Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16096 del 09/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 09/06/2021, (ud. 08/04/2021, dep. 09/06/2021), n.16096

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. BELLE’ Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2212-2020 proposto da:

MINISTERO dell’ISTRUZIONE dell’UNIVIRSITA’ e della RICERCA, in

persona del Ministro pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA

VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che

lo rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

R.A., domiciliata ope legis in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la

CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e difesa

dall’avvocato ANGELO CAPORALE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 507/2019 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA,

depositata il 04/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’08/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. ANNALISA

DI PAOLANTONIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. la Corte d’Appello di L’Aquila ha respinto l’appello proposto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca nonchè dall’Ufficio Scolastico Regionale avverso la sentenza del Tribunale di Tentino che aveva accolto integralmente il ricorso di R.A., docente di scuola media secondaria immessa in ruolo con decorrenza dall’anno scolastico 2015/2016, ed aveva condannato il Ministero ad effettuare la ricostruzione della carriera mediante il riconoscimento integrale del servizio prestato con contratti di lavoro a tempo determinato, sul presupposto che l’abbattimento previsto dal D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 485, fosse in contrasto con il principio di non discriminazione di cui alla Dir. n. 1999/70/CE, allegato accordo quadro CPS, UNICE e CFEP, clausola 4;

2. la Corte territoriale, richiamata giurisprudenza della Corte di Giustizia, ha in sintesi osservar() che l’esclusione, ai fini della ricostruzione della carriera, di una parte dell’anzianità di servizio maturata dai docenti in forza di contratti a tempo determinato può corrispondere ad obiettivi legittimi solo qualora sia finalizzata a rispecchiare la differenza tra l’esperienza acquisita dal personale a tempo indeterminato e quella maturata dall’insegnante assunto a tempo determinato, differenza che, peraltro, deve essere ancorata alla diversità delle materie, degli orari e delle condizioni lavorative;

3. il giudice d’appello ha aggiunto che nella fattispecie il Ministero non aveva allegato e provato elementi di fatto sufficienti a far emergere una minore professionalità dell’appellata ed a giustificare la disparità di trattamento quanto al riconoscimento dell’anzianità antecedente l’immissione in ruolo;

4. ha precisato, infine, che il MIUR, per escludere il carattere discriminatorio del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 485, non poteva fare leva sul criterio di favore previsto dallo stesso decreto, art. 489, sia perchè la ratio della norma in discussione non può essere tratta da una legge emanata successivamente, sia in quanto il meccanismo favorevole è comunque limitato ai soli primi quattro anni di servizio;

5. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il Ministero sulla base di un unico motivo, al quale ha opposto difese con controricorso Anna R.;

6. la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata notificata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio non partecipata.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. con l’unico motivo di ricorso il Ministero denuncia “violazione e/o falsa applicazione della Dir. n. 1999/70/CE, allegato accordo quadro, clausola 4, nonchè del D.Lgs. 16 aprile 1994, n. 297, artt. 485 e 489, così come interpretati dalla sentenza del 20/9/2018 c-466/2017 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea” e sostiene, in sintesi, che la Corte d’appello ha errato nel ritenere estensibile alla fattispecie il medesimo principio affermato da questa Corte con riferimento alla progressione stipendiale in pendenza di rapporto a tempo determinato;

1.1. rileva che il lavoratore a termine, una volta immesso in ruolo, non ha un diritto soggettivo all’integrale ricostruzione della carriera ed aggiunge che il meccanismo delineato dalla normativa vigente realizza un giusto equilibrio fra opposte esigenze, perchè contempera elementi di favore e arrotondamenti compensativi;

1.2. richiama, infine, la sentenza n. 31149/2019 per sostenere che un problema di trattamento discriminatorio si può porre nelle sole ipotesi in cui l’anzianità effettiva di servizio, non quella virtuale, risulti superiore a quella riconoscibile D.Lgs. n. 297 del 1994, ex art. 485;

