Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16295 del 10/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 10/06/2021, (ud. 12/03/2021, dep. 10/06/2021), n.16295

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. CONDELLO Pasqualina A. P. – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. PIRARI Valeria – rel. Consigliere –

Dott. MAISANO Giulio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 16157/2014 R.G. proposto da:

N.G., in proprio e quale titolare dell’omonima ditta

individuale, rappresentato e difeso dall’avv. Marco Yeuillaz, nel

cui studio in Roma, via XX Settembre n. 26, è elettivamente

domiciliato;

– ricorrente –

contro

Amministrazione delle Finanze dello Stato, nella persona del Ministro

pro tempore

– intimata –

e contro

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro-tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 192/38/2013 della Commissione tributaria

regionale per il Piemonte, depositata il 20/12/2013 e non

notificata;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/03/2021 dalla Dott.ssa Pirari Valeria;

 

Fatto

Rilevato

che:

1. In data 29/4/2009, l’Agenzia delle Entrate notificò a N.G., già invitato, in data 30/1/2009, a fornire documentazione varia, avviso di accertamento col quale rettificò, in via induttiva ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 41 bis, il reddito dichiarato per l’anno 2005, sulla base di presunti maggiori ricavi acquisiti attraverso la vendita di alcune unità immobiliari. Impugnato il predetto atto dal contribuente, la C.T.P. di Cuneo accolse la domanda con sentenza n. 06/04/10, depositata il 19/1/2010, che fu invece riformata dalla C.T.R. per il Piemonte, adita dall’Ufficio, con la sentenza n. 192/38/2013.

2. Avverso questa sentenza, il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, affidandolo a due motivi. L’Amministrazione delle Finanze

dello Stato, nella persona del Ministro pro tempore, è rimasta intimata, mentre l’Agenzia delle Entrate, cui il ricorso è stato notificato, si è difesa con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo, si lamenta la violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 52, comma 3, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 42,L. 30 dicembre 1991, n. 413, art. 30, comma 1, lett. g), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la C.T.R. respinto l’eccezione preliminare dell’inammissibilità dell’appello, sollevata in ragione della mancata indicazione nel ricorso o allegazione della delega e/o procura, da parte del Direttore provinciale, al Capo Area Legale firmatario dell’atto, che conteneva invece la sola firma unica del capo area legale con una postilla riportante testualmente “firma su delega del Direttore provinciale”, senza considerare il contrasto della motivazione con il dettato normativo di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, che, in caso di contestazione, impone la produzione dell’ordine di servizio contenente la delega di firma contestata, pena la nullità dell’atto amministrativo impugnato e/o prodotto, sia esso un avviso di accertamento, sia qualunque altro atto amministrativo, e che postula il conferimento della delega a soggetti aventi particolari qualifiche, e con il disposto di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 52, comma 2, che impone, per la proposizione dell’appello, la previa autorizzazione del responsabile del servizio del contenzioso della competente direzione regionale delle entrate e del responsabile del servizio del contenzioso della competente direzione compartimentale del territorio, rispettivamente in favore degli uffici periferici del Dipartimento delle entrate e degli uffici del territorio, avente valenza esterna e costituente condizione di ammissibilità dell’appello ai sensi della L. n. 413 del 1991, art. 30, comma 1, lett. g).

2. Col secondo motivo, si lamenta la violazione e/o falsa applicazione della L. 24 dicembre 2007, n. 244 (laddove stabilisce che, in deroga alla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 1, comma 2, per gli atti formati anteriormente al 4 luglio 2006, deve intendersi che le presunzioni di cui al D.L. n. 223 del 2006, art. 35, commi 2, 3 e 23-bis e successive modificazioni, valgono, agli effetti tributari come presunzioni semplici), e del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 54, comma 3, secondo periodo, abrogato dalla L. comunitaria 2008, n. 88 del 2009, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la C.T.R. calcolato il maggior reddito, rideterminando i valori degli immobili esclusivamente sulla base della banca dati O.M.I., oltrechè dei mutui, senza considerare che questi ultimi attenevano a differenti tipologie di immobili e contemplavano anche spese ulteriori rispetto al solo prezzo (imposte, spese notarili, provvigioni di intermediatori) e che i valori O.M.I., costituendo mere presunzioni mancanti del carattere di gravità, precisione e concordanza, non potevano essere posti a base di accertamenti successivi al 2006, come quello di specie.

