Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16200 del 10/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 10/06/2021, (ud. 18/09/2020, dep. 10/06/2021), n.16200

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PERRINO Angelina Maria – Presidente –

Dott. TRISCARI Giancarlo – rel. Consigliere –

Dott. PUTARUTO DONATI VISCIDO di N. Maria Giulia – Consigliere –

Dott. GORI Pierpaolo – Consigliere –

Dott. FICHERA Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 22054 del ruolo generale dell’anno 2014

proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso

i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata;

– ricorrente –

contro

P.C., rappresentato e difeso dall’Avv. Donato Apolito per

procura speciale a margine del controricorso, elettivamente

domiciliato in Roma, via Cassiodoro, n. 19, presso lo studio

dell’Avv. Giuseppe Torre;

– controricorrente –

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria

regionale della Campania, n. 270/23/13, depositata in data 3 luglio

2013;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del giorno 18

settembre 2020 dal Consigliere Giancarlo Triscari.

 

Fatto

RILEVATO

che:

dall’esposizione in fatto della sentenza impugnata si evince che: l’Agenzia delle entrate aveva notificato a P.C. un avviso di accertamento con il quale, per l’anno di imposta 2001, aveva contestato un maggior reddito imponibile e, di conseguenza, maggiori imposte ai fini Irpef e Iva; avverso il suddetto avviso di accertamento il contribuente aveva proposto ricorso che era stato parzialmente accolto dalla Commissione tributaria provinciale; l’amministrazione finanziaria aveva, quindi, notificato la cartella di pagamento a seguito della pronuncia di accoglimento parziale del ricorso avverso l’avviso di accertamento; il contribuente, quindi, aveva proposto ricorso avverso la cartella di pagamento, contestando il difetto di motivazione, che era stato accolto dalla Commissione tributaria provinciale di Napoli; avverso la pronuncia del giudice di primo grado l’Agenzia delle entrate aveva proposto appello;

la Commissione tributaria regionale ha rigettato l’appello, in particolare ha ritenuto che: la cartella impugnata era priva di motivazione e, a tale difetto, non poteva porsi rimedio in sede processuale; non poteva ritenersi che sussistesse una motivazione per relationem rispetto ad una precedente cartella notificata al contribuente in pendenza di giudizio, in quanto, non solo non era stata data prova della notifica di tale precedente cartella, ma, anche ove fosse stata notificata, comunque la cartella di pagamento impugnata non conteneva gli elementi necessari per comprendere i calcoli effettuati o, quantomeno, gli estremi della precedente cartella;

l’Agenzia delle entrate ha, quindi, proposto ricorso per la cassazione della sentenza affidato a un unico motivo di censura, cui ha resistito P.C. depositando controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con l’unico motivo di ricorso si censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 602 del 1973, artt. 12 e 25, nonchè della L. n. 212 del 2000, art. 7, commi 1 e 3, e del D.Lgs. n. 547 del 1997, art. 12, per avere erroneamente ritenuto che la cartella di pagamento era priva di motivazione;

il motivo è infondato;

la sentenza censurata ha valutato il contenuto della cartella di pagamento notificata al contribuente ed ha ritenuto che la stessa non conteneva gli elementi necessari per comprendere i calcoli effettuati ed è su questo profilo centrale che si fonda, in sostanza, l’argomento portante della decisione;

in particolare, la suddetta pronuncia ha accertato che: la cartella di pagamento, emessa a seguito della sentenza della CTP, non risultava motivata e che solo in sede di note depositate con la costituzione nel giudizio di primo grado si era provveduto a “colmare” la lacuna motivazionale della cartella impugnata; non risultava notificata la precedente cartella emessa a titolo di iscrizione provvisoria e del cui importo, secondo la tesi dell’ufficio, si sarebbe tenuto conto ai fini della determinazione dell’importo complessivo richiesto con la successiva cartella di pagamento e delle sanzioni; nella successiva cartella, in ogni caso, non risultavano elementi da cui potere evincere i calcoli effettuati nè vi era alcuno specifico riferimento alla precedente cartella;

