. 12248/13, la quale osserva che il ricorso alla presunzione deve ritenersi consentito al giudice alla sola condizione che i fatti su cui essa si fonda siano stati allegati e possano ritenersi provati, potendo il giudice avvalersene, in presenza di tale evenienza, senza apposita sollecitazione delle parti e in difetto di contraddittorio tra le stesse).

In altri e riassuntivi termini. Mentre l’art. 115 c.p.c. limita al materiale assertivo e a quello probatorio il fondamento legittimo della decisione, le norme sulla presunzione assentono e disciplinano una particolare tecnica di giudizio per giungere alla decisione, tecnica di giudizio che come tale riguarda esclusivamente il giudice e non le parti.

4. – Col secondo motivo è dedotta un’ulteriore violazione dell’art. 1159 bis c.c., comma 2, art. 1147 c.c., comma 3, artt. 2729 e 2697 c.c., nonchè degli artt. 112 e 115 c.p.c., in relazione, rispettivamente, all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4.

Non intendendo sollevare una questione su ciò, se si formi il giudicato su di una ratio decidendi non specificamente impugnata, parte ricorrente osserva ad ogni modo che in una situazione d’indubbia confusione circa i titoli d’acquisto, sarebbe stato necessario provare che il ricorrente era a conoscenza del contratto d’affitto tra il padre e C.F. e delle iniziative del genitore, peraltro successive alla donazione, tese ad acquistare il fondo.

Prova che, nella specie, non è stata dedotta, il che varrebbe ulteriormente ad escludere che sia stata provata la mala fede dell’odierno ricorrente.

4.1. – Il motivo è infondato, perchè ciò che parte ricorrente deduce come violazione di legge sostanziale e processuale in realtà costituisce una replicatio al ragionamento induttivo svolto dalla Corte, che è in sè logico, sufficiente e pertanto non sindacabile in questa sede di legittimità.

5. – Analogamente è a dirsi quanto al terzo motivo, che lamenta direttamente il vizio motivazionale circa il fatto controverso e decisivo della mala fede di V.G., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. Sostiene parte ricorrente che la Corte territoriale non ha considerato che 1) gli attori non hanno fornito la prova documentale del loro diritto; 2) dalla prova testimoniale raccolta emerge la situazione del loro sostanziale disinteresse verso un bene scarsamente remunerativo; e 3) in tale situazione ben si poteva giustificare la convinzione che V.C. avesse posseduto animo domini il terreno in questione.

5.1. – Per contro, rileva questa Corte che la motivazione inattaccabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (da applicarsi ratione temporis nel testo previgente alle modifiche introdotte dal D.L. n. 83 del 2012, convertito in L. n. 134 del 2012) non è nè l’unica nè la migliore possibile in base ai fatti accertati dal giudice di merito, ma è quella sorretta da un ordito motivazionale logico e sufficiente, sicchè resta escluso ogni giudizio di valenza con ipotesi alternative.

Inoltre, è ben vero che in generale la possessio ad usucapionem non richiede affatto l’ignoranza dell’altrui diritto (chiarissime in tal senso Cass. nn. 9671/14 e 10230/02); ma ciò non vale per l’usucapione breve prevista dall’art. 1159-bis c.c., comma 2, che espressamente subordina alla buona fede lo sconto normativo sulla durata del potere di fatto.

6. – Il quarto motivo espone, in subordine, la violazione degli artt. 1150 e 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, poichè l’indicazione delle opere realizzate non è mai stata contestata dagli attori, nè era stata messa in dubbio dal giudice di primo grado, il quale aveva rigettato la domanda sul presupposto che non fosse stato soddisfatto l’onere di denuncia incombente sull’affittuario. Non solo, ma l’attore aveva anche chiesto che fosse nominato un consulente tecnico per constatare le opere eseguite ed operarne la stima in denaro. Pertanto sarebbe stato onere della Corte d’appello stabilire gli indennizzi dovuti, secondo la buona o la mala fede del possessore.

6.1. – Per una ragione che si colloca a monte della domanda riconvenzionale subordinata, il motivo non può essere accolto.

La non contestazione specifica dell’esistenza sul fondo di opere che possano dare diritto al rimborso previsto dall’art. 1150 c.c., non implica la non contestazione anche del soggetto che le abbia realizzate, allorchè – come nel caso di specie – uno ad altro si sia avvicendato nel godimento del bene. Chi propone la domanda di rimborso ha l’onere di allegare e provare di aver sopportato in proprio le spese per riparazioni, miglioramenti o addizioni, ovvero di pretenderle in base all’art. 1146 c.c. quale successore a titolo universale o particolare del precedente possessore che le abbia sostenute.

Nello specifico. L’odierno ricorrente non ha nè allegato nè provato od offerto di provare di aver affrontato in proprio le spese di cui domanda il rimborso; e la sentenza impugnata richiama a pagg. 15-16 quella di primo grado, in parte qua non appellata, secondo cui V.C. pagava un canone d’affitto per il godimento del fondo. Il che, indipendentemente dall’esistenza o meno d’un contratto corrispondente, esclude in lui l’elemento soggettivo del possesso.

Pertanto, escluso ad un tempo sia che V.G. abbia dedotto e provato di aver sostenuto esborsi in proprio, sia che V.C. sia mai stato possessore del fondo, è esclusa altresì in partenza ogni possibilità di rimborsi in favore dell’odierno ricorrente. Infatti, il diritto del detentore agrario che sostenga analoghe spese è soggetto ad altri requisiti normativi (quelli posti dalla L. n. 203 del 1982, artt. 16 e 17), di cui non si è discusso in causa, e tra detenzione dell’un soggetto e il possesso dell’altro non vi è nesso derivativo.

7. – In conclusione entrambi i ricorsi vanno respinti.

8. – I ricorrenti V.C. e V.G. vanno pertanto condannati, in solido tra loro, alle spese, liquidate come in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso principale e quello incidentale e condanna V.C. e V.G., in solido tra loro, al pagamento delle spese in favore di C.F., C.A.M., C.O. e C.M., nonchè D.M. e D.S.A., spese che liquida in Euro 7.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie e accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 7 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 4 agosto 2016

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