Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16101 del 02/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 02/08/2016, (ud. 14/04/2016, dep. 02/08/2016), n.16101

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6826-2012 proposto da:

V.L., ((OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

CRESCENZIO 20, presso lo studio dell’avvocato GINA TRALICCI, che la

rappresenta e difende giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MILANO ASSICURAZIONI SPA (OMISSIS), in persona del suo procuratore

speciale, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L. BISSOLATI 76,

presso lo studio dell’avvocato TOMMASO SPINELLI GIORDANO, che la

rappresenta e difende giusta mandato in calce al controricorso e

ricorso incidentale;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

C.A.;

– intimato –

– ricorrenti incidentali –

avverso la sentenza n. 393/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA del

24/06/2010, depositata il 02/02/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/04/2016 dal Consigliere Relatore Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito l’Avvocato Enrica Fasola (delega avvocato Tommaso Spinelli

Giordano) difensore della controricorrente e ricorrente incidentale

che si riporta al controricorso e ricorso incidentale ed alla

memoria e chiede il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. V.L. ha proposto ricorso per cassazione contro C.A. e la s.p.a. Milano Assicurazioni avverso la sentenza del 2 novembre 2011, con cui la Corte d’Appello di Roma, pronunciando dopo una precedente sentenza parziale sull’an debeatur, ha accolto il suo appello contro la sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Roma che aveva rigettato la sua domanda intesa ad ottenere la condanna degli intimati al risarcimento dei danni sofferti da essa ricorrente in occasione di un sinistro stradale.

2. Al ricorso, che propone due motivi relativo all’insufficienza della liquidazione delle spese giudiziali, ha resistito la Milano Assicurazioni con controricorso nel quale ha svolto un motivo di ricorso incidentale condizionato.

3. La resistente ha depositato memoria.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso incidentale condizionato, essendo stato proposto in senso a quello principale, va trattato congiuntamente ad esso.

2. Con il primo motivo di ricorso principale la V. deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c. e ss. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3” e sostiene che la liquidazione delle spese giudiziali sarebbe stata fatta dalla Corte territoriale in misura inferiore ai minimi di legge.

La sentenza impugnata avrebbe liquidato per i due gradi di giudizio un importo di Euro 3.100,00 mentre quella minima dovuta ammontava ad Euro 1.833,95 per il primo grado e ad Euro 1.935,02 per il secondo grado (e nell’ambito delle due somme essa vengono distinti diritti, onorari e spese) oltre il rimborso delle spese generali, dell’i.v.a. e del c.p.a.

L’illustrazione del motivo omette di indicare quale fosse il valore della controversia almeno in tesi, sia secondo il quid disputandum, sia secondo ciò che è stato riconosciuto, nonchè a quali tariffe dovrebbe fasi riferimento per la liquidazione, individuazione che è resa impossibile anche per il primo grado dalla circostanza che nell’esposizione del fatto non si dice quando insorse la controversia, posto che ci si limita ad enunciare l’anno di pronuncia della sentenza di primo grado, che risale al 2002.

L’illustrazione si sostanzia nella sola riproduzione di quello che viene denominato “prospetto contabile” e, quindi, nell’asserto che “ciò che colpisce, pertanto, nella sentenza impugnata è innanzitutto il ribadire che è possibile liquidare un importo comprensivo di diritti, onorari e spese sostenute senza alcuna determinazione separata come per legge e, peraltro, senza aver indicato il criterio di liquidazione adottato, il che impedisce qualsiasi tipo di controllo di legittimità attesa la circostanza che le tariffe forensi sono stabilite per legge”.

Si riporta, quindi, il principio di diritto di cui a Cass. n. 6952 del 1983 e quello di cui a Cass. n. 9935 del 1990 circa il non potersi discostare il giudice di merito se non motivatamente dalla nota spesa ove presente.