3. Pregiudizialmente, deve analizzarsi l’eccezione di inammissibilità del ricorso, sollevata dall’Agenzia delle Entrate, sul presupposto che questo sia stato proposto nei confronti dell’Amministrazione delle Finanze dello Stato, nella persona del Ministro pro tempore, benchè privo di legittimazione passiva, e soltanto notificato nei suoi confronti.

A questo riguardo occorre distinguere tra la posizione dell’Agenzia delle Entrate e quella del Ministero delle Finanze.

Quanto al primo caso, si evidenzia come l’errata intestazione della parte contro cui il ricorso è proposto non ne costituisca motivo di inammissibilità e/o improcedibilità, quando lo stesso sia stato notificato proprio al soggetto che era stato parte in causa nel giudizio conclusosi con la sentenza impugnata e che, resistendo nel grado di giudizio di legittimità, dopo avere proposto l’eccezione per il motivo sopra esposto, si sia difeso nel merito” rimanendo ogni nullità e/o irregolarità dell’atto di impugnazione sanata per raggiungimento dello scopo, ai sensi dell’art. 156 c.p.c., e non potendovi essere incertezza circa il destinatario (in tal senso, Cass., Sez. L, 6/02/2018, n. 2827). Ne consegue l’infondatezza del motivo.

Quanto alla seconda questione, deve dichiararsi l’inammissibilità del ricorso proposto nei confronti del Ministero dell’Economia e Entrate, siccome privo della necessaria legittimazione passiva, in quanto il giudizio di appello è stato introdotto dopo il primo gennaio del 2001, data in cui è divenuta operativa l’istituzione dell’Agenzia delle entrate, cui spetta esclusivamente la legittimazionè ad causam e ad processum nei procedimenti introdotti successivamente a tale data (Cass., Sez. U., 14/02/2006, n. 3118; Cass., Sez. 5, 6/12/2017, n. 29183).

4. Venendo al merito, la prima censura è infondata.

Questa Corte ha già avuto modo di affermare che in tema di contenzioso tributario, al D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 10 e art. 11, comma 2, riconoscono la qualità di parte processuale e conferiscono la capacità di stare in giudizio all’ufficio locale dell’Agenzia delle Entrate nei cui confronti è proposto il ricorso, il quale è organicamente rappresentato dal direttore o da altra persona preposta al reparto dotato di competenze specifiche. Quest’ultimo si considera dunque delegato in via generale (Cass., Sez. 5, 28/05/2008, n. 13908), con la conseguenza che, nel caso in cui non sia contestata la provenienza dell’atto d’appello dall’ufficio competente, questo deve ritenersi ammissibile, ancorchè recante in calce la firma (anche se illeggibile) di un funzionario che sottoscrive in luogo del direttore titolare, finchè non sia eccepita e provata la non appartenenza del sottoscrittore all’ufficio appellante o, comunque, l’usurpazione del potere d’impugnare la sentenza di primo grado, dovendosi altrimenti presumere che l’atto provenga dall’ufficio e che ne esprima la volontà, senza che sia necessaria l’esibizione in giudizio di una corrispondente specifica delega (Cass., Sez. 5,21/03/2014, n. 6691; Cass., Sez.6-5, 26/07/2016, n. 15470; Cass., Sez. 6-5, 29/01/2013, n. 1949; Cass., Sez.5, 30/10/2018, n. 27570).

Non rilevano invece i precedenti citati dal ricorrente, giacchè essi attengono alla diversa questione della delega conferita dal capo dell’ufficio all’impiegato della carriera direttiva per la sottoscrizione degli avvisi di accertamento in rettifica e d’ufficio da notificare al contribuente, espressamente sancita dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 42, comma 1, la quale esula dalla legittimazione processuale della parte del giudizio.

