Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16223 del 28/06/2017


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Cassazione civile, sez. II, 28/06/2017, (ud. 09/03/2017, dep.28/06/2017),  n. 16223

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MATERA Lina – Presidente –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – rel. Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24978-2012 proposto da:

V.S. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A.

MORDINI 14, presso lo studio dell’avvocato MARCELLO CECCHETTI, che

lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

B.M. C.F.(OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

CORSO TRIESTE 87, presso lo studio dell’avvocato ARTURO ANTONUCCI,

che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIANLUCA

GIOVANNELLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1131/2011 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 14/09/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/03/2017 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO LUCIO che ha concluso per il ricetto del ricorso;

udito l’Avvocato Cecchetti Fabrizio con delega depositata in udienza

dell’avv. Cecchetti Marcello difensore del ricorrente che ha chiesto

l’accoglimento del ricorso;

udito l’avv. Antonucci Arturo difensore del controricorrente che ha

chiesto il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

V.S. proponeva opposizione al decreto ingiuntivo n. 4148 del 1999, con il quale, il Presidente del Tribunale di Firenze, ingiungeva di pagare, a saldo, a B.M. la somma di Lire 143.270.247, oltre interessi, per i lavori eseguiti in sub appalto negli anni 96 e 97, in relazione ai quali il B. aveva emesso fatture per complessive Lire 562.153.928 ed il V. aveva già corrisposto la somma di Lire 418.883.682. L’opponente contestava i prezzi applicati e l’esecuzione di alcune opere. Chiedeva la revoca del decreto e l’accertamento del proprio debito, svolgeva domanda riconvenzionale per la condanna dell’opposto alla restituzione dell’eccedenza pagata.

La causa veniva istruita con produzioni documentali e prove per testi.

Il Tribunale di Firenze, con sentenza del 3 agosto 2002, revocava il decreto ingiuntivo opposto e condannava V.S. a corrispondere a B.M. la somma di Euro 73.992,91, oltre interessi e rivalutazione dal 18 novembre 1998 e condannava lo stesso al pagamento delle spese del giudizio. Secondo il Tribunale di Firenze, l’opposizione era infondata anche se il decreto doveva essere revocato avendo in parte ad oggetto un credito illiquido quello relativo al maggior danno da ritardo ex art. 1224 cod. civ..

La Corte di Appello di Firenze, pronunciando su appello proposto da V., a contraddittorio integro, espletata anche CTU, con sentenza n. 2231 del 2011, in parziale riforma della sentenza impugnata riduceva la somma che il V. doveva a B. determinandola in quella di Euro 68.551,00, con interessi legali dal 18 novembre 1999. Condannava il V. al pagamento dei 4/5 delle spese del giudizio, compensava la restante parte. Secondo la Corte di Firenze, non vi era prova che alcuni lavori, relativi al Condomino di via (OMISSIS) fossero stati eseguiti da B. e come tale la relativa somma di Euro 6.300.000 andava esclusa dal conteggio della somma spettante al B.; le fatture pagate dal V. per sua stessa ammissione erano conformi ai prezzi pattuiti, i pagamenti effettuati corrispondevano ai 4/5 del fatturato totale, che i lavori di cui alle fatture non pagate erano sostanzialmente identici a quelle di cui alle fatture pagate e che in corso d’opera non vi era stato alcun accordo delle parti per la modifica dei prezzi concordati. Ciò posto, secondo la Corte di Firenze, il corrispettivo dovuto a B. andava rideterminato nella somma di Euro 68.551,00.

La cassazione di questa sentenza è stata chiesta da V.S. con ricorso affidato a due motivi. B.M. ha resistito con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.= Con il primo motivo di ricorso V.S. lamenta l’insufficiente, erronea o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5) rappresentato dall’affermata coincidenza dei corrispettivi fatturati dal sig. B. con quelli effettivamente concordati tra le parti. Secondo il ricorrente, la Corte distrettuale avrebbe errato nel ritenere dimostrate le ragioni del sig. B., trascurando di considerare che il sig. B.: a) non aveva dimostrato l’operata consegna della documentazione contabile; b) i prospetti contabili erano stati allegati solo a 12 delle 18 fatture emesse; c) la dizione riportata in alcune fatture “come contabilità in vostre mani”, non dimostrava la preventiva consegna della stessa al sig. V., posto che il sig. B. aveva riportato, semplicemente, l’elencazione dei condomini ove aveva eseguito le opere; d) i conteggi erano sommari; e) B. non aveva dimostrato che i prezzi concordati erano diversi da quelli indicati nel prospetto allegato in giudizio da V..

1.1. = Il motivo è infondato.