2. il ricorso è fondato nei soli limiti di seguito precisati;

la questione che viene in rilievo è già stata esaminata da questa Corte che con sentenza n. 31149/2019 ha enunciato i seguenti principi di diritto:

a) il D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 485, che anche in forza del rinvio operato dalle parti collettive disciplina il riconoscimento dell’anzianità di servizio dei docenti a tempo determinato poi definitivamente immessi nei ruoli dell’amministrazione scolastica, viola la Dir. n. 1999/70/CE, allegato Accordo Quadro, clausola 4, e deve essere disapplicato, nei casi in cui l’anzianità risultante dall’applicazione dei criteri dallo stesso indicati, unitamente a quello fissato dallo stesso decreto, art. 489, come integrato dalla L. n. 124 del 1999, art. 11, comma 14, risulti essere inferiore a quella riconoscibile al docente comparabile assunto ab origine a tempo indeterminato;

b) il giudice del merito per accertare la sussistenza della denunciata discriminazione dovrà comparare il trattamento riservato all’assunto a tempo determinato, poi immesso in ruolo, con quello del docente ab origine a tempo indeterminato e ciò implica che non potranno essere valorizzate le interruzioni fra un rapporto e l’altro, nè potrà essere applicata la regola dell’equivalenza fissata dal richiamato art. 489;

c) l’anzianità da riconoscere ad ogni effetto al docente assunto a tempo determinato, poi immesso in ruolo, in caso di disapplicazione del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 485, deve essere computata sulla base dei medesimi criteri che valgono per l’assunto a tempo indeterminato;

3. nella motivazione, alla quale si rinvia ex art. 118 disp. att. c.p.c., ricostruito il quadro normativo e richiamata la pronuncia della Corte di Giustizia in causa C-466/17, plotter, si è evidenziato che quest’ultima ha demandato al giudice nazionale di verificare in concreto la posizione degli assunti ab origine con contratto a tempo indeterminato e di compararla con quella dei docenti immessi in ruolo dopo un periodo di insegnamento prestato in relazione a rapporti a termine, al fine di evitare che l’applicazione della clausola 4 produca una discriminazione alla rovescia in danno dei primi;

3.1. si è aggiunto che l’applicazione diretta della clausola 4, chiama il giudice nazionale a seguire un procedimento logico secondo il quale occorre: determinare il trattamento spettante al preteso “discriminato”; b) individuare il trattamento riservato al lavoratore comparabile; c) accertare se l’eventuale disparità sia giustificata da una ragione obiettiva;

3.2. nel rispetto di queste fasi perchè il docente si possa dire discriminato dall’applicazione del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 485, che è la risultante di elementi di sfavore e di favore, deve emergere che l’anzianità calcolata ai sensi della norma speciale sia inferiore a quella che nello stesso arco temporale avrebbe maturato l’insegnante comparabile, assunto con contratto a tempo indeterminato per svolgere la medesima funzione docente;

3.3. ciò implica che il trattamento) riservato all’assunto a tempo determinato non possa essere ritenuto) discriminatorio per il solo fatto che dopo il quadriennio si operi un abbattimento, occorrendo invece verificare anche l’incidenza dello strumento di compensazione favorevole, che pertanto, in sede di giudizio di comparazione, va eliminato dal computo complessivo dell’anzianità, da effettuarsi sull’intero periodo, atteso che, altrimenti, si verificherebbe la paventata discriminazione alla rovescia rispetto al docente comparabile;

3.4. nel calcolo dell’anzianità occorre, quindi, tener conto del solo servizio effettivo prestato, maggiorato, eventualmente, degli ulteriori periodi nei quali l’assenza è giustificata da una ragione che non comporta decurtazione di anzianità anche per l’assunto a tempo indeterminato (congedo ed aspettativa retribuiti, maternità e istituti assimilati), con la conseguenza che non possono essere considerati nè gli intervalli fra la cessazione di un incarico di supplenza ed il conferimento di quello successivo, nè, per le supplenze diverse da quelle annuali, i mesi estivi, in relazione ai quali questa Corte da tempo ha escluso la spettanza del diritto alla retribuzione (Cass. n. 21435 del 2011, Cass. n. 3062 del 2012, Cass. n. 17892 del 2015), sul presupposto che il rapporto cessa al momento del completamento delle attività di scrutinio;

3.5. si dovrà, invece, tener conto del servizio prestato in un ruolo diverso da quello rispetto al quale si domanda la ricostruzione della carriera, in presenza delle condizioni richieste dall’art. 485, perchè il medesimo beneficio è riconosciuto anche al docente a tempo indeterminato che transiti dall’uno all’altro ruolo, con la conseguenza che il meccanismo non determina alcuna discriminazione alla rovescia;

