Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16216 del 03/08/2016


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Cassazione civile sez. lav., 03/08/2016, (ud. 04/05/2016, dep. 03/08/2016), n.16216

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VENUTI Pietro – Presidente –

Dott. MANNA Antonio – Consigliere –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8248-2015 proposto da:

F.M., C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA PIAZZA

CAVOUR, presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato STANISLAO CAPASSO, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

POSTE ITALIANE S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA CAVOUR 19, presso lo TUDIO TOFFOLETTO – DE LUCA TAMAJO,

rappresentata e difesa dall’avvocato DE LUCA TAMAJO RAFFAELE, giusta

delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 6202/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 23/03/2015 R.G.N. 2836/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/05/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO DE GREGORIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FRESA Mario, che ha concluso per l’inammissibilità, in subordine

rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO del PROCESSO

Con ricorso proposto ai sensi della L. n. 92 del 2012, art. 1, comma 47, Legge (c.d. Fornero) – depositato il 12 novembre 2012, F.M. adì il giudice del lavoro di Napoli, chiedendolà nnullamento ovvero la declaratoria di nullità e/o d’inefficacia del licenziamento per giusta causa intimatogli il 29/12/2011 da Poste Italiane S.p.A., con richiesta altresì di reintegra nel posto di lavoro in precedenza occupato e di ogni conseguente tutela risarcitoria.

Instauratosi contraddittorio, con la costituzione della società convenuta, che resisteva alle pretese avversarie, il giudice adito, mediante ordinanza del 21 febbraio 2013, rigettava la domanda. Avverso tale provvedimento proponeva opposizione il F. con ricorso del 4 aprile 2013, cui resisteva Poste Italiane S.p.A. chiedendo la conferma del provvedimento opposto.

L’opposizione veniva respinta con sentenza del 19 maggio 2014, avverso la quale interponeva poi reclamo il F., come da ricorso del 19 giugno 2014. Poste italiane si costituiva, resistendo al gravame.

La Corte di Appello di Napoli con sentenza del 16 settembre 2014, pubblicata mediante deposito il 23 settembre 2014, rigettava il reclamo, confermando per l’effetto l’impugnata sentenza e condannando il reclamante al pagamento delle ulteriori spese.

Contro tale pronuncia proponeva ricorso per cassazione F.M., con atto notificato il 26 marzo 2015, laddove tra l’altro si legge che veniva impugnata la sentenza n. 6202 del 16 settembre, pubblicata il 23 dello stesso mese dell’anno 2014, comunicataallapecin pari data ricorso affidato a quattro motivi:

1) violazione e falsa applicazione degli artt. 52, 53 e 54 c.c.n.l. per il personale di POSTE ITALIANE 14 aprile 2011, con riferimento all’individuazione della normativa applicabile in tema di ragionevolezza e di proporzionalità della sanzione espulsiva irrogata, disparità di trattamento, art. 112 c.p.c. con riferimento all’art. 360 c.p.c., c.p.c., comma 1, n. 1;

2) violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7 (sulla tempestività ed immediatezza della contestazione);

3) violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. – violazione riparto dell’onere probatorio circa l’elemento psicologico sostenuto con gli addebiti, tanto in relazione all’art. 360 c.p.c., c.p.c., comma 1, n. 3;

4) omessa pronuncia su fatti decisivi per il giudizio dibattuti tra le parti con riferimento alla proporzionalità, all’adeguatezza, alla ragionevolezza e alla disparità di trattamento tra i fatti contestati e la sanzione espulsiva comminata al ricorrente, tanto in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 10, n. 5.

Poste Italiane S.p.A. ha resistito all’impugnazione avversaria, mediante controricorso, eccependone l’inammissibilità in rito e comunque l’infondatezza nel merito. In particolare, la società ha rilevato la tardività di detto ricorso, in quanto proposto ben oltre il termine di 60 giorni previsto dalla L. n. 92 del 2012, art. 1 nella specie ratione temporis applicabile, atteso che il ricorso introduttivo era stato proposto il 12 novembre 2012, perciò successivamente all’entrata in vigore della citata legge, il cui art. 1, comma 67, stabilisce tra l’altro che il nuovo rito si applica ai processi instaurati successivamente alla data di entrata in vigore della stessa L. n. 92 (18 luglio 2012). Per contro, nel caso di specie la sentenza, che rigettava il reclamo, era stata pubblicata e comunicata, tramite posta elettronica certificata, lo stesso giorno 23 settembre 2014, come peraltro riconosciuto sul punto dalla stesso ricorrente. Previ avvisi di rito per la pubblica udienza fissata al 4 maggio 2016, alla quale non sono comparsi nè il ricorrente, nè la controricorrente, soltanto quest’ultima ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è inammissibile, poichè tardivamente proposto.

– Invero, nel caso di specie è pacificamente applicabile, ratione temporis, il c.d. rito Fornero di cui alla L. 28 giugno 2012, n. 92 (in G.U. n. 153 del 3-7-2012 – Suppl. Ordinario n. 136), in vigore dal 18/07/2012, il cui art. 1, comma 67, in particolare, stabilisce che i commi da 47 a 66 (i quali disciplinano il procedimento) si applicano alle controversie instaurate successivamente alla data di entrata in vigore della legge medesima.

