Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1629 del 24/01/2020

Cassazione civile sez. II, 24/01/2020, (ud. 31/10/2019, dep. 24/01/2020), n.1629

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Felice – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 29831-2015 proposto da:

G.N., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANGELO EMO n.

106, presso lo studio dell’avvocato CIRO CASTALDO, rappresentato e

difeso dall’avvocato PASQUALE LA PESA;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI MARTINA FRANCA, in persona del Sindaco pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ITALO CARLO FALBO n. 22,

presso lo studio dell’avvocato ANGELO COLUCCI, rappresentato e

difeso dall’avvocato OLIMPIA CIMAGLIA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 217/2015 della CORTE D’APPELLO DI LECCE,

SEZIONE DISTACCATA DI TARANTO, depositata il 14/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

31/10/2019 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MISTRI CORRADO, il quale ha concluso per l’inammissibilità o in

subordine per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato PASQUALE LA PESA per parte ricorrente, il quale ha

concluso per l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato ANGELO COLUCCI, anche in sostituzione dell’Avvocato

OLIMPIA CIMAGLIA, per parte controricorrente, il quale ha concluso

per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con atto di citazione del 23.3.2007 G.N. conveniva in giudizio innanzi il Tribunale di Taranto, sezione distaccata di Martina Franca, il Comune di Martina Franca, per sentirlo condannare al pagamento in proprio favore della somma di Euro 72.240 a fronte dell’attività di istruzione e definizione di una serie di pratiche di condono edilizio che erano state affidate negli anni dall’Ente locale al professionista giusta la convenzione sottoscritta inter partes in data 5.5.1995.

Si costituiva il Comune resistendo alla domanda, evidenziando in particolare che il rapporto convenzionale aveva durata limitata al 31.12.1995, mentre solo nel febbraio 2004 il G. aveva consegnato le pratiche definite.

Con sentenza n. 131/2011 il Tribunale rigettava la domanda compensando le spese, sul presupposto che la convenzione avesse perduto efficacia alla sua naturale scadenza e che non sussistesse, di conseguenza, alcun diritto dell’attore, nè al pagamento delle somme dal medesimo invocate, nè ad ottenere la consegna delle ulteriori pratiche di condono edilizio mai trasmessegli dal Comune.

Interponeva appello il G. e si costituiva in seconde cure l’Ente locale per resistere al gravame.

Con la sentenza oggi impugnata, n. 2217/2015, la Corte di Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, rigettava l’appello condannando il G. alle spese del grado.

Propone ricorso per la cassazione di detta decisione G.N. affidandosi a due motivi. Resiste con controricorso il Comune di Martina Franca.

In prossimità dell’udienza pubblica la parte ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 2237 c.c. perchè la Corte di Appello avrebbe erroneamente confermato la pronuncia del Tribunale, che aveva escluso la possibilità del G. di invocare la risoluzione di una convenzione divenuta inefficace perchè scaduta. Ad avviso del ricorrente, in tal modo si sarebbe data per assodata, sia in prime che in seconde cure, l’intervenuta perdita di efficacia del rapporto alla sua naturale scadenza, mentre la documentazione allegata agli atti del giudizio avrebbe dimostrato che lo stesso aveva avuto esecuzione dopo il termine finale indicato nella convenzione. Il Comune avrebbe infatti trasmesso al ricorrente le pratiche edilizie da definire fino a marzo 1996 e quindi anche dopo la scadenza della convenzione, provvedendo altresì ad onorare le fatture emesse del professionista sino a tale data. Inoltre, non vi sarebbe mai stata una comunicazione del Comune di cessazione dell’incarico, che dunque si sarebbe prorogato per facta concludentia anche dopo il 31.12.1995 (termine finale previsto in convenzione).

La censura è inammissibile.

Il ricorrente fa riferimento, per dimostrare l’ultrattività della convenzione rispetto al termine finale fissato al 31.12.1995, alla “copiosa documentazione prodotta dall’attore” nel giudizio di merito, senza tuttavia aver cura di citare, nel corpo del motivo, di quali documenti si tratterebbe, nè di indicare quale sarebbe la loro rilevanza in relazione alla censura di cui si discute. Nè appare sufficiente, a tal fine, il generico rinvio ai “richiami alla stessa operati alle pagg. 2 e 3 dell’atto di appello”, posto che esso non è sufficiente a soddisfare l’onere di specificità della censura (Cass. Sez.3, Sentenza n. 849 del 24/01/2002, Rv.551828; Cass. Sez.1, Sentenza n. 20454 del 21/10/2005, Rv. 583902; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 1406 del 23/01/2007, Rv.595727; Cass. Sez. 2, Sentenza n. 4021 del 21/02/2007, Rv.595400).

Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione degli artt. 1362, 1363, 1364, 1366, 1369 e 1370 c.c. perchè la Corte di Appello avrebbe erroneamente ritenuto che la convenzione non prevedesse l’obbligo del Comune di consegnare al professionista tutte le pratiche di condono pendenti, e non soltanto una parte di esse. Il ricorrente valorizza il fatto che l’art. 6 dell’accordo prevedesse l’affidamento delle predette pratiche a vari professionisti secondo il loro ordine di acquisizione al protocollo dell’ente locale, secondo un criterio di parità numerica per ciascun professionista incaricato. In forza di tale clausola il ricorrente ritiene che l’ente locale non avesse la facoltà di scegliere quali pratiche affidare ai consulenti esterni incaricati e quali no, ma dovesse trasmetterle nella loro totalità.

La censura è inammissibile.

Va invero ribadito il principio secondo cui l’interpretazione del contratto costituisce terreno riservato al giudice di merito (Cass. Sez.1, Ordinanza n. 29111 del 05/12/2017, Rv. 646340; conf. Cass. Sez. 3, Sentenza n. 420 del 12/01/2006, Rv. 586972) e può essere censurata soltanto nella misura in cui si alleghi una erronea sussunzione della fattispecie concreta nel paradigma normativo previsto dall’ordinamento. Inoltre, la lettura che il ricorrente propone dell’art. 6 della convenzione non appare convincente, posto che i criteri dell’ordine di acquisizione al protocollo dell’ente locale e di parità numerica tra gli affidatari sono evidentemente dettati per esigenze di trasparenza dell’azione amministrativa, rispettivamente nei confronti dei cittadini e dei soggetti che contraggono con la pubblica amministrazione, ma non implicano alcun obbligo per l’ente locale di procedere all’affidamento ai consulenti esterni della totalità delle pratiche di condono edilizio pendenti. Infine, il ricorrente non ha cura di riportare, nel corpo della censura in esame, il testo letterale della clausola convenzionale di cui si discute, con conseguente ulteriore profilo di inammissibilità della doglianza per evidente carenza di specificità.

In definitiva, il ricorso va rigettato.

Le spese, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

Poichè il ricorso per cassazione è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, va dichiarata la sussistenza, ai sensi del testo unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dell’art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dei presupposti processuali per l’obbligo di versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello richiesto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in Euro 7.700 di cui Euro 200 per esborsi, oltre rimborso delle spese generali nella misura del 15%, iva e cassa avvocati come per legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello richiesto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile, il 31 ottobre 2019.

Depositato in Cancelleria il 24 gennaio 2020

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