Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16114 del 03/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 03/08/2016, (ud. 11/05/2016, dep. 03/08/2016), n.16114

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9037-2015 proposto da:

P.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE

MILIZIE 38, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI ANGELOZZI, che

lo rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

suo legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati GIUSEPPINA

GIANNICO, LUIGI CALIULO, ANTONELLA PATTERI, SERGIO PREDEN giusta

procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8491/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA del

27/10/2014, depositata il 02/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’11/05/2016 dal Consigliere Relatore ANTONELLA PAGETTA;

udito l’Avvocato Giovanni Angelozzi difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato Antonella Patteri difensore del controricorrente che

insiste per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La causa è stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio dell’11 maggio 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.: ” Con sentenza n. 8491/2014 la Corte di appello di Roma ha respinto l’appello proposto da P.F. avverso la sentenza di primo grado che aveva rigettato la domanda diretta al riconoscimento del diritto al beneficio contributivo di cui alla L. n. 257 del 1992, art. 13, comma 8.

Il decisimi del giudice d’appello è stato fondato sulle seguenti considerazioni: in un sistema processuale improntato sul potere dispositivo delle parti, il potere officioso del Giudice non è finalizzato a colmare l’onere di allegazione incombente su chi vuol far valere una determinata pretesa; la consulenza tecnica disposta dall’Ufficio non è affetta da vizi metodologici, poichè sviluppa l’indagine sulla base dell’allegazione contenute in ricorso poste a fondamento della domanda; il P. aveva ricondotto la propria esposizione esclusivamente alle fibre di amianto disperse dalla copertura dello stabilimento nel quale aveva prestato la propria attività, copertura composta da lastre di eternit che hanno rilasciato nel tempo fibre aerodisperse di asbesto; nulla è specificato circa la mansioni disimpegnate nell’arco temporale indicato (1973/1990); correttamente, pertanto, il cm ha preso in considerazione la copertura dello stabilimento non avendo altra indicazione circa fattori di esposizione; nè sono stati forniti al Giudice ulteriori elementi di fatto utili ad poter indirizzare altrimenti le indagini peritali; le consulenze indicate dal ricorrente – favorevoli ai lavoratori – sono giunte a diverse conclusioni proprio perchè hanno preso in considerazione per ciascun lavoratore, differenziando le diverse posizione, le.specifiche mansioni svolte alle quali hanno correlato altri fattori di esposizione.

Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso P.F. sulla base di tre motivi: L’INPS ha resistito con tempestivo controricorso.

Con il primo motivo parte ricorrente ha dedotto violazione e falsa applicazione della L. n. 257 del 1998, art. 3 e art. 19, comma 8 e successive modifiche ed integrazione in relazione agli artt. 115, 421 c.p.c., e art. 437 c.p.c., comma 2. Sul rilievo che in tema di maggiorazione contributiva per esposizione ad amianto l’onere probatorio a carico dell’aspirante al beneficio deve essere inteso in termini meno rigorosi di quelli del processo civilistico puro dovendo essere accertata attraverso la consulenza tecnica ambientale la quantità di amianto alla quale il lavoratore è stato esposto, ha osservato che, alla luce della corretta interpretazione della normativa di riferimento, il consulente non avrebbe dovuto limitare la propria indagine alle fibre di amianto rilasciate dal manto di copertura dello stabilimento ma estenderla a tutte quelle disperse nel luogo di lavoro. Ha quindi censurato la decisione per non avere, in adesione alle istanze formulate dalla parte privata, disposto un supplemento di perizia destinato all’effettuazione di tale accertamento e per non avere attivato i poteri istruttori di ufficio in presenza della rilevata carenza dell’indagine peritale.

Con il secondo motivo ha dedotto violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., dell’art. 115 c.p.c. e art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e dell’art. 2727 c.c.. Ha censurato la decisione per non essersi pronunziata su un fatto decisivo per il giudizio costituito dal complessivo valore delle polveri d’amianto disperse nell’ambiente di lavoro. In questa prospettiva si è doluto che il giudice di seconde cure non avesse preso atto delle numerose decisioni prodotte unitamente al ricorso di appello che, recependo le conclusioni dei consulenti di ufficio nominati in quei giudizi, avevano accolto le domande proposte dai colleghi del P. che avevano lavorato nel medesimo luogo di lavoro e nel medesimo arco temporale. Tali allegazioni, costituenti fonti indirette di prova, in quanto non contestate dall’INPS, dovevano considerarsi definitivamente acquisite al giudizio.

Con il terzo motivo di ricorso, ha dedotto violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c. e degli artt. 3 e 11 Cost.. “in funzione” dell’omesso esame, sia dei precedenti giurisprudenziali coperti da giudicato pronunziati per fatti identici a quello di cui è causa, sia delle cm disposte negli altri giudizi dalle quali era emerso il superamento, nel medesimo stabilimento presso il quale aveva prestato la propria attività esso P., dell’esposizione ad amianto oltre la soglia delle 100 fibre/litro.

I motivi di ricorso, per evidenti ragioni di connessione esaminati congiuntamente, sono manifestamente infondati.