Quanto alla dedotta violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 52, comma 2, peraltro espressamente abrogato dal D.L. 25 marzo 2010, n. 40, art. 3, comma 1, lett. c), convertito dalla L. 22 maggio 2010, n. 73, si osserva come tale disposizione, secondo la quale gli uffici periferici del dipartimento delle entrate del Ministero delle finanze e gli uffici del territorio devono essere previamente autorizzati alla proposizione dell’appello principale, rispettivamente, dal responsabile del servizio del contenzioso della competente direzione generale delle entrate e dal responsabile del servizio del contenzioso della competente direzione compartimentale del territorio, non sia più applicabile una volta divenuta operativa – in forza del D.M. 28 dicembre 2000 del Ministero dell’Economia – la disciplina recata dal D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300, art. 57, che ha istituito le Agenzie fiscali, attribuendo ad esse la gestione della generalità delle funzioni in precedenza esercitate dai dipartimenti e dagli uffici del Ministero delle finanze, e trasferendo alle medesime i relativi rapporti giuridici, poteri e competenze, poichè, in ragione di ciò, spetta a ciascuna Agenzia appellare le sentenze ad esse sfavorevoli delle commissioni tributarie provinciali, essendo palese che, nell’intervenuta soppressione di tutti gli uffici ed organi ministeriali ai quali essa fa riferimento, si deve escludere che da detta norma possano farsi discendere condizionamenti al diritto delle agenzie di impugnare in appello le sentenze delle commissioni tributarie provinciali ad esse sfavorevoli (Cass., Sez. 5, 16/05/2014, n. 10736; Cass., Sez. 6 – 5, 04/01/2016, n. 22; Cass., Sez. 5, 8/10/2007 n. 21053; Cass., Sez. 5, 22/9/2006 n. 20516; Cass., Sez. 5, 23/12/2005 n. 28686; Cass., Sez. 5, 14/5/2005 n. 10943; Cass., Sez. 5, 31/3/2005 n. 6809; Cass., Sez. 5, 14/1/2005 n. 604).

Pertanto, la C.T.R., nell’affermare che “il direttore provinciale dell’Agenzia delle Entrate rappresenta l’ufficio controlli e rilascia al capo area legale delega legittimandolo ex lege ad adottare tutti i provvedimenti che rientrano nella competenza dell’ufficio di cui è responsabile, senza la necessità che vengano all’uopo espressamente nominati ulteriori delegati dallo stesso direttore provinciale”, non ha fatto altro che adeguarsi ai principi sopra espressi.

Consegue da quanto detto, l’infondatezza della censura.

5. Il secondo motivo è parimenti infondato.

Questa Corte ha avuto modo di affermare che, nell’ipotesi di contestazione di maggiori ricavi derivanti dalla cessione di beni immobili, la reintroduzione, con effetto retroattivo, stante la sua finalità di adeguamento al diritto dell’Unione Europea, della presunzione semplice, ai sensi della L. 7 luglio 2009, n. 88, art. 24, comma 5 (legge comunitaria 2008), che ha modificato il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 e il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, sopprimendo la presunzione legale (relativa) di corrispondenza del prezzo della compravendita di beni immobili al loro valore normale, introdotta dal D.L. 4 luglio 2006, n. 223, art. 35, convertito dalla L. 4 agosto 2006, n. 248, e ripristinando il precedente quadro normativo in base al quale, in generale, l’esistenza di attività non dichiarate può essere desunta anche sulla base di presunzioni semplici, purchè queste siano gravi, precise e concordanti, non impedisce al giudice tributario di fondare il proprio convincimento su di un unico elemento, purchè dotato dei requisiti di precisione e di gravità, elemento che non può, tuttavia, essere costituito dai soli valori Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI), dovendo questi essere corroborati da ulteriori indizi (Cass., Sez. 5, 25/01/2019, n. 2155; Cass., Sez. 5, 12/04/2017, n. 9474; Cass., Sez. 5, 04/11/2020, n. 24550; Cass., Sez. 5, 25/01/2019, n. 2138). E tale prova presuntiva, avente i caratteri di gravità, precisione e concordanza, secondo gli ordinari criteri di accertamento induttivo, può fondare la prova dell’esistenza di entrate non dichiarate, derivanti da cessioni di immobili, anche nell’imposizione sul valore aggiunto, senza che ciò sia escluso dall’art. 273 della direttiva 2006/112/Cee, dovendo gli Stati membri assicurare l’integrale riscossione del tributo armonizzato e l’efficacia della lotta contro l’evasione (Sez. 5, 04/04/2019, n. 9453).

Nella specie, la C.T.R. ha applicato i suddetti principi, allorchè ha ritenuto che la ricostruzione effettuata dall’Ufficio non fosse basata esclusivamente sui valori OMI, richiamati a conferma degli ulteriori elementi indiziari raccolti, ma anche sulla scarsa redditività dell’impresa, sulla contrarietà alla logica di efficienza economica del valore dichiarato per ciascuno degli appartamenti e sulla comparazione tra i valori degli immobili, concludendo per la fondatezza dei rilievi contenuti nell’avviso di accertamento.

Ne consegue l’infondatezza della censura.

6. In conclusione, devono essere rigettati entrambi i motivi, con condanna del ricorrente alle spese del giudizio, liquidate come in dispositivo.

PQM

rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente del contributo unificato previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 12 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2021

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