Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16130 del 03/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 03/08/2016, (ud. 09/06/2016, dep. 03/08/2016), n.16130

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 7473/2014 proposto da:

S.A., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato VINCENZO PAGANO giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARLA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati MAURO RICCI,

EMANUELA CAPANNOLO, CLEMENTINA PULLI giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

e contro

REGIONE PUGLIA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4233/2013 della CORTE D’APPELLO di BARI del

16/12/2013, depositata il 30/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONELLA PAGETTA;

udito l’Avvocato EMANUELA CAPANNOLO, difensore del controricorrente,

che si riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 9 giugno 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.: ” S.A. adiva il giudice del lavoro chiedendo il riconoscimento del proprio stato di persona con handicap grave ai sensi della L. n. 104 del 1992, art. 3, comma 3, al fine della concessione delle agevolazioni previste da detta legge.

Il giudice di primo grado accoglieva la domanda e condannava l’INPS alle spese del giudizio determinate in complessivi Euro 510,00.

La Corte di appello di Bari in parziale accoglimento dell’impugnazione della S. ed in parziale riforma della decisione, nel resto confermata, ha rideterminato le spese di lite del giudizio di primo grado in complessivi Euro 2.277,00 di cui Euro 1.202,00 per diritti e Euro 1.075,00 per onorario, oltre al rimborso forfettario IVA e CAP, come per legge; ha integralmente compensato le spese del giudizio di secondo grado. La compensazione delle spese di secondo grado è stata fondata sull’accoglimento solo parziale dell’appello della S., avendo il giudice di secondo grado liquidato una somma inferiore a quella, pari a complessivi Euro, 2.760,00, oltre spese generali, oltre IVA e CPA, pretesa dall’appellante.

Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso S.A. sulla base di un unico motivo con il quale ha dedotto violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nonchè vizio di motivazione e/o illogicità della stessa. L’INPS ha resistito con controricorso. La Regione Puglia è rimasta intimata.

Con l’unico motivo di ricorso parte ricorrente, deducendo erronea interpretazione e applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., nonchè vizio di motivazione e/o illogicità della stessa, censura la decisione per avere integralmente compensato le spese del giudizio di appello. Sostiene che la compensazione non era giustificata da alcun rilevante scarto tra la somma richiesta e quella in concreto liquidata dal giudice di appello e che il regolamento delle spese adottato in seconde cure si traduceva in una sostanziale soccombenza di fatto della parte vittoriosa, con lesione del diritto, oggetto di tutela costituzionale ex art. 24 Cost., ad agire in giudizio ed a difendersi.

Il motivo è manifestamente infondato.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte la nozione di soccombenza reciproca, che consente la compensazione parziale o totale delle spese processuali, sottende – anche in relazione al principio di causalità – una pluralità di domande contrapposte, accolte o rigettate, che si siano trovate in cumulo nel medesimo processo fra le stesse parti, ovvero l’accoglimento parziale dell’unica domanda proposta, allorchè essa sia stata articolata in più capi e ne siano stati accolti uno o alcuni e rigettati gli altri, ovvero una parzialità dell’accoglimento meramente quantitativa, riguardante una domanda articolata in unico capo. (Cass. n. 21684 del 2013, n. 22381 del 2009).

A quest’ultima situazione è riconducibile la fattispecie in esame connotata dal fatto che il giudice di appello, nell’accogliere il gravame della S., ha proceduto ad una mera riduzione quantitativa dell’importo originariamente da questa preteso a titolo di spese processuali di primo grado.

In merito alla censurabilità, in sede di legittimità, della statuizione con la quale, in ipotesi di soccombenza reciproca, il giudice di appello abbia ritenuto di compensare, in tutto o in parte, le spese di lite, la giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente affermato che in tema di regolamento delle spese processuali, e con riferimento alla loro compensazione, poichè il sindacato della S.C. è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le spese non possono essere poste a carico della parte vittoriosa, esula da tale sindacato e rientra nel potere discrezionale del giudice di merito la valutazione dell’opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altri giusti motivi. (v,. tra le altre, Cass. n. 15217 del 2013, n. 17457 del 2006).

E’ stato in particolare precisato che la valutazione delle proporzioni della soccombenza reciproca e la determinazione delle quote in cui le spese processuali debbono ripartirsi o compensarsi tra le parti, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito, che resta sottratto al sindacato di legittimità, non essendo egli tenuto a rispettare un’esatta proporzionalità fra la domanda accolta e la misura delle spese poste a carico del soccombente. (Cass. n. 2149 del 2014).

Neppure è configurabile il vizio di motivazione della statuizione impugnata. Alla fattispecie in esame, infatti, in ragione della data di pubblicazione della decisione impugnata, è applicabile l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. nel testo risultante dalla modifica disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134.

Tale disposizione, secondo quanto chiarito dalle sezioni unite di questa Corte, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. “Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”. (Cass. ss.uu. n.8053 del 2014).

Nel caso di specie alcuna omissione di un fatto storico decisivo è dato evincere nella motivazione della statuizione di compensazione avendo il giudice di secondo grado, nel rilevare l’accoglimento solo parziale del ricorso in appello, dimostrato di tenere ben presente lo scarto tra quanto richiesto a titolo di spese e quanto riconosciuto in sentenza.

In ragione di quanto ora osservato risulta, quindi, ininfluente la circostanza, rappresentata in ricorso relativa alla entità dello scarto tra la somma, al netto degli accessori di legge, richiesta a titolo di spese con il ricorso in appello e quella in concreto liquidata dal giudice di secondo grado (v., in termini, Cass. n. 16823 del 2014).

In conclusione, in base alle considerazioni che precedono il ricorso deve essere respinto in quanto manifestamente infondato.

Si chiede che il Presidente voglia fissare la data per l’Adunanza camerale”.

Ritiene questo Collegio che le considerazioni svolte dal Relatore, non inficiate dalle deduzioni difensive svolte nella memoria depositata da parte ricorrente, ai sensi dell’art. 378 c.p.c., sono del tutto condivisibili siccome coerenti alla ormai consolidata giurisprudenza in materia e che ricorre con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5, per la definizione camerale.

A tanto consegue il rigetto del ricorso.

Le spese di lite sono regolate secondo soccombenza. Non sussistono, infatti., i presupposti per disporre l’esonero dalle spese di lite ai sensi dell’art. 152 disp. att. c.p.c., atteso che la allegazione formulata in memoria da parte ricorrente in merito alla dichiarazione relativa alla sussistenza delle condizioni reddituali per beneficiare di tale esonero (v. pag. 10) non ha trovato riscontro nella documentazione in atti. In particolare., a differenza di quanto dedotto alcuna dichiarazione si rinviene al n. 4 dell’elenco documenti allegati al fascicolo di primo grado. al quale corrisponde una fotocopia della Carta di identità della S..

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione all’INPS delle spese del giudizio che liquida in Euro 1.500,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi,oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 agosto 2016

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