Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16310 del 10/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 10/06/2021, (ud. 09/03/2021, dep. 10/06/2021), n.16310

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. SCOTTI Umberto Luigi Cesare Giuseppe – Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17659-2020 proposto da:

O.U.G.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

AUGUSTO RIBOTY, 23, presso lo studio dell’avvocato VALERIA GERACE,

che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– resistente –

avverso il decreto n. R.G. 15122/2019 del TRIBUNALE di ROMA,

depositato il 14/4/2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 9/3/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ALBERTO

PAZZI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Il Tribunale di Roma, con decreto del 14 aprile 2020, rigettava il ricorso proposto da O.U.G.D., cittadino della Colombia, avverso il provvedimento emesso dalla locale Commissione territoriale di diniego di riconoscimento della protezione internazionale.

In particolare, il Tribunale, una volta ritenuto non credibile il racconto del migrante limitatamente alla vicenda relativa all’espatrio, osservava che in Colombia non esisteva una situazione di violenza generalizzata che interessasse categorie indiscriminate di persone, rilevando infine che dai fatti riferiti dal migrante non emergeva una condizione di significativa fragilità che giustificasse il riconoscimento della protezione umanitaria.

2. Per la cassazione di tale decreto ha proposto ricorso O.U.G.D. prospettando tre motivi di doglianza.

Il Ministero dell’Interno si è costituito al di fuori dei termini di cui all’art. 370 c.p.c., al fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

che:

3. Il primo motivo denuncia la violazione della Dir. Europea 29 aprile 2004, e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, in relazione all’onere probatorio, in quanto il Tribunale, a dispetto del dovere di cooperazione a cui era tenuto nell’accertamento delle vicende rilevanti ai fini del riconoscimento della protezione richiesta, aveva deciso senza approfondire i fatti, traendo conclusioni in modo del tutto soggettivo dalle risposte del ricorrente.

4. Il motivo non è fondato.

In vero in materia di protezione internazionale l’accertamento del giudice di merito deve innanzi tutto avere ad oggetto la credibilità soggettiva della versione del richiedente circa l’esposizione a rischio grave alla vita o alla persona, cosicchè, qualora le dichiarazioni siano giudicate inattendibili alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, non occorre procedere ad un approfondimento istruttorio officioso circa la prospettata situazione persecutoria o pregiudizievole nel paese di origine, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (Cass. n. 16925 del 2020, Cass. n. 16925 del 2018).

A fronte di una narrazione non credibile rispetto alle ragioni dell’espatrio il giudice di merito non era quindi tenuto a compiere alcuna attività di cooperazione istruttoria, in quanto la valutazione della credibilità soggettiva del richiedente asilo non può essere legata alla mera corrispondenza fra la sue dichiarazioni e le condizioni generali del paese di provenienza, poichè tale contesto assume valore a riscontro estrinseco delle condizioni soggettive di credibilità e non di per sè al fine di avvalorare un racconto che intrinsecamente delle stesse sia privo.

5. Il secondo motivo di ricorso lamenta la violazione e falsa applicazione della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, e del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, non essendo possibile comprendere come il giudicante – tenuto alla valutazione dell’esistenza di una condizione di violenza generalizzata – non avesse potuto considerare, ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria o umanitaria, la situazione esistente in Colombia.

6. Il motivo è nel suo complesso inammissibile.

6.1 Ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria ai sensi D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), è dovere del giudice verificare, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e informazione di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente, astrattamente riconducibile ad una situazione tipizzata di rischio, sia effettivamente sussistente nel paese nel quale dovrebbe essere disposto il rimpatrio, sulla base di un accertamento che deve essere aggiornato al momento della decisione (Cass. n. 17075 del 2018).

Il Tribunale si è ispirato a simili criteri, prendendo in esame informazioni sulla situazione in Colombia risalenti agli anni 2017/2018 provenienti da (OMISSIS).

Tali valutazioni non paiono superate da quelle rese dalla stessa associazione per il biennio successivo, al cui interno continuano a essere segnalate criticità che “non rappresentano un pericolo per categorie indiscriminate di persone”, come ha rilevato il collegio di merito.

La critica in realtà, sotto le spoglie dell’asserita violazione di legge, cerca di sovvertire l’esito dell’esame dei rapporti internazionali apprezzati dal Tribunale, malgrado l’accertamento del verificarsi di una situazione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, rilevante a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), costituisca un apprezzamento di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito non censurabile in sede di legittimità (Cass. n. 32064 del 2018).

6.2 Quanto invece al mancato esame della situazione di violenza incontrollata diffusa esistente in Colombia ai fini della domanda relativa alla concessione della protezione umanitaria, se è ben vero che il giudizio di non credibilità della narrazione del richiedente non precludeva di per sè la valutazione di diverse circostanze che concretizzassero una situazione di vulnerabilità (Cass. n. 10922 del 2019), occorre tuttavia rilevare che a tal fine non erano sufficienti eventuali allegazioni sulla sola situazione generale esistente nel paese di origine. In vero, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, quale misura atipica e residuale, è il frutto della valutazione della specifica condizione personale di particolare vulnerabilità del richiedente.

Ne consegue che non è sufficiente – in funzione dell’accoglimento della protezione umanitaria – la mera allegazione delle condizioni generali del paese di origine a cui non si accompagni l’indicazione di come siffatta situazione influisca sulle condizioni personali del richiedente asilo provocando una particolare condizione di vulnerabilità.

7. Il terzo motivo di ricorso si duole dell’omesso/errato esame della storia del ricorrente in relazione alla situazione di violazione dei diritti umani in Colombia, in quanto il collegio di merito avrebbe commesso un macroscopico errore nel valutare il racconto del ricorrente e la situazione esistente in Colombia, privando così il migrante della protezione a cui aveva diritto.

8. Il motivo è inammissibile.

Esso infatti intende dolersi, più che un omesso esame del racconto del migrante e delle condizioni generali della Colombia, di un esame “erroneo”, cioè non conforme alle aspettative, di tali circostanze e in questo modo si pone al di fuori dei limiti propri del canone di critica utilizzato, che riguarda il tralasciato esame di un fatto controverso e decisivo per il giudizio e non si estende all’esame inappagante per la parte di tale fatto, che rientra nei compiti istituzionali del giudice di merito.

Una simile critica si riduce a un tentativo di offrire una diversa lettura delle emergenze processuali, la cui cernita e valutazione competono esclusivamente al giudice di merito e possono essere sindacate in questa sede di legittimità soltanto sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale delle argomentazioni svolte dal giudice di merito; l’errore di valutazione delle prove, consistente nel ritenere la fonte di prova dimostrativa o meno del fatto che con essa si intendeva provare, non è invece sindacabile in sede di legittimità, non essendo previsto dalla tassonomia dei vizi denunciabili con il ricorso per cassazione di cui all’art. 360 c.p.c. (Cass. n. 9356 del 2017).

9. Per tutto quanto sopra esposto il ricorso deve essere respinto.

La costituzione dell’amministrazione intimata al di fuori dei termini previsti dall’art. 370 c.p.c., ed al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione, non celebrata, esime il collegio dal provvedere alla regolazione delle spese di lite.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 9 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2021

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