rispetto a tale valutazione di merito, relativa, in sostanza, al difetto di motivazione della cartella impugnata, parte ricorrente si limita a precisare che, in realtà, la cartella aveva determinato l’importo facendo riferimento alla pronuncia del giudice di primo grado che aveva parzialmente accolto il ricorso proposto avverso il precedente avviso di accertamento, sebbene ridotto delle somme già versate a seguito della precedente iscrizione a ruolo a titolo provvisorio, oltre che richiesto il pagamento della sanzioni, prima non richieste, applicando il cumulo giuridico di cui al D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 12, comma 7;

i suddetti profili, tuttavia, come visto, sono stati già oggetto di valutazione da parte del giudice del gravame che, sul punto, ha ritenuto che non vi era stato alcun riferimento alla precedente cartella emessa in pendenza del giudizio e che non era stata data prova della notifica della precedente cartella e che, inoltre, non erano stati precisati i criteri di calcolo utilizzati, profilo che, va osservato, assume rilievo soprattutto con riferimento al calcolo della sanzione;

rispetto a tali considerazioni del giudice del gravame, sulla cui base lo stesso è addivenuto alla considerazione conclusiva del difetto di motivazione dell’atto impugnato, il ricorrente non prospetta alcuna specifica ragione di censura, limitandosi a sostenere la linea difensiva secondo cui, essendo la cartella conseguenza della pronuncia del giudice di primo grado sulla impugnazione dell’avviso di accertamento, la stessa doveva essere considerata motivata;

in realtà, l’obbligo di motivazione della pretesa impositiva deve sempre porre il contribuente nella condizione di conoscere la pretesa in modo da consentirgli di avere precisa consapevolezza della ragione della stessa, non solo sotto il profilo dell’an ma anche del quantum debeautur, nel senso che i suddetti profili devono essere forniti al contribuente, anche mediante mero riferimento ad eventuali atti precedenti, in modo tale che questi sia in condizione di potere strutturare la propria difesa;

questa Corte (Cass. civ., 7 settembre 2018, n. 21851), in particolare, ha precisato che, con riferimento alla cartella di pagamento emessa per un debito riconosciuto in una sentenza passata in giudicato (ma lo stesso deve dirsi anche per il caso in esame in cui la cartella è stata emessa a seguito di iscrizione a titolo provvisorio in conseguenza della decisione di primo grado che ha statuito sulla legittimità del prodromico avviso di accertamento) “il richiamo alla pronuncia giudiziale e all’atto impositivo su cui la stessa è intervenuta, risulta idoneo ad assolvere all’onere motivazionale solo limitatamente alla parte del credito erariale fatto valere interessato dall’accertamento, divenuto definitivo, compiuto dal giudice, ma non anche alle altre ulteriori voci di credito che non sono state in precedenza richieste; infatti, relativamente a tali voci, è con la cartella di pagamento che, per la prima volta, viene esercitata la pretesa impositiva, con la conseguenza che il criterio utilizzato per la loro individuazione e quantificazione deve essere ivi esplicitato e posto a conoscenza del contribuente”;

rispetto, dunque, alla valutazione del giudice del gravame, che ha ritenuto non compiutamente posti all’attenzione del contribuente i criteri di calcolo, sia relativi alla pretesa che alle sanzioni, parte ricorrente si limita a contestare tale accertamento, facendo riferimento ad una precedente cartella di cui non è contestata l’omessa notifica nonchè alla determinazione della sanzione, senza, tuttavia, specificare che nella cartella di pagamento era stato evidenziato che l’importo richiesto conseguiva all’applicazione del cumulo giuridico, ai sensi del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 12, comma 7;

non sussiste, pertanto, alcuna violazione di legge, sicchè il motivo è infondato;

ne consegue il rigetto del ricorso e la condanna della ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore del controricorrente.

P.Q.M.

La Corte:

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore del controricorrente che si liquidano in complessive Euro 2.300,00, oltre spese forfettarie nella misura del quindici per cento, Euro 200 per esborsi, ed accessori.

Così deciso in Roma, il 18 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 10 giugno 2021

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