Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1616 del 27/01/2014


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Civile Sent. Sez. 2 Num. 1616 Anno 2014
Presidente: ODDO MASSIMO
Relatore: FALASCHI MILENA

Interramento
Canale
SENTENZA

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 31064/07) proposto da:
PERRA ANTONELLO, rappresentato e difeso, in forza di procura speciale a margine del ricorso,
dall’Avv.to Salvatore Secci del foro di Cagliari e domiciliato presso la cancelleria della Corte di
Cassazione in Roma, piazza Cavour n. 1;
– ricorrente contro
CARTA AUSILIA, rappresentata e difesa dall’Avv.to Raffaele Gallus del foro di Cagliari, in virtù di
procura speciale apposta a margine del controricorso, ed elettivamente domiciliata presso lo
studio dell’Avv.to Francesco Paolo Mazzei in Roma, via delle Milizie n. 140;
– controricorrente avverso la sentenza della Corte d’appello di Cagliari n. 384 depositatq,il 16 dicembre 2006.

1

Data pubblicazione: 27/01/2014

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 10 ottobre 2013 dal
Consigliere relatore Dott.ssa Milena Falaschi;

udito l’Avv.to Marco Pizzutelli (con delega dell’Avv.to Raffaele Gallus), per parte
resistente;

Francesca Ceroni, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso, in subordine il suo
accoglimento per quanto di ragione.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione notificato il 4 aprile 1998 Antonello PERRA evocava, dinanzi al Pretore di
Cagliari, Ausilia CARTA ved. Cocco, Lorenzina, Ettore, Patrizio, Ivano e Massimiliano COCCO, e
premesso di essere proprietario di una unità abitativa in Sinnai, via Corda n. 10, confinante con la
proprietà della CARTA e dei COCCO, affermava che da oltre venti anni le acque piovane
provenienti dalla sua proprietà venivano incanalate e scaricate tramite un pozzetto ed un condotto
che attraversava la proprietà dei convenuti, fino a giungere nella fogna che passava in via
Giardini; aggiungeva che da circa tre anni le acque meteoriche non defluivano più, ma
ristagnavano nel proprio cortile, con allagamenti che avevano provocato infiltrazioni di umidità
nella sua abitazione. Ciò premesso, chiedeva che venisse accertata l’esistenza della servitù di
scolo in favore della sua proprietà e a carico del fondo serventi dei convenuti, con conseguente
obbligo dei predetti a consentire lo scolo dell’acqua previo eventuale ripristino del condotto
interrato a spese degli stessi.
Instaurato il contraddittorio, si costituivano i COCCO assumendo il loro difetto di legittimazione
passiva per essere proprietaria esclusiva del preteso fondo servente la CARTA, nel merito,
l’insussistenza della dedotta servitù di scolo, il Tribunale di Cagliari (già Pretore), limitata la
domanda dal PERRA nei confronti della sola CARTA, accoglieva le richieste attoree e per l’effetto

2

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.ssa

dichiarava l’esistenza della servitù di scolo per intervenuta usucapione ventennale, con condanna
della convenuta a rimuovere gli ostacoli materiali che limitavano il regolare deflusso delle acque
meteoriche.
In virtù di rituale appello interposto dalla CARTA, con il quale contestava la apparenza della

la Corte di appello di Cagliari, nella resistenza del PERRA, accoglieva il gravame e per l’effetto
rigettava la domanda attorea.
A sostegno della decisione adottata la corte territoriale evidenziava che l’unica opera visibile per
accertare la esistenza di una servitù di scolo, interrate le tubazioni, era costituita da un pozzetto di
ispezione, presente nel preteso fondo dominante, ossia nel cortile del PERRA, non visibile dal
fondo servente, attesa l’esistenza di un muro di separazione tra le due proprietà. Ne conseguiva
che non essendovi opere visibili che manifestavano l’esistenza della servitù di scolo, non era
possibile il suo acquisto per usucapione. Né la pretesa fatta valere dall’originario attore poteva
ricadere nell’ipotesi di cui all’art. 913 c.c., per avere lo stesso esperito la diversa azione di
accertamento dell’acquisto di servitù per usucapione.
Aggiungeva che le prove testimoniali assunte avevano chiarito che esisteva in origine una servitù
di scolo delle acque che si disperdevano nel terreno sottostante di proprietà della Carta, servitù
consistente nella presenza di opere dell’uomo e non per mera dispersione naturale delle acque
dal fondo sovrastante a quello sottostante, ma non era stato precisato né a che tempo risalisse
detto esercizio, né per quanto tempo se ne fosse protratto l’esercizio. Ne conseguiva che il
mutamento del modo di esercizio della servitù — da apparente a non apparente — era di tale
consistenza da portare ad escludere la possibilità dell’usucapione e a condurre anche ad
ipotizzare l’esistenza di una sostanziale novazione oggettiva del rapporto di servitù.

