Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16155 del 03/08/2016


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Cassazione civile sez. trib., 03/08/2016, (ud. 02/03/2016, dep. 03/08/2016), n.16155

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 8584-2014 proposto da:

SOCIETA’ RAGO DI R.F. E N. SNC in persona del Socio e

legale rappresentante pro tempore, R.F., R.N. in

proprio e quali Soci, elettivamente domiciliati in ROMA VIA

CRESCENZIO 91, presso lo studio dell’avvocato CLAUDIO LUCISANO, che

li rappresenta e difende unitamente all’avvocato NATALE MANGANO

giusta delega in calce;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 136/2013 della COMM.TRIB.REG. di TORINO,

depositata il 01/10/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

02/03/2016 dal Consigliere Dott. PAOLA VELLA;

udito per il ricorrente l’Avvocato LUCISANO che ha chiesto

l’accoglimento;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SOLDI ANNA MARIA che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

La società “RAGO di R.F. e N. s.n.c.”, nonchè i soci R.F. e R.N., impugnano la sentenza n. 136/38/13 dell’1.10.2013 con cui la Commissione tributaria regionale del Piemonte ha confermato la decisione della Commissione tributaria provinciale di Torino, la quale aveva respinto i ricorsi dei contribuenti avverso l’avviso di accertamento emesso per omessa fatturazione e contabilizzazione di ricavi relativi all’anno di imposta 2006 (e conseguente rettifica dei redditi di partecipazione in capo ai due soci, nella misura del 50%), ritenendolo fondato non già esclusivamente sui dati OMI, ma anche sulle riscontrate anomalie nelle rimanenze finali, tali da far ritenere non attendibili le scritture contabili ed in particolare i prezzi di vendita delle unità immobiliari, che erano stati perciò rideterminati sulla base dei valori di mercato.

La C.T.R. ribadiva: 1) che non vi era stata violazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, in quanto nell’avviso di accertamento erano stati indicati in maniera dettagliata gli elementi in base ai quali l’Ufficio aveva disatteso le contrarie osservazioni dei contribuenti; 2) che l’accertamento non traeva giustificazione solo dai dati OMI, essendo state messe in rilievo una serie di anomalie sul valore degli appartamenti e dei box venduti, puntualmente indicati in sentenza.

L’Agenzia delle entrate ha resistito con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo motivo denunzia “Violazione della L. n. 212 del 2000, art. 7 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, con riferimento alla mancata considerazione, da parte dell’Ufficio, dei “numerosi motivi addotti dai contribuenti sulla veridicità degli importi riportati negli atti di vendita”; secondo i ricorrenti, la sentenza impugnata merita di essere cassata sul punto “stante la palese violazione del principio di completezza della motivazione”.

1.1. La censura presenta profili di inammissibilità, oltre che di infondatezza.

1.2. Invero, la denunzia dell’error in iudicando si conclude (singolarmente) con una censura motivazionale; d’altro canto, la statuizione del giudice d’appello appare corretta, laddove si afferma che “nell’accertamento sono indicati in maniera dettagliata gli elementi che l’Ufficio ha posto a base e riprova del suo fondamento, con ciò disattendendo le contrarie osservazioni dei contribuenti”.

1.3. Non può peraltro ritenersi che il rispetto del contraddittorio c.d. endoprocedimentale si traduca in un obbligo di specifica motivazione, nell’avviso di accertamento, su tutte le deduzioni ed osservazioni del contribuente; obbligo del resto non previsto specificamente dalla L. n. 212 del 2000, art. 12, comma 7, a norma del quale è sufficiente che siano indicati i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione. Al di fuori dunque delle ipotesi in cui l’obbligo di motivazione sulle deduzioni del contribuente è espressamente previsto dalla legge (v. D.P.R. n. 600 del 1973, art. 37 bis, commi 4 e 5; D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 16, comma 7) o connaturato alla stessa natura dello strumento utilizzato, come nel caso degli “accertamenti standardizzati” ed in materia di parametri o studi di settore (ex multis Cass. nn. 25902/15, 27822/13, 12428/12), non è ravvisabile un obbligo di motivazione dell’avviso di accertamento in relazione a qualsivoglia deduzione del contribuente, risultando sufficiente l’indicazione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che giustificano i rilievi, con un grado di determinatezza ed intelligibilità idoneo all’esercizio del diritto di difesa (Cass. 16836/2014). Può dunque configurarsi anche una reiezione implicita delle allegazioni del contribuente, a meno che la mancanza di una esplicita considerazione abbia determinato una obiettiva incompletezza o incoerenza della motivazione dell’atto impositivo, che è onere del contribuente allegare e dimostrare (in termini, da ultimo, Cass. n. 7897/16), come però non si è verificato nel caso di specie.