Il ricorrente non ha tenuto conto che, com’è noto, i limiti istituzionali del giudizio di cassazione sono segnati dal suo oggetto, costituito da vizi specifici della decisione del giudice inferiore e non direttamente dalla materia controversa nella sua interezza, e trovano attuazione in una attività che si caratterizza in funzione della rimozione della decisione viziata e, non già della sostituzione immediata di questa. Va, altresì, precisato, che, pur se per effetto dell’evoluzione legislativa succedutasi nel corso degli ultimi tempi, i limiti istituzionali del giudizio di cassazione siano stati profondamente rimaneggiati, tanto da rendere, oramai, obsoleta l’idea della Cassazione come giudice della sentenza, tuttavia, la funzione di garanzia che l’ordinamento assegna al giudice di legittimità in attuazione dell’art. 65 Ord. giud. si esercita, comunque, nella duplice direzione di un controllo sulla legalità della decisione e di un controllo sulla logicità della decisione. Nella prima direzione, il controllo di legittimità affidato alla Corte di Cassazione consiste nella verifica sotto il profilo formale e della correttezza giuridica dell’esame e della valutazione compiuti dal giudice di merito (15824/14; 8118/14; 7972/07), mentre riguardo alla seconda si è soliti dire che la Corte viene investita della facoltà di controllare, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, le argomentazioni svolte dal giudice del merito, con la precisazione che, ad esso e solo ad esso, spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi (22386/14; 22146/14; 20322/05). Comune ad entrambe queste impostazioni il principio, positivamente avallato dalla ideazione del giudizio di cassazione, come un giudizio a critica vincolata, in cui le censure che si muovono al pronunciamento di merito devono necessariamente trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi, secondo cui la Corte di Cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale secondo la rappresentazione che le parti ne fanno al giudice di merito e che prende forma nel contraddittorio processuale. Si afferma così, che il controllo che la Corte esercita in funzione della legalità della decisione non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa, così come a sua volta il controllo di logicità non consente alla parte di censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendo alla stessa una sua diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione da parte del giudice di legittimità degli accertamenti di fatto compiuti dal giudice di merito. E questo perchè, come abitualmente si afferma, il controllo affidato alla Corte “non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe in una nuova formulazione del giudizio di fatto, in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità”. (20012/14; 18074/14; 91/14).

1.2.= Ora, con riguardo alle doglianze che la parte solleva relativamente alla sentenza impugnata, va evidenziato che esse si sostanziano nel richiedere al giudice di legittimità la rinnovazione di un giudizio di fatto, intendendo per vero sottoporre a nuova valutazione elementi e dati processuali, vagliati dalla Corte distrettuale, al solo fine di attribuire ad essi un valore ed un significato conformi alle attese e alle deduzioni del ricorrente. Epperò la valutazione della Corte distrettuale appare non soltanto logica e condivisibile ma ampiamente radicata su dati di fatti la cui esistenza non è stata messa in discussione dal V.. Come afferma la Corte distrettuale “(…) E’ pacifico, invero, che sul totale fatturato di Euro 562.153.929 il V. ha pagato senza contestazioni la rilevante somma di E. 418.883.682. In molte fatture rimesse al subcommittente (…) figura la dicitura come da contabilità in vostre mani (…) Il V. non ha mai negato prima del giudizio l’esistenza di questa contabilità (…) l’opponete ha accettato ed annotato nei libri contabili senza contestazioni tutte le fatture emesse da B. (….) Il contegno dell’opponete è indubbiamente indice del fatto che le fatture emesse dal B. fossero conformi ai prezzi effettivamente concordati essendo inconcepibile che un imprenditore di normale avvedutezza abbia effettuato pagamenti per centinaia di milioni di Lire senza rendersi conto della sovrafatturazione (…) Per sostenere il contrario l’appellante (pag. 8 dell’atto di appello) afferma che le fatture pagate erano conformi agli accordi a quel tempo concluso ma che nella fase successiva gli accordi sarebbero stati diversi perchè le commesse ricevute avrebbero riguardato lavori diversi e meno dispendiosi (…)” La continuità delle fatturazioni del resto, attesta la continuità dei lavori e l’unicità del rapporto di subappalto, le cui condizioni non potevano essere variate per volontà di un sola parte.

2.= Con il secondo motivo il ricorrente lamenta l’insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5) rappresentato dalla individuazione delle opere realizzate in quelle fatturate dal sig. B. ivi comprese le opere extra capitolato. Il ricorrente sostiene che la Corte distrettuale nel ritenere che V. avesse accettato la quantità delle opere indicate da B. non avrebbe tenuto conto che quell’accettazione era stata effettuata per puro spirito conciliativo. E di più, sempre secondo il ricorrente, la Corte distrettuale avrebbe considerato nella contabilità anche le opere extra capitolato, senza tener conto di quanto indicato dalla CTU e, cioè, che le opere di cui si dice non sembravano in alcun modo concordate fra le parti, nè era stato possibile accertare se esse fossero state effettivamente svolte.

2.1. = Il motivo è inammissibile per novità dell’eccezione, posto che dalla sentenza non risulta che il V. abbia eccepito la mancata dimostrazione di un accordo per i lavori extracapitolato e se gli stessi fossero stati eseguiti.

E’ ius receptum che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio d’appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio. Il ricorrente, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione avanti al giudice del merito, ma anche di indicare in quale atto del precedente giudizio lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminarne il merito.

Senza dire che il ricorrente, anche in questa sede, non disconosce che le opere extracapitolato ed oggetto del presente giudizio, fossero state eseguite da B.. Ininfluenti sarebbero, comunque, i rilievi della CTU ed evidenziati dal ricorrente nella misura in cui la Corte distrettuale avrebbe accertato la realizzazione delle opere di cui si dice.

In definitiva, il ricorso va rigettato e il ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 cod. proc. civ. condannato a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio, che vengono liquidate con il dispositivo.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare a parte controricorrente le spese del presente giudizio, che liquida in Euro 5.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali pari al 15% dei compensi, ed accessori, come per legge.

Così deciso in Roma, nella camera di Consiglio della Seconda Sezione Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 9 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 28 giugno 2017

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