3

servitù di scolo, nonché l’intervenuta rinuncia tacita da parte dell’appellato all’esercizio del diritto,

Avverso la indicata sentenza della Corte di appello di Cagliari ha proposto ricorso per cassazione
il PERRA, articolato su due motivi, illustrato anche da memoria ex ad. 378 c.p.c., al quale ha
replicato la CARTA con controricorso.
MOTIVI DELLA DECISIONE

in merito al ricorso della PERRA per difetto di autosufficienza. Il disposto dall’ad. 366 c.p.c. n. 3,
secondo cui il ricorso per cassazione deve contenere a pena d’inammissibilità l’esposizione
sommaria dei fatti di causa, può ritenersi osservato quando dall’atto sia possibile ricavare la
cognizione dell’origine e dell’oggetto della controversia, dello svolgimento del processo e delle
posizioni assunte dalle parti. Ora, nel caso in esame i fatti del processo sono stati esposti in forma
che contiene gli elementi essenziali prescritti dall’art. 366 c.p.c. n. 3, consentendo il ricorso
l’immediata percezione delle censure sollevate, per quanto di seguito si esporrà.
Tanto chiarito, con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione
dell’ad. 1061 c.c. e nella sostanza lamenta che il giudice del gravame non abbia tenuto conto che
il carattere della visibilità della servitù andava inteso nel suo complesso e che poteva essere
riferito anche ad un punto di osservazione, posto nel fondo dominante, purchè in modo
inequivocabile per funzione e destinazione. La illustrazione del mezzo è conclusa ponendo tre
quesiti di diritto: “A) Dica la Suprema Corte se l’interramento di un condotto di scolo, nel fondo
servente, in un centro urbano, mantenga il carattere della visibilità e della permanenza, in tema di
servitù apparente, come previsto dall’art. 1061 c. c., quando essa è riconducibile ad un punto certo
di osservazione, posto nel fondo dominante, che ne conferma la funzione e la destinazione.
E3) Dica la Suprema Corte se il mutamento del modo di esercizio di una servitù di scolo, consistito

nell’interramento di un condotto, nel fondo servente, che prima correva a cielo aperto, comporti il
passaggio da una servitù apparente ad una servitù non apparente, sebbene il condotto mantenga

4

Deve preliminarmente disattendersi l’eccezione di inammissibilità sollevata dalla controricorrente

la sua funzione originaria perché riconducibile ad un pozzetto di incanalamento delle acque
meteoriche visibile nel fondo dominante.
C) Dica la Suprema Corte se il mutamento del modo di esercizio di una servitù di scolo,

consistendo nell’interramento di un condotto nel fondo servente, che prima correva a cielo aperto,

sebbene il condotto mantenga la sua originaria funzione di scorrimento delle acque meteoriche
provenienti dal fondo dominante”.
Con il secondo motivo viene denunciata omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione
circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio per non avere la corte di merito tenuto conto
che lo stesso c.t.u. aveva accertato che il condotto dagli anni 1940 al 1970 correva a cielo aperto
e che per accordo raggiunto dai proprietari dei due fondi, in detto anno ’70, era stato interrato,
senza perdere la funzione e destinazione iniziale. Circostanze che avevano trovato conferma
anche nella deposizione della teste Speranza Corona. La stessa corte di appello del resto
premette che con l’interramento del condotto vi fu un mutamento del modo di esercizio della
servitù, ma poi inspiegabilmente ritiene non usucapibile la servitù per difetto del carattere della
visibilità.
Le censure — che vanno trattate congiuntamente vedendo sulla medesima questione relativa
all’accertamento dell’intervenuta usucapione della servitù di scolo – sono infondate.
Sotto un primo profilo la sentenza impugnata ha escluso che fosse stata raggiunta la prova
dell’usucapione della servitù di scolo anteriormente all’interramento della condotta ed ha poi
aggiunto che il pozzetto d’ispezione, a parte la sua non visibilità dal fondo servente (stante
l’esistenza di un muro di separazione tra le due proprietà), non consentiva di individuare l’origine
e la funzione delle condutture.
Orbene tale ultimo convincimento è frutto di un accertamento di fatto sorretto da motivazione
congrua e priva di vizi logici, come tale immune dalle censure sollevate dalla ricorrente. Premesso