2. Con il secondo mezzo si denunzia la “Violazione/falsa applicazione Legge comunitaria n. 88 del 2009 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, sull’assunto che, “diversamente da come apoditticamente affermato in sentenza, l’Ufficio non ha utilizzato le incongruenze delle rimanenze per individuare un nuovo valore di vendita, ma si è limitato ad utilizzarle per effettuare un accertamento analitico induttivo, e poi ha utilizzato come unico criterio per la determinazione dell’asserito maggior prezzo di vendita la discrepanza con i valori O.M.I. In ogni caso, anche a voler attribuire qualche rilevanza alle presunte inattendibilità del dettaglio delle rimanenze, queste non erano sufficienti a fondare l’impianto accertativo, essendo necessari una pluralità di indizi gravi, precisi e concordanti”.

2.1. Il motivo è palesemente infondato, poichè dalla lettura della sentenza impugnata emerge chiaramente una specifica confutazione della doglianza qui riproposta, avendo la C.T.R. esplicitato una lunga serie di elementi ulteriori rispetto ai dati O.M.I. – sui quali l’accertamento è fondato, che non si riducono affatto alla irregolare tenuta della contabilità, nè alla formazione dell’inventario, “redatto in maniera globale e non riferito alle singole unità immobiliari”, ma si estende ad una dettagliata elencazione di “anomalie” (v. pag. 5 sentenza).

2.2. Peraltro, la giurisprudenza di questa Corte attribuisce alle quotazioni OMI il valore di massime di esperienza, utilizzabili dal giudice ai fini della decisione, ex art. 115 c.p.c., comma 2, senza bisogno di prova (Cass. n. 25707/15), sicchè la censura si rivela più che altro tesa ad una “rivisitazione degli elementi fattuali della vicenda impositiva attraverso i quali la commissione tributaria regionale è giunta a ritenere congruo il maggior valore accertato” (in termini, da ultimo, Cass. nn. 14264/16 e 10225/16), mentre è pacifico che spetti in via esclusiva al giudice di merito “il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge” (ex multis, Cass. n. 742/15). E’ stato invero chiarito che persino il vizio di omissione o insufficienza della motivazione resta integrato solo a fronte di una totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero di una palese illogicità del tessuto argomentativo, non anche da eventuali divergenze valutative sul significato attribuito dal giudice agli elementi delibati, non essendo il giudizio per cassazione un terzo grado di merito (ex plurimis, Cass. s.u. n. 24148/13; Cass. nn. 12779/15 e 12799/14).

2.3. Nel caso di specie, la commissione tributaria regionale ha dato sufficientemente conto delle ragioni in base alle quali ha confermato il giudizio di legittimità dell’atto impositivo, già espresso dalla commissione provinciale, con particolare riguardo agli elementi valutativi che si sono aggiunti ai criteri valutativi dell’OMI; del resto, questa Corte ha affermato che anche una stima di parte, effettuata da un organismo tecnico interno all’amministrazione finanziaria, “può essere posta dal giudice di merito a fondamento, eventualmente anche esclusivo, del proprio convincimento”, alla sola condizione che sia dia “conto delle ragioni di tale scelta, anche in relazione al tenore delle contestazioni del contribuente” (in termini, da ultimo, Cass. nn. 14264/16 e 10225/16 cit.).

3. Con il terzo motivo si lamenta infine la “Nullità della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 per omessa pronuncia in relazione all’art. 112 c.p.c.”, per non avere la C.T.R. preso in considerazione i “numerosi, dettagliati e pregnanti argomenti” nuovamente riproposti da pag. 23 a pag. 27 del ricorso.

3.1. La censura è inammissibile, poichè prospetta come omessa pronuncia quella che potrebbe al più integrare una omessa motivazione, peraltro soggetta ai limiti tracciati dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5), e dal nuovo art. 348-ter c.p.c..

4. Al rigetto del ricorso segue la condanna alle spese liquidate in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.600,00 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del cit. art. 13, comma art. 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 2 marzo 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 agosto 2016

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