Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16206 del 09/07/2010

Cassazione civile sez. trib., 09/07/2010, (ud. 19/05/2010, dep. 09/07/2010), n.16206

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ALONZO Michele – Presidente –

Dott. BOGNANNI Salvatore – rel. Consigliere –

Dott. BERNARDI Sergio – Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. CAMPANILE Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 32225/2006 proposto da:

MONTEVAGO MICHELE & C. DI MONTEVAGO M. & LAERA M. G. SNC in

persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA VIA DEL TRITONE 102, presso lo studio dell’avvocato NANNA VITO,

rappresentato e difeso dall’avvocato CONSOLE Elisabetta Maria

Caterina, giusta delega in calce;

– ricorrente –

contro

COMUNE DI PUTIGNANO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 123/2005 della COMM. TRIB. REG. di BARI,

depositata il 18/11/2005;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

19/05/2010 dal Consigliere Dott. SALVATORE BOGNANNI;

udito per il ricorrente l’Avvocato NANNA VITO, per delega

dell’Avvocato CONSOLE, che ha chiesto l’accoglimento;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SEPE Ennio Attilio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La controversia concerne l’impugnativa di cinque avvisi di accertamento relativi all’ICIAP per le annualità dal 1993 al 1998, contestati dalla contribuente società Montevago Michele & C. snc. di Montevago M. e Laera M.G. che lamentava, tra l’altro, la mancata motivazione e l’infondatezza di essi, in quanto l’area utilizzata per l’attività di ristorante e bar era inferiore a quella di cui alla pretesa fiscale. I ricorsi, poi riuniti, erano rigettati in prime cure. La decisione era confermata in appello, perchè la motivazione degli atti impositivi era congrua, e la maggiore imposta si basava sulla superficie più vasta riscontrata dai tecnici del Comune nel corso dell’accesso effettuato in ordine alla Tarsu, con la sentenza in epigrafe, avverso la quale la società Montevago Michele & C. snc. di Montevago M. e Laera M.G. ha proposto ricorso per cassazione con due motivi.

Il Comune non si è costituito.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con entrambi i motivi, che possono essere esaminati congiuntamente, stante la loro stretta connessione, la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 144 del 1989, art. 1, art. 24 Cost., art. 2697 c.c., L. n. 212 del 2000, art. 7 e norme varie non indicate della L. n. 241 del 1990, e L. n. 339 del 1989, art. 116 c.p.c., nonchè omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia, con riferimento all’art. 360, nn. 3 e 5 del codice di rito, in quanto la CTR non considerava che la motivazione degli atti impositivi era carente; la superficie accertata in ordine alla Tarsu era stata accettata dalla contribuente al solo fine di evitare un lungo contenzioso, e comunque non poteva avere rilievo in ordine all’imposta in questione; invece occorreva un diverso accesso dei tecnici per l’Iciap, per la quale peraltro la società aveva fornito la prova che si trattava di area di molto inferiore a quella di cui alla pretesa fiscale, tanto che la sanatoria delle opere abusive si era avuta solo nel mese di marzo 1998.

I motivi sono infondati.

La CTR osservava che la superficie adibita ad attività imprenditoriale era maggiore rispetto a quella denunziata, a prescindere dalle autorizzazioni per la somministrazione di alimenti e bevande al pubblico rilasciate nel 1993 e 19 95, tenuto conto dell’area accertata mediante l’accesso effettuato per la Tarsu, mentre per converso la società incisa non aveva fornito prova adeguata della sua contestazione.

Gli assunti sono esatti.

Agli effetti di cui ai commi ottavo e nono del D.L. n. 66 del 1989, art. 1 e successive modificazioni, in tema di determinazione dell’imposta comunale per l’esercizio di imprese, arti e professioni, esattamente il Comune di Putignano sostanzialmente ha determinato l’imposta basandosi sul reddito di impresa, che deve intendersi non quello imponibile ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche o giuridiche, ma quello formato da tutti i proventi e i costi riconducibili all’impresa nel corso dell’esercizio di riferimento e corrispondente al risultato economico dell’esercizio medesimo (Cfr.

anche Cass. Sentenza n. 17960 del 25/11/2003).

Ciò posto, va rilevato che l’ente si è basato induttivamente su elementi acquisiti in occasione dell’accertamento di altra imposta (Tarsu), senza necessità di compiere altro accesso al riguardo, ben potendo allora la contribuente fornire eventualmente la prova che il presupposto della maggiore imposizione non si fosse verificato. Al riguardo non aveva alcun rilievo il fatto che le opere abusive non fossero state ancora regolarizzate con la sanatoria, atteso che i relativi fini esulano da quelli di carattere fiscale, cui l’Iciap si ispira sicchè le autorizzazioni rilasciate alla Montevago negli anni pregressi non costituivano prova che l’area da calcolare fosse inferiore rispetto a quella in concreto utilizzata per l’attività commerciale esercitata.

D’altronde l’ente impositore ben poteva procedere alla rettifica sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti e conosciuti, con facoltà di prescindere dalle comunicazioni della società, e di avvalersi di presunzioni prive dei requisiti della gravità, della precisione e della concordanza, e quindi utilizzando persino parametri indiziari desumibili dalle situazioni mediamente riscontrate anche nei rapporti con altri imprenditori esercenti analoghe attività, restando a carico della contribuente l’onere di confutarne l’influenza nella concreta vicenda. Ne consegue che, in presenza di contestazioni della stessa circoscritte alla consistenza degli indizi addotti dall’ufficio, a fronte della legittima prova presuntiva offerta dall’Ufficio, incombeva sulla Montevago l’onere di dedurre e provare i fatti impeditivi, modificativi o estintivi della predetta pretesa (V. pure Cass. Sentenze n. 19174 del 15/12/2003, n. 14576 del 2001).

Orbene questa Corte osserva che la motivazione della sentenza si presenta abbastanza articolata, e che in particolare il giudice dell’appello esplicita le fonti di prova, in virtù delle quali ritiene la pretesa dell’appellante infondata.

Nè è possibile prospettare un vaglio alternativo degli elementi acquisiti dal giudice di merito in sede di legittimità.

Al riguardo infatti la giurisprudenza insegna che la valutazione degli elementi probatori è attività istituzionalmente riservata al giudice di merito, non sindacabile in cassazione se non sotto il profilo della congruità della motivazione del relativo apprezzamento (V. anche Cass. sent. 00322 del 13/01/2003).

Nè poi è configurabile il vizio di insufficiente o contraddittoria motivazione, che si concretizza solamente allorquando non è dato desumere l'”iter” logico-argomentativo condotto alla stregua dei canoni ermeneutici seguiti per addivenire alla formazione del giudizio.

In proposito questa Corte ha più volte statuito che il vizio di omessa o insufficiente (o contraddittoria) motivazione, deducibile in sede di legittimità ex art. 360 cod. proc. civ., n. 5, sussiste solo se nel ragionamento del giudice di merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o deficiente esame di punti decisivi della controversia, e non può invece consistere in un apprezzamento dei fatti e delle prove in senso difforme da quello preteso dalla parte, perchè la citata norma non conferisce alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico- formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice del merito, al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, all’uopo, valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (Cfr. Sez. U sent. 05802 del 11/06/1998).

Sul punto perciò la sentenza impugnata risulta motivata in modo adeguato, oltre che giuridicamente e logicamente corretto.

Ne discende che il ricorso deve essere rigettato.

Quanto alle spese di questo giudizio, non va emessa alcuna statuizione, stante la mancata costituzione dell’intimato.

P.Q.M.

La Corte Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 19 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 9 luglio 2010

 

 

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