3.6. occorrerà, inoltre, tener conto anche dei rapporti a termine che si collocano temporalmente in data antecedente l’entrata in vigore della Dir. n. 1999/70/CE, perchè “secondo una giurisprudenza costante, una nuova norma si applica, salvo deroghe, immediatamente agli effetti futuri delle situazioni sorte sotto l’impero della vecchia legge (v., in tal senso, in particolare, sentenze 14 aprile 1970, causa 68/69, Brock, Racc. pag. 171, punto 7; 10 luglio 1986, causa 270/84, Licata/CES, Racc. pag. 2305, punto 31; 18 aprile 2002, causa C-290/00, Duchon, Racc. pag. I-3567, punto 21; 11 dicembre 2008, causa (2-334/07 P, Commissione/Freistaat Sachsen, Racc. pag. I-9465, punto 43, nonchè 22 dicembre 2008, causa C-443/07 P, Centeno Mediavilla e a./Commissione, Racc. pag. I-10945, punto 61)” (Corte di Giustizia 10.6.2010 in cause riunite c-395/08 e c-396/08, INPS, punto 53; negli stessi termini Corte di Giustizia 12.9.2013 in causa c- 614/11, Kuso);

3.7. qualora, all’esito del calcolo effettuato nei termini sopra indicati, il risultato complessivo dovesse risultare superiore a quello ottenuto con l’applicazione dei criteri di cui al D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 485, la norma di diritto interno deve essere disapplicata ed al docente va riconosciuto il medesimo trattamento che, nelle stesse condizioni qualitative e quantitative, sarebbe stato attribuito all’insegnante assunto a tempo indeterminato, perchè l’abbattimento, in quanto non giustificato da ragione oggettiva, non appare conforme al diritto dell’Unione;

3.8. la clausola 4 dell’accordo quadro ha effetto diretto ed i giudici nazionali, tenuti ad assicurare ai singoli la tutela giurisdizionale che deriva dalle norme del diritto dell’Unione ed a garantirne la piena efficacia, debbono disapplicare, ove risulti preclusa l’interpretazione conforme, qualsiasi contraria disposizione del diritto interno (Corte di Giustizia 8.11.2011, Rosado Santana punti da 49 a 56);

3.9. non è consentito, invece, all’assunto a tempo determinato, successivamente immesso nei ruoli, pretendere, sulla base della clausola 4, una commistione di regimi, ossia, da un lato, il criterio più favorevole dettato dal T.U. e, dall’altro, l’eliminazione del solo abbattimento, perchè la disapplicazione non può essere parziale nè può comportare l’applicazione di una disciplina diversa da quella della quale può giovarsi l’assunto a tempo indeterminato comparabile;

4. a detto orientamento, ribadito in successive pronunce (cfr. fra le più recenti Cass. n. 842 del 2021; Cass. n. 491 del 2021) e condiviso dal Collegio, occorre dare continuità perchè le parti non prospettano argomenti, diversi da quelli già esaminati, che possano giustificare un ripensamento del principio già espresso;

5. la sentenza impugnata non è pienamente conforme ai principi di diritto sopra riassunti perchè ha respinto l’appello e disapplicato il D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 485, senza accertare se l’anzianità complessivamente quantificata dal giudice di primo grado (anni 16 alla data dell’1 /9/2016 – cfr. pag. 2 e 3 del controricorso), tenesse anche conto del criterio di favore di cui all’art. 489 T.U.;

6. la pronuncia va, pertanto, cassata con rinvio alla Corte territoriale indicata in dispositivo che procederà ad un nuovo esame, attenendosi ai principi sopra enunciati e provvedendo anche al regolamento delle spese del giudizio di cassazione;

7. non è applicabile alla fattispecie il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, perchè, a prescindere dalla fondatezza o meno del ricorso, la norma non può trovare applicazione nei confronti di quelle parti che, come le Amministrazioni dello Stato, mediante il meccanismo della prenotazione a debito siano istituzionalmente esonerate, per valutazione normativa della loro qualità soggettiva, dal materiale versamento del contributo (Cass. S.U. n. 9938 del 2014; Cass. n. 1778 del 2016; Cass. n. 28250 del 2017).

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di L’Aquila in diversa composizione alla quale demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 8 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 giugno 2021

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