Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16192 del 25/07/2011

Cassazione civile sez. lav., 25/07/2011, (ud. 14/06/2011, dep. 25/07/2011), n.16192

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIDIRI Guido – Presidente –

Dott. STILE Paolo – Consigliere –

Dott. AMOROSO Giovanni – Consigliere –

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Consigliere –

Dott. MORCAVALLO Ulpiano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 13734/2009 proposto da:

TIBERINA SANGRO S.R.L., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA R. GRAZIOLI LANTE 16,

presso lo studio dell’avvocato BONAIUTI DOMENICO, rappresentata e

difesa dall’avvocato PACCIARINI Anna Maria, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

P.C., domicilato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato CIERI Tommaso, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 354/2009 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 02/04/2009 r.g.n. 1127/08;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

14/06/2011 dal Consigliere Dott. ULPIANO MORCAVALLO;

udito l’Avvocato PACCIARINI ANNA MARIA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. Con sentenza del 17 novembre 2008 il Tribunale di Lanciano, giudice del lavoro, accoglieva la domanda proposta da P.C. nei confronti della società datrice di lavoro Tiberina Sangro s.r.l., intesa alla declaratoria di illegittimità del licenziamento a lui intimato il 23 ottobre 2006 a causa di una “rissa all’interno dei reparti di lavorazione”, e respingeva la domanda riconvenzionale proposta dalla società; per l’effetto, ordinava la reintegrazione del P. nel posto di lavoro e condannava la società al risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni intanto maturate. Tale decisione veniva confermata dalla Corte d’appello di L’Aquila, che, con la sentenza qui impugnata, respingeva il gravame proposto dalla datrice di lavoro. La Corte di merito, in particolare, rilevava che fra il P. e un suo collega era avvenuto solo un litigio verbale, se pure acceso, per un problema insorto durante la lavorazione, relativo alle modalità di applicazione di un mastice, ma il diverbio non era degenerato, nè aveva dato luogo ad alcun blocco del ciclo produttivo, poichè esso era durato solo alcuni secondi e, comunque, vi era stato solo “qualche spintone e strattonamelo”, sì che, in definitiva, non poteva configurarsi alcuna rissa, nè un qualche danno per l’azienda.

2. Di questa sentenza la società domanda la cassazione con ricorso articolato in cinque motivi, cui il lavoratore resiste con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Con il primo motivo si deduce vizio di motivazione lamentandosi che la sentenza impugnata non abbia considerato le effettive modalità del fatto contestato, anche in riferimento all’acclarata violenza del comportamento addebitato al lavoratore.

2. Con il secondo motivo si lamenta La violazione del contratto collettivo del settore metalmeccanici deducendosi che ai sensi della disciplina contrattuale il comportamento contestato, pur non potendosi definire come “rissa” nell’accezione penalistica, configurava comunque una giusta causa di licenziamento.

3. Con il terzo motivo si lamenta che la sentenza impugnata non abbia considerato il profilo della insubordinazione, ammissibilmente allegato in giudizio dalla datrice di lavoro.

4. Con il quarto motivo il ricorrente si duole della mancata configurazione di una giusta causa di licenziamento, ai sensi dell’art. 2119 c.c. e L. n. 300 del 1970, art. 7.

5. Con il quinto motivo si lamenta la omessa considerazione di risultanze testimoniali, che avevano evidenziato il verificarsi – a causa del comportamento del lavoratore – di un blocco della produzione e di un danno all’immagine dell’azienda, causato da un certo “clamore” suscitato dall’episodio addebitato.

6. L’esame congiunto di tali motivi ne rivela l’infondatezza, ovvero l’inammissibilità, in ognuno dei profili di censura così evidenziati.

6.1. Le doglianze relative alla valutazione del comportamento – asseritamente violento – del lavoratore, nonchè alla mancata considerazione di taluni riferimenti testimoniali circa l’esistenza di un danno aziendale, si risolvono, inammissibilmente, nella contrapposizione di una valutazione diversa rispetto a quella operata in sede di merito mediante un accertamento puntuale delle circostanze di fatto acquisite in giudizio, o, altresì, in una indicazione di risultanze processuali che il giudice di merito ha ritenuto di minor valore probatorio, nell’ambito della discrezionale scelta a lui demandata quanto alla valutazione della prova.

6.2. Le deduzioni relative alla insubordinazione e alle previsioni del contratto collettivo sono del tutto inconferenti e non rilevanti ai fini della decisione, avendo il giudice di merito accertato le esatte, limitate dimensioni dell’episodio (ricondotto, peraltro, a un diverbio riguardante le modalità della lavorazione) e la non gravità del comportamento del dipendente, tali, comunque, anche in base alla dedotta previsione collettiva, da non ingenerare alcun danno all’azienda, nè una rottura della fiducia che il datore di lavoro deve riporre nella condotta del prestatore di lavoro subordinato.

6.3. La deduzione relativa alla configurazione della giusta causa di recesso, in relazione all’art. 2119 c.c. e L. n. 300 del 1970, art. 7 è del tutto apodittica e generica, mancando altresì della formulazione di un adeguato quesito di diritto ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c..

7. In conclusione il ricorso è respinto. Nulla per le spese in considerazione della tardività del deposito del controricorso (notificato il 9 luglio 2009 e depositato il successivo 30 luglio) ai sensi dell’art. 370 c.p.c. (non trovando applicazione la sospensione dei termini processuali per le zone colpite dal terremoto dell’Abruzzo il 6 aprile 2009: cfr. decreto commissariale in data 9 aprile 2009) e in mancanza di attività difensiva orale della parte intimata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Così deciso in Roma, il 14 giugno 2011.

Depositato in Cancelleria il 25 luglio 2011

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