5

dia luogo ad una interruzione della servitù e/o ad una novazione oggettiva del rapporto di servitù,

invero che il requisito dell’apparenza indispensabile ai sensi dell’art. 1061 c.c., per l’acquisto della
servitù per usucapione comporta, nell’ipotesi in cui le opere visibili e permanenti necessarie
all’esercizio della servitù stessa ricadano esclusivamente sul fondo dominante, che vi sia la
presenza di un segno di raccordo che, seppure non necessariamente fisico, sia almeno

esistono anche in funzione dell’utilità di questo (Cass. 9.2.1995 n. 1456; Cass. 27.4.2004 n.
8039), il Giudice di Appello ha evidenziato nella fattispecie l’insussistenza di una prova di tali
requisiti; nè tali conclusioni possono essere infirmate dai generici riferimenti in senso contrario da
parte della ricorrente alle prove testimoniali assunte onde poter accreditare una realtà di fatto
diversa da quella ricostruita dalla sentenza impugnata, ovvero l’esistenza di tracce visibili ed
inequivocabilmente strumentali anche all’esercizio della servitù da essa invocata. É pur vero, poi,
come affermato dalla ricorrente, che l’esistenza di opere visibili e permanenti destinate
all’esercizio della servitù possano insistere anche (o soltanto) sul fondo dominante (vedi tra le più
recenti pronunce in tal senso Cass. 4.4.2006 n. 7817 e Cass. 15.10.2007 n. 21597), ma nella
specie evidentemente non ricorre una tale evenienza, proprio per l’assenza nella sentenza
impugnata di qualsiasi elemento significativo di raccordo delle opere riscontrate, anche dal c.t.u.,
alla loro inequivoca destinazione all’esercizio della servitù che si vanti acquisita per usucapione,
da un lato, ed al requisito dell’apparenza, dall’altro, dovendo risultare in modo chiaro e certo
l’esistenza del peso gravante sul fondo servente (cfr Cass. 31.5.2010 n. 13238).

funzionale di dette opere con il fondo dominante, in modo che risulti con chiarezza che le opere

Del resto, quanto all’asserita maturazione del termine per l’usucapione anteriormente
all’interramento della condotta, in forza del principio “tantum praescriptum quantum possessum”,
una servitù apparente viene acquistata per usucapione in esatta corrispondenza con
l’utilizzazione delle opere visibili e permanenti destinate al suo esercizio, che si sia protratta
continuativamente per venti anni: a differenza che nel caso di costituzione in via negoziale, il
contenuto del diritto è determinato dalle specifiche modalità con cui di fatto se ne è concretizzato

6

m

il possesso, per cui ogni loro apprezzabile modificazione (come quella consistita nella
trasformazione dello stato dei luoghi, con interramento delle tubazioni e costruzione di un
pozzetto di ispezioni sul preteso fondo dominante) interrompe il corso dell’usucapione, dando
luogo a una nuova decorrenza del relativo termine (Cass. 6 gennaio 1981 n. 65 e Cass.

In ordine poi alla mancanza di prove circa la maturazione dell’usucapione anteriormente al suo
interramento e sulla natura del pozzetto quale opera visibile della condotta interrata, la sentenza
ha escluso l’attendibilità della teste Speranza Corona, nata nel 1942, che ha deposto su vicende
riferite al 1940 ed ha ritenuto generica ed imprecisa la deposizione di Rosaria Corona quanto
all’epoca di realizzazione della condotta a cielo aperto, che si assume interrata nel 1970, non
essendo indicata l’epoca a cui fare risalire l’esercizio della servitù ed il tempo per il quale la
stessa si è protratta.
In definitiva, a fronte dell’anzidetto accertamento compiuto dalla Corte territoriale, del quale non
sono stati evidenziati vizi logici e giuridici intrinseci, estremamente generiche le deduzioni in
senso contrario della ricorrente, che addiviene ad una non consentita rivalutazione delle
emergenze processuali (senza, peraltro, dar specifico conto di tali emergenze) al fine di
conseguirne una lettura ad essa favorevole, ma diversa da quella fornita dal giudice dì merito, al
quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne
l’attendibilità e la concludenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a
dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova, salvo i casi
tassativamente previsti dalla legge in cui un valore legale è assegnato alla prova stessa (tra le
altre, Cass. 26 marzo 2010 n. 7394; Cass. 6 marzo 2008 n. 6064).
Conclusivamente, il ricorso va rigettato e, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 c.p.c.,
la ricorrente va condannata al pagamento delle spese del presente giudizio di cassazione che
vanno liquidate con il dispositivo.

7

22.10.1998 n. 10481).

P.Q.M.
La Corte, rigetta il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di
Cassazione, che liquida in complessivi €. 2.700,00, di cui €. 200,00 per esborsi.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della 2^ Sezione Civile, il 10 ottobre 2013.

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA