Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1622 del 23/01/2018


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Civile Ord. Sez. 2 Num. 1622 Anno 2018
Presidente: MANNA FELICE
Relatore: SABATO RAFFAELE

ORDINANZA

sul ricorso 19842-2013 proposto da:
ISMEA – ISTITUTO SERVIZI MERCATO AGRICOLO ALIMENTARE,
elettivamente domiciliato in ROMA, V.LE PARIOLI 79H,
presso lo studio dell’avvocato MICHELE LOBIANCO, che lo
rappresenta e difende;
– ricorrente contro

PINTUS VITTORIA, PINTUS NICOLINA, PINTUS MARIA, PINTUS
ANTONIA FRANCESCA, PINTUS GRAZIANO, PINTUS ANNALISA,
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA AUGUSTO RIBOTY
28, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO PAVONI,
rappresentati e difesi dall’avvocato GIAN LUCA
MARCUCCI;
– controricorrenti

Data pubblicazione: 23/01/2018

non chè contro

PINTUS CATERINA ANGELA, NUCCI TIZIANO;
– intimati –

avverso la sentenza n. 246/2013 della CORTE D’APPELLO
di ANCONA, depositata il 19/04/2013;

consiglio del 15/11/2017 dal Consigliere Dott. RAFFAELE
l’APATQ.

udita la relazione della causa svolta nella camera di

15.11.2017 n. 20 n.r.g. 19842-13 ORD

Rilevato che:
1. Con sentenza depositata il 19/4/2013 la corte d’appello di Ancona,

colto la domanda – disattesa in primo grado per difetto di sufficiente
prova – di accertamento in capo a Giovanni Giuseppe Pintus (e per lui
dei suoi eredi appellanti) dell’usucapione di un terreno nel comune di
Auditore al f. 8 p.11e 418 e 419, risultante in titolarità di Tiziano Nucci
(contumace in appello) che l’aveva acquistato con patto di riservato
dominio dalla Cassa per la formazione della proprietà contadina, cui è
succeduto l’ISMEA-Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (chiamato in causa in primo grado e resistente in appello).
2. A sostegno delle decisione, la corte locale ha considerato:
– essere risultato che il signor Pintus ha coltivato il terreno almeno dal
settembre 1979, con ritenzione dei prodotti della terra;
– essere risultato che la perizia asseverata avesse la dichiarazione allegata del 17 febbraio 2000;
– essere dunque maturato il tempo per l’usucapione, in presenza di
ogni presupposto;
– avere ad oggetto l’acquisto il fondo con esclusione della scoscesa,
come da modificazione intervenuta nella domanda e come da individuazione di sotto-particelle effettuata da c.t.u. nei mapp. 418/a,
419/a e 420/b.
3. Avverso tale sentenza l’ISMEA ha proposto ricorso per cassazione
articolato su due motivi illustrati da memoria. Nicolina, Vittoria, Antop. 1/7

riformando sentenza in data 2/3/2005 del tribunale di Urbino, ha ac-

nia Francesca, Maria, Annalisa e Graziano Pintus, eredi di Giovanni
Giuseppe Pintus, hanno resistito con controricorso. Non hanno spiegato difese Caterina Angela Pintus e Tiziano Nucci.

1. Benché la parte ricorrente abbia riportato, in esordio del ricorso,
pressoché integralmente alcuni atti di causa, nondimeno può dirsi
sussistente una sommaria esposizione dei fatti di causa, posto che le
residue parti delle pp. 1-24, diversamente evidenziate graficamente,
unitamente ai grassetti contenuti nelle parti integralmente trascritte,
consentono una agevole comprensione dei fatti stessi. Il ricorso è
quindi ammissibile da tale punto di vista.
2. Con il primo motivo l’ISMEA deduce vizio di motivazione con riferimento all’art. 360 primo comma nn. 3 e 5 cod. proc. civ. (sic) “nonché di ogni altra norma in tema di interpretazione di atti processuali”;
deduce altresì “violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 cod. civ.”
e “omessa o insufficiente motivazione … per avere la sentenza impugnata trascurato di considerare le circostanza emerse dall’istruttoria”;
deduce infine “omesso esame” circa un fatto decisivo. Richiamando la
decisione del tribunale, l’ISMEA sottolinea come fosse emersa la mancanza di chiarezza circa l’area coltivata e circa l’effettivo decorso del
tempo utile all’usucapione, il conflitto rispetto alla domanda originaria
comprendente anche la scoscesa, nonché il contrasto tra deposizioni
rese nel giudizio in questione rispetto a precedente giudizio possesso-

Considerato che:

rio, con trasmissione degli atti alla procura della repubblica. Deduce
ancora che il comportamento del signor Pintus mancava del requisito
della fides (buona fede) ritenuto elemento per l’usucapione, oltre che
dell’animus possidendi stanti anche gli atti interruttivi posti in essere

nuava la coltivazione.
3. Con il secondo motivo l’ISMEA deduce violazione dell’art. 183 cod.
proc. civ., “e relativo difetto di motivazione”, “in ordine alla dichiarazione di usucapione della p.11a 420”; “omessa e comunque insufficiente motivazione su un punto decisivo” in relazione sia al n. 3 sia al n. 5
dell’art. 360 primo comma cod. proc. civ., nonché “omesso esame
circa un fatto decisivo”. Sostiene che, anche all’esito della modifica ex
art. 183 cod. proc. civ. della domanda, nessun cenno era stato fatto
dall’originario attore alla p.11a 420, menzionata solo in sede di conclusioni con mutatio libelli non considerata dal tribunale, e invece parzialmente accolta dalla corte d’appello la cui decisione ha avuto ad
oggetto anche la p.11a 420/b, violando il principio di corrispondenza
tra il chiesto e il pronunciato.
4. I motivi sono strettamente connessi per quanto in prosieguo e possono essere esaminati congiuntamente; essi sono inammissibili.
4.1. Può prescindersi dall’esaminare altri profili recessivi di inammissibilità, quali taluni sollevati dai controricorrenti o anche quali quelli
connessi alla articolazione mista delle censure, senza che gli argomenti a sostegno dell’una siano separabili rispetto a quelli a sostegno
dell’altra. Può questa corte limitarsi a rilevare che i mezzi, sotto la

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da Tiziano Nucci all’esito dei quali il signor Pintus comunque conti-

veste di critiche per violazione di legge e vizi di motivazione, celano in
effetti inammissibili istanze di riesame delle risultanze probatorie poste dalla corte territoriale alla base del convincimento circa
l’intervenuto acquisto per usucapione, attività questa di valutazione

4.2. Al riguardo, va richiamato che il vizio di violazione e falsa applicazione di norme di diritto consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie
astratta recata da una norma di legge e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa (di qui la funzione di
assicurare l’uniforme interpretazione della legge assegnata a questa
corte dal r.d. 30 gennaio 1941, n. 12, art. 65), mentre l’allegazione di
un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione, vizio che, essendo stata la sentenza impugnata depositata
successivamente all’11/9/2012, è declinato nel presente procedimento ratione temporis secondo il testo dell’art. 360, primo comma, n, 5
cod. proc. civ. successivo alla modifica di cui al d.l. n. 83 del 2012,
convertito in I. n. 134 del 2012, che limita al minimo costituzionale
delromesso esame” di fatti storici il controllo sulla motivazione (con
la conseguenza, da cui anche può prescindersi, che tutte le critiche
alla motivazione, in assenza Citicliettzttirm di fatti storici del tutto tra\ V\
eal 01’1Z.
scurati eilre, sono ulteriormente inammissibili).

4

delle prove riservata al giudice del merito.

4.3. Orbene, nel caso di specie, fermo restando che nessuna erronea
applicazione della legge la corte d’appello ha posto in essere, avendo
fatto corretto governo delle discipline in tema di proprietà, possesso e
usucapione, va rilevato come la ratio decidendi adottata sia consistita

(v. sopra).
4.4. Quanto poi alla censura di vizio di motivazione, al di là della circostanza che, come detto, di nessun fatto storico i motivi indicano la
totale preternnissione da parte della corte d’appello, va richiamato che
l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di
omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in
causa (nel caso di specie, in sostanza, l’occupazione del fondo), sia
stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass.
sez. U, n. 8053 del 07/04/2014).
5. Ciò posto, in ordine ad alcuni aspetti specifici affrontati dai motivi
può sinteticamente affermarsi:
– quanto all’asserita malafede del possessore, quand’anche essa sussistesse non risulterebbe impedita l’applicabilità dell’istituto
dell’usucapione ventennale ritenuta dalla corte locale; il diritto attuale
non prevede infatti, per l’usucapione ventennale, il requisito della
buona fede (inserito tra i requisiti invece dei corrispondenti istituti
romanistici sintetizzati dall’esametro mnemonicamente utile rès habilìs titulùs //fidès possèssio tèmpus), né si applica più quindi la regola
medievale possessor malae fidei ullo tempore non praescribit;
5

nell’essere emersa con certezza la prova dell’acquisto della proprietà

- ai sensi dell’art. 1167 cod. civ. l’usucapione è interrotta quando il
possessore sia stato privato del possesso per oltre un anno, ciò che
non è stato dedotto, essendo anzi enunciato che il Pintus riprendeva
costantemente l’utilizzo;

colui che esercita il potere di fatto sulla cosa.
6. Infine, per quanto attiene alla presunta violazione di norma processuale (che, benché non indicata in intestazione, va individuata univocamente nell’art. 112 cod. proc. civ.) per avere – secondo il ricorrente – la sentenza pronunciato ultra petita, attribuendo un bene della vita ulteriore rispetto a quelli richiesti, va considerato che – come
spiega la sentenza impugnata (v. riepilogo sopra) e come dedotto dai
controricorrenti – l’indicazione di una sottoparticella 420/b è stata effettuata per comodità del c.t.u. al fine di indicare la zona usucapita al
netto della scoscesa oggetto di modifica in senso riduttivo della domanda, rientrando però detta area nelle particelle oggetto
dell’originaria domanda. In tal senso il motivo è infondato.
7. In definitiva il ricorso va rigettato, regolandosi le spese secondo
soccombenza e secondo la liquidazione di cui al dispositivo.
Ai sensi dell’art. 13 co. 1-quater d.p.r. n. 115 del 2002 va dato atto
del sussistere dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma del co. 1-bis dell’art. 13 cit.

P.Q.M.

– l’animus possidendi, ai sensi dall’art. 1141 cod. civ., si presume in

la corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione a favore dei controricorrenti delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in euro 200 per esborsi ed euro 3.300 per compensi, oltre spese

Ai sensi dell’art. 13 co. 1-quater d.p.r. n. 115 del 2002 dà atto del
sussistere dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente
dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso
a norma del co. 1-bis dell’art. 13 cit.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda
,)

civile, in data 15 novembre 2017.

mio Giuri**,
NERI

\

DEPOSITATO IN CANCELLERIA

Roma,

forfettarie nella misura del 15% e accessori di legge.

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