Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16091 del 02/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 02/08/2016, (ud. 09/06/2016, dep. 02/08/2016), n.16091

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16364-2013 proposto da:

AVICOLA ALIMENTARE MONTEVERDE S.R.L., ((OMISSIS)), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA LIVIO ANDRONICO 24, presso lo studio dell’avvocato MARIA

TERESA LOIACONO ROMAGNOLI, rappresentata e difesa dall’avvocato

CLAUDIO LA GIOIA giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, ((OMISSIS)),

in persona del legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale

mandatario della SOCIETA’ DI CARTOLARIZZAZIONE DEI CREDITI I.N.P.S.

(S.C.C.I.) S.P.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE

BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO,

rappresentato e difeso dagli avvocati LELIO MARITATO, ANTONINO

SGROI, EMANUELE DE ROSE, CARLA D’ALOISIO giusta procura a margine

del controricorso;

– controricorrente –

contro

EQUITALIA NORD S.P.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 606/2012 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA

di13/12/2012, depositata i122/12/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

9/6/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CATERINA MAROTTA;

udito l’Avvocato ILARIA ROMAGNOLI per delega dell’avvocato CLAUDIO LA

GIOIA, difensore del ricorrente, che si riporta agli scritti;

udito l’Avvocato GIUSEPPE MATANO per delega dell’avvocato ANTONINO

SGROI, difensore del controricorrente, che si riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

1 – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380 bis e 375 c.p.c., ritualmente comunicata:

“La Corte di appello di Brescia, con sentenza pubblicata il 22 dicembre 2012, in riforma della decisione del Tribunale della stessa sede, rigettava l’opposizione proposta dalla Avicola Alimentare Monteverde s.r.l. avverso la cartella esattoriale con la quale l’I.N.P.S. aveva richiesto il pagamento di Euro 152.036,47 per contributi, somme aggiuntive ed interessi per il periodo dal maggio 2002 al maggio 2004, in relazione all’utilizzo illecito di manodopera somministrate dalle cooperative Garda Scarl e Il Cairo Scarl. Riteneva la Corte territoriale che, a fronte di contratti di appalto stipulati con le indicate cooperative, aventi ad oggetto attività di pulizia dei locali, di facchinaggio e di trasporto, i soci-lavoratori delle stesse avevano per lo più e quasi in via esclusiva svolto attività diverse e pienamente rientranti nel processo produttivo della Avicola Alimentare Monteverde s.r.l. (e così, in particolare, essendo addetti a tutte le fasi della macellazione ‘automaticà dei polli, al taglio, all’appendimento) tali da ritenere integrata una vera e propria interposizione di manodopera. Evidenziava che non potesse dirsi che la prestazione dei soci fosse resa nell’ambito di un’organizzazione di lavoro propria delle Cooperative ovvero che la stessa fosse finalizzata ad un autonomo risultato produttivo, essendo assente ogni autonomia gestionale nella direzione del personale e nella scelta delle modalità e dei tempi di lavoro.

Per la cassazione di tale decisione ricorre la società affidando l’impugnazione a cinque motivi.

L’I.N.P.S., in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.p.A., resiste con controricorso.

Equitalia Nord S.p.A. (già Equitalia Esatri S.p.A.) è rimasta solo intimata.

Con il primo motivo la società denuncia nullità della sentenza per totale omissione della motivazione circa la ritenuta rilevanza dell’assenza di un prodotto nell’appalto di servizi.

Con il secondo motivo la società denuncia falsa applicazione di norme di diritto (e così dell’art. 1655 c.c., della L. n. 1369 del 1969, art. 1, comma 1, e art. 3 della L. n. 196 del 1997, artt. 1 e 10, del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, comma 1, artt. 20 e 27) sempre in relazione alla ritenuta rilevanza dell’assenza di un prodotto nell’appalto di servizi ed alla erronea applicazione all’appalto di servizi in questione delle regole tipiche dell’appalto di opere.

Con il terzo motivo la società denuncia omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione all’omessa considerazione dell’esistenza, nel caso, in esame di appalti di servizi.

Con il quarto motivo la motivo la società denuncia falsa applicazione di norme di diritto (e così dell’art. 1655 c.c., della L. n. 1369 del 1969, art. 1, comma 1, e art. 3, della L. n. 196 del 1997, artt. 1 e 10, del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, comma 1, artt. 20 e 27) per aver fatto erroneamente dipendere la genuinità dell’appalto dalla complessità dell’organizzazione del lavoro.