Si premette che parte ricorrente non contesta che la allegazione formulata nel ricorso di primo grado, correlata alla deduzione di esposizione qualificata alle polveri di amianto, concerneva soltanto la dispersione nell’ambiente di lavoro di fibre di amianto relative alla copertura dello stabilimento, copertura composta da lastre di eternit. Su tale allegazione si è instaurato il contraddittorio con l’INPS. Da quanto ora rilevato consegue, in primo luogo, che non possono ritenersi acquisite al giudizio, in quanto asseritamente non contestate dall’INPS, le circostanze emergenti dalla documentazione versata in atti (e cioè dalle sentenze favorevoli ai colleghi di lavoro dell’odierno ricorrente e dalle consulenze tecniche espletate in quei giudizi). Costituisce infatti ius receptum che nel rito del lavoro, stante la circolarità esistente tra oneri di allegazione, oneri di contestazione ed oneri di prova, intanto la mancata contestazione da parte del convenuto può rendere un fatto incontroverso in quanto questo sia stato esplicitato in modo specifico ed esaustivo nel ricorso di primo grado (Cass. n. 11353 del 2004). Consegue, in secondo luogo, che correttamente l’indagine peritale devoluta al consulente di ufficio è stata incentrata solo sulla verifica delle fibre aerodisperse rilasciate dalla copertura dello stabilimento e non su altri elementi quali quelli connessi alle specifiche mansioni espletate e all’esposizione a fibre di amianto aerodisperse provenienti dalle apparecchiature installate o comunque da altri elementi presenti nell’ambiente di lavoro. Come chiarito, infatti, da questa Corte le parti non possono sottrarsi all’onere probatorio e rimettere l’accertamento dei propri diritti all’attività del consulente neppure nel caso di consulenza tecnica d’ufficio cosiddetta “percipiente”, che può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova, demandandosi al consulente l’accertamento di determinate situazioni di tatto, giacchè, anche in siffatta ipotesi, è necessario che le parti stesse deducano quantomeno i fatti e gli elementi specifici posti a fondamento di tali diritti (Cass. n. 24620 del 2007).

Consegue, infine, che non sussisteva alcuna carenza della indagine peritale di ufficio tale da giustificare l’ammissione di un supplemento di perizia, destinata, nell’ottica del ricorrente, a estendere la verifica della sussistenza della esposizione qualificata ad amianto anche in relazione a circostanze di fatto non oggetto di rituale allegazione.

Infine, inammissibile risulta la censura di omessa/inadeguata considerazione delle sentenze favorevoli ottenute da colleghi di lavoro del ricorrente, così come delle consulenze tecniche di ufficio espletate in tali giudizi, involgendo tale censura la valutazione del materiale lato sensu probatorio e quindi un profilo esclusivamente di merito sottratto al controllo di legittimità, se non nei limiti del vizio di motivazione. Con riguardo a quest’ultimo aspetto, premesso che nel caso di specie trova applicazione, in ragione della data di pubblicazione della sentenza impugnata, il 2.12.2014, l’art. 360 c.p.c., n. 5 nella formulazione attualmente vigente, si osserva che il motivo di ricorso non è articolato con modalità coerenti a tale formulazione, secondo la lettura che della stessa è stata data dalle sezioni unite di questa Corte (Cass. n.8053 del 2014). Parte ricorrente omette, infatti, di individuare quale è il fatto storico decisivo, oggetto di discussione tra le parti, il cui esame è stato omesso dal giudice di seconde cure nel pervenire alla statuizione di rigetto del gravame del lavoratore.

In base alle considerazioni che precedono si ritiene che il ricorso proposto debba essere respinto in quanto manifestamente infondato. Si chiede che Il Presidente voglia fissare la data per l’adunanza in camera di consiglio”.

Ritiene questo Collegio che le considerazioni svolte dal Relatore, non inficiate dalle deduzioni formulate nella memoria depositata da parte ricorrente, sono del tutto condivisibili siccome coerenti alla ormai consolidata giurisprudenza in materia di talchè sussistono i presupposti per la definizione camerale.

Manifestamente infondata, infine, è la eccezione di illegittimità costituzionale formulata, nel corso della discussione orale, dalla difesa di parte ricorrente con riferimento all’art. 52 c.p.c. ed in relazione all’art. 111 Cost., comma 2, nella parte in cui consente che il giudice relatore possa comporre il collegio giudicante, nel giudizio camerale di cassazione.

In continuità con la giurisprudenza di questa Corte, deve,infatti, ribadirsi che la relazione prevista dall’art. 380-bis c.p.c. non è un segmento di decisione sottoposto all’approvazione del collegio, nè una qualificata opinione versata agli atti, ma una mera proposta di definizione processuale accelerata, che indica alle parti e al collegio la possibile ricorrenza delle condizioni di cui all’art. 375 c.p.c., favorendo il pieno dispiegarsi del contraddittorio e la celerità della decisione. (Cass. n. 20965 del 2007); non sono, pertanto, ravvisabili, i dedotti profili di incostituzionalità, come già ritenuto da Cass. n.18047 del 2008 la quale sul rilievo che la proposta del relatore costituisce una mera ipotesi di decisione destinata ad essere confermata o meno a seguito del contraddittorio fra le parti e dell’intervento del P.G., ha ritenuto ricorrere, anche in questo caso le considerazioni svolte dalla Corte costituzionale nei casi di provvedimento cautelare autorizzato “ante causami” e di successiva cognizione piena di merito (sentenza n. 326 del 1997), di decisione emessa ex art. 187-quater c.p.c. (ordinanza n. 168 del 2000), nonchè nel caso di rinvio cosiddetto restitutorio ex art. 354 c.p.c.(sentenza n. 341 del 1998).

A tanto consegue il rigetto del ricorso. Le spese sono regolate secondo soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione all’INPS delle spese di lite che liquida in complessivi Euro 2.500,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 11 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 3 agosto 2016

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