Orbene, come già detto in narrativa, la controversia di cui è causa risulta essere stata introdotta dal F. con ricorso in data 12 novembre 2012, sicchè operano le disposizioni di tale rito speciale, secondo cui in particolare: “47. Le disposizioni dei commi da 48 a 68 si applicano alle controversie aventi ad oggetto l’impugnativa dei licenziamenti nelle Ipotesi regolate dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 18 e successive modificazioni, anche quando devono essere risolte questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro. 48. La domanda avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento di cui al comma 47 si propone con ricorso al tribunale in funzione di giudice del lavoro. OMISSIS. 49. Il giudice, sentite le parti e omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione indispensabili richiesti dalle parti o disposti d’ufficio, ai sensi dell’art. 421 c.p.c., e provvede, con ordinanza immediatamente esecutiva, all’accoglimento o al rigetto della domanda. OMISSIS 51. Contro l’ordinanza di accoglimento o di rigetto di cui al comma 49 può essere proposta opposizione con ricorso contenente i requisiti di cui all’art. 414 c.p.c., da depositare innanzi al tribunale che ha emesso il provvedimento opposto, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla notificazione dello stesso, o dalla comunicazione se anteriore. OMISSIS 57. All’udienza, il giudice, sentite le parti, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione ammissibili e rilevanti richiesti dalle parti nonchè disposti d’ufficio, ai sensi dall’art. 421 c.p.c., e provvede con sentenza all’accoglimento o al rigetto della domanda, dando, ove opportuno, termine alle parti per il deposito di note difensive fino a dieci giorni prima dell’udienza di discussione. OMISSIS. 58. Contro la sentenza che decide sul ricorso è ammesso reclamo davanti alla corte d’appello. OMISSIS La corte d’appello, sentite le parti, omessa ogni formalità non essenziale al contraddittorio, procede nel modo che ritiene più opportuno agli atti di istruzione ammessi e provvede con sentenza all’accoglimento o al rigetto della domanda, dando, ove opportuno, termine alle parti per il deposito di note difensive fino a dieci giorni prima dell’udienza di discussione. La sentenza, completa di motivazione, deve essere depositata in cancelleria entro dieci giorni dall’udienza di discussione. 61. In mancanza di comunicazione o notificazione della sentenza si applica l’art. 327 c.p.c.. 62. Il ricorso per cassazione contro la sentenza deve essere proposto, a pena di decadenza, entro sessanta giorni dalla comunicazione della stessa, o dalla notificazione se anteriore. OMISSIS 64. In mancanza di comunicazione o notificazione della sentenza si applica l’art. 327 c.p.c.”.

Dunque, alla luce del chiarissimo tenore dell’anzidetta disciplina legislativa, il c.d. termine lungo di cui all’art. 327 c.p.c., per poter tempestivamente ricorrere, si applica nella sola ipotesi in cui non vi sia stata comunicazione o notificazione della decisione sul reclamo (commi 62 e 64).

La maggiore novità, introdotta dal legislatore del 2012, rispetto alla previgente disciplina di cui agli artt. 325 c.p.c. e segg. (che resta applicabile in tutti gli altri casi in cui non opera la normativa speciale de qua) in tema d’impugnazioni, è data dal rilievo processuale attribuito anche alla comunicazione del provvedimento ad opera della cancelleria del giudice che lo emette, mentre il codice di rito non prevedeva alcuna decorrenza in caso di mera comunicazione della sentenza, ma unicamente dalla notificazione, ovvero, in mancanza di questa, dal trascorrere del c.d. termine lungo (v. la decadenza ex art. 327 c.p.c.).

Per contro, nel caso qui in esame lo stesso F. con il suo ricorso notificato il 19/26 marzo 2015 ha dato testualmente atto che la sentenza impugnata n. 6202, emessa il 23 settembre, è stata pubblicata, mediante deposito, il 23 settembre 2014 e comunicata alla parte alla pec in pari data (p.e.c., ossia mediante, posta elettronica certificata al procuratore costituito della parte), ancorchè non notificata a cura di parte, sicchè il termine di giorni sessanta, espressamente previsto dal legislatore a pena di decadenza (perciò indubbiamente perentorio, con conseguente improrogabilità ai sensi e per gli effetti dell’art. 153 c.p.c.), al succitato comma 62, decorreva dal 23-09-2014, mentre il ricorso risulta essere stato proposto molto tempo dopo la scadenza dei successivi sessata giorni (22-112014), ossia quasi sei mesi dopo (19/26.03.15), quasi in coincidenza cioè con l’ordinario termine, lungo, semestrale di cui al suddetto art. 327, però come visto qui inapplicabile alla stregua dell’anzidetta disciplina speciale. In altre parole, alla luce delle richiamate disposizioni di legge, nel caso del ricorso proposto dal F., risultando per espressa dichiarazione del diretto interessato avvenuta la comunicazione (tramite p.e.c.) della sentenza impugnata contestualmente al deposito di quest’ultima, non poteva più aversi riguardo alla disciplina, dettata dall’art. 327 codice di rito con riferimento al termine semestrale (già annuale, c.d. lungo, poi ridotto a sei mesi dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46, comma 17), ma unicamente al termine di sessanta giorni, dalla comunicazione, per contro come visto abbondantemente scaduto.

La preclusione ostativa al ricorso de quo comporta, quindi, il passaggio in giudicato della sentenza impugnata, sicchè non possono esaminarsi nel merito i suddetti quattro motivi. Dunque, il ricorso va dichiarato inammissibile, con la condanna del soccombente alle spese. Sussistono, altresì, i presupposti di legge per il pagamento dell’ulteriore contributo unificato.

PQM

la Corte dichiara INAMMISSIBILE il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle relative spese, che liquida a favore della società controricorrente nella misura di 3500,00 (tremilacinquecento/00) Euro per compensi professionali, oltre Euro 100,00 per esborsi, rimborso spese generali pari al 15% ed accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte-ricorrente, dell’ulteriore Importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 4 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 agosto 2016

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