Con il quinto motivo la società denuncia falsa applicazione di norme di diritto (e così dell’art. 2697 c.c., degli artt. 99 e 115 c.p.c., della L. n. 1369 del 1969, art. 1, comma 1, e art. 3, della L. n. 196 del 1997, artt. 1 e 10, del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 29, comma 1, artt. 20 e 27) in relazione alla ritenuta prova dell’interposizione di manodopera pur a fronte dei contratti di appalto di servizi prodotti dalla società.

I motivi, da trattarsi congiuntamente, sono manifestamente infondati.

Quanto ai dedotti vizi motivazionali, va innanzitutto osservato che, a seguito della modifica del n. 5 dell’art. 360 c.p.c., disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1, lett. b) convertito in L. n. 134 del 2012, applicabile, in base al comma 3 medesima norma, alle sentenze pubblicate dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione, e dunque dall’11/9/2012, è deducibile solo il vizio di omesso esame di un fatto decisivo che sia stato oggetto di discussione tra le parti; il controllo della motivazione è, così, ora confinato sub specie nullitatis, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4 il quale, a sua volta, ricorre solo nel caso di una sostanziale carenza del requisito di cui all’art. 132 c.p.c., n. 4, configurabile solo nel caso di mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, di “motivazione apparente”, di “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e di “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (cfr. Cass., Sez. Un., n. 8053/14).

Nel caso in esame i fatti controversi da indagare (da non confondersi con la valutazione delle relative prove) sono stati manifestamente presi in esame dalla Corte territoriale; sicchè neppure potrebbe trattarsi di omesso esame, ma di accoglimento di una tesi diversa da quella sostenuta dall’odierno ricorrente.

La Corte territoriale, poi, lungi dall’applicare impropriamente la regola dell’onere della prova ovvero dal considerare irregolarmente le fonti di prova sottoposte alla sua valutazione, ha ritenuto che la complessivo esame delle risultanze di causa deponesse per la sussistenza di una interposizione di manodopera. Nè i giudici di appello hanno ignorato l’esistenza dei formali contratto di appalto, sui quali specialmente la società incentra i propri rilievi, rilevandosi, anzi, dalla sentenza impugnata che tali contratti sono stati tenuti in debito conto, che degli stessi è stata valutata la genuinità mediante il raffronto delle attività oggetto di appalto con quella in concreto svolta presso l’Avicola Alimentare Monteverde s.r.l. dai soci-lavoratori.

Rispetto al suddetto percorso argomentativo non assumono, poi, rilievo le censure relative al riferimento operato dai giudici di merito all’assenza di un risultato produttivo degli appalti di servizio in questione (che si assume privo di specifica spiegazione oltre che di supporto normativo). Ed infatti, inserito il suddetto riferimento in un più ampio contesto motivazionale, risulta evidente come la Corte territoriale abbia semplicemente inteso rimarcare che i soci-lavoratori in questione, avendo svolto attività diverse ed ulteriori rispetto a quelle di cui ai contratti di appalto ed avendo ricevuto direttive tecniche ed organizzative per l’espletamento delle mansioni direttamente dal responsabile dell’Avicola Alimentare Monteverde s.r.l., senza che alcuno delle Cooperative, in posizione sovraordinata rispetto ai soci suddetti, interloquisse in ordine alle stesse, fossero così integrati nel processo produttivo della società utilizzatrice da rendere evanescente e meramente formale ogni legame con le Cooperative medesime. Rispetto alla situazione come in fatto accertata, dunque, la Corte territoriale ha correttamente desunto che era stata provata la mancanza di una effettiva autonoma struttura organizzativa in capo alle appaltatrici, intesa a realizzare un risultato produttivo autonomo (delle Cooperative e non degli appalti di servizio in esame), così da determinare una dissociazione tra titolarità formale e reale destinazione dei rapporti (cfr. Cass. 9 marzo 2009, n. 5648; Cass. 6 aprile 20122, n. 7898; Cass. 29 settembre 2011, n. 19920; Cass. 28 marzo 2013, n. 7820).

Per tutto quanto sopra considerato, si propone il rigetto del ricorso, con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5″.