2.1. Il motivo – in disparte l’erronea deduzione ai sensi del n. 3 anzichè D.L. n. 4 dell’art. 360 c.p.c., come sarebbe stato adeguato ad n vizio relativo ad una norma del procedimento – è inammissibile, in quanto:

a) per un verso prospetta un assunto, quello che la liquidazione delle spese sia stata fatta senza distinguere diritti, onorarie e spese, là dove invece sia in dispositivo che nella motivazione la sentenza impugnata, sebbene senza distinguere fra i due gradi, abbia indicato importi separati per quelle causali, di modo che appare del tutto privo di correlazione con la motivazione (inde viene in rilievo il principio di diritto secondo cui: “Il motivo d’impugnazione è rappresentato dall’enunciazione, secondo lo schema normativo con cui il mezzo è regolato dal legislatore, della o delle ragioni per le quali, secondo chi esercita il diritto d’impugnazione, la decisione è erronea, con la conseguenza che, in quanto per denunciare un errore bisogna identificarlo e, quindi, fornirne la rappresentazione, l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo. In riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4″ (Cass. n. 359 del 2005, seguita numerosissime conformi);

b) viola l’art. 366 c.p.c., n. 6, come, del resto, eccepito anche dalla resistente, là dove – adombrando, peraltro in modo ambiguo, che fossero state prodotte note spese, ancorchè riproduca quelli che chiama prospetti – non fornisce l’indicazione specifica del se e dove erano state prodotte nel giudizio di appello e del se e dove sarebbero esaminabili in questo giudizio di legittimità le note spese che nella parte finale si vorrebbero, peraltro con enunciazione del tutto implicita, cioè per richiamo dei principi di diritto delle due sentenze;

c) viola il contenuto necessario che deve avere un motivo di ricorso in ordine all’insufficienza della liquidazione delle spese giudiziali, posto che esso postula l’indicazione del valore della controversia nel merito, che non si è indicato, e enunciazione dei necessari riferimenti temporali dello svolgimento processuale ai fini dell’individuazione della tariffa sotto la quale si collocarono.

3. Con il secondo motivo si denuncia “omessa o contraddittoria motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5”.

Nell’illustrazione ci si lamenta nuovamente che si sia omessa “qualsivoglia motivazione in ordine alla somma analiticamente esposta nella nota spese”, così addivenendo ad una riduzione al di sotto dei minimi di tariffa e pretermettendo il riconoscimento del rimborso forfettario delle spese “previsto dall’art. 15 della Tariffa Professionale Forense”.

3.1. Il motivo – in disparte l’impropria deduzione ai sensi del n. 5 di una violazione di norma del procedimento (in termini Cass. sez. un. n. 24707 del 2015) – si fonda nuovamente, questa volta expressi verbis, sul contenuto della non meglio identificata nota spese, riguardo alla quale non si sa se essa coincida con il prospetto contabile riprodotto in senso all’illustrazione del motivo precedente e, comunque, manca l’osservanza dell’art. 366 c.p.c., n. 6 nei termini già indicati sopra sub b).

Si aggiunga che perdura la totale mancanza di indicazione degli elementi individuatori della tariffa applicabile, tant’è vero che viene evocato un art. 15 di una non meglio specificata tariffa.

Ne segue che il motivo, sebbene apprezzato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 (alla stregua di Cass. sez. un. n. 19731 del 2013), è inammissibile.

4. Stante l’inammissibilità dei due motivi su cui si fonda, il ricorso principale è dichiarato inammissibile.

Non occorre prendere posizione, in ragione della valutazione di inammissibilità correlata alla carenza dei requisiti di contenuto-forma dei due motivi di ricorso principale, sulla prospettazione della resistente che la ricorrente abbia equivocato circa l’oggetto della condanna alle spese della sentenza impugnata, che secondo la resistente si riferirebbe solo alle spese del grado di appello.

Il ricorso incidentale condizionato resta assorbito.

5. Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza nel rapporto fra la ricorrente e la resistente e si liquidano in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso principale e assorbito l’incidentale. Condanna la ricorrente alla rifusione alla resistente delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro milletrecentocinquanta, di cui duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 3, il 14 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 2 agosto 2016

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