2 – La ricorrente ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

3 – Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla giurisprudenza di legittimità in materia e non scalfite dalla memoria ex art. 380 bis c.p.c. con la quale la ricorrente che, contrariamente a quanto sostenuto nella relazione, la sentenza impugnata non avrebbe affermato che i soci-lavoratori avevano svolto attività diverse ed ulteriori rispetto al quelle di cui ai contratti di appalto, ricevendo direttive tecniche ed organizzative direttamente dal responsabile dell’Avicola Alimentare Monteverde s.r.l. e che, anzi, in tale sentenza si legge che i suddetti soci-lavoratori erano seguiti da capi-reparto delle Cooperative cui il responsabile della società committente dava disposizioni, sussistendo la necessità, da parte delle Cooperative di una organizzazione, seppur minima, dell’attività dei soci lavoratori. In realtà la sentenza impugnata è chiara nell’affermare che: “L’istruttoria esperita ha dimostrato, rispetto alle attività previste in contratto, che i soci delle due cooperative erano addetti, per lo più e quasi in via esclusiva, ad alcune fasi del processo produttivo (lavorazione polli)”…. “lavoravano a tutte le fasi della macellazione automatica dei polli” e cioè tanto allo “scarico degli animali dagli autotreni, appendimento alla linea di trasporto lungo la quale avviene la lavorazione, distacco degli animali macellati e loro confezionamento in cassette e trasporto con trampallet in magazzino, prelevamento delle parti dell’animale e invaschettamento” quanto all’attività di “taglio” (“gli addetti della cooperativa in sala taglio mettevano i pezzi nelle vaschette”) e nel concludere che “i soci-lavoratori, in sostanza, erano addetti a svolgere mansioni di supporto (appendimento, distacco, confezionamento) alle fasi di lavorazione automatica della macellazione e del taglio”. Quanto all’attività svolta dai capi-reparto delle Cooperative, la sentenza è altrettanto chiara nell’evidenziare che “anche se è emersa la presenza di tre capi reparto delle cooperative che seguivano la macellazione, nulla di concreto è stato acquisito circa un’effettiva attività organizzativa svolta da questi tre capi reparto; così nulla è dato sapere circa la facoltà di detti capi-reparto di dare ordini in grado di modificare lo svolgimento dell’attività lavorativa dei soci o di dare comunque disposizioni inerenti l’organizzazione di lavoro dei medesimi…. anche senza voler attribuire efficacia risolutiva alle dichiarazioni del teste B., secondo cui l’attività dei soci-lavoratori era gestita dal C. responsabile della Avicola Alimentare Monteverde che dava ordini in tutti i settori della lavorazione, deve affermarsi che l’istruttoria ha sostanzialmente escluso la sussistenza di una qualche autonomia gestionale delle cooperative nella direzione del personale e nella scelta delle modalità e dei tempi di lavoro” e nel precisare che “non può dirsi che il personale delle Cooperative lavorava alla realizzazione di un prodotto o anche di una fase autonoma della lavorazione, in quanto partecipava a questa insieme con il personale dipendente dell’Agricola Monteverde, assicurando lo svolgimento delle attività più semplici del ciclo lavorativo”. In sostanza, a dire della Corte territoriale, i soci-lavoratori “lungi dall’occuparsi di attività di facchinaggio o di trasporto, lungi dal realizzare un’attività di lavoro finalizzata ad un risultato che potesse dirsi autonomo, lavoravano inseriti nel normale ciclo produttivo aziendale, integrati nell’organizzazione del lavoro gestita e realizzata dall’azienda”. Significativo è anche l’ulteriore passaggio motivazionale in cui è conclusivamente evidenziato: “Ciò che dall’istruttoria è risultato assente è la possibilità di affermare che la prestazione lavorativa dei soci era resa nell’ambito di un’organizzazione di lavoro propria delle Cooperative e finalizzata ad un autonomo risultato produttivo”. A fronte di tale ricostruzione, deponente per la sussistenza di circostanze sintomatiche di una ipotesi di interposizione illecita di manodopera (piena integrazione dei lavoratori nel ciclo produttivo della società committente in stretta collaborazione con i dipendenti della stessa, mancanza da parte delle Cooperative appaltatrici di una reale organizzazione delle prestazioni in concreto affidate, finalizzata ad un risultato produttivo autonomo, ciò in ossequio al principio più volte affermato da questa Corte: si vedano, tra le altre, Cass. 9 aprile 2008, n. 9264; Cass. 27 luglio 2009, n. 17444), i rilievi della società ricorrente impingono nel merito della controversia e si risolvono nella denuncia di un vizio di motivazione, non più censurabile in sede di legittimità a seguito del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, applicabile alla sentenza impugnata ratione teemporis.

Ricorre con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5, per la definizione camerale del processo.

4 – In conclusione il ricorso va rigettato.

5 – La regolamentazione delle spese segue la soccombenza.

6 – Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”.

La suddetta condizione sussiste nel caso in esame.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore dell’I.N.P.S., delle spese processuali che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 6.000,00 per compensi professionali oltre accessori di legge e rimborso forfetario in misura del 15%.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 2 agosto 2016

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