Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16062 del 09/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 09/06/2021, (ud. 23/03/2021, dep. 09/06/2021), n.16062

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. GUIDA Riccardo – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. D’ORAZIO Luigi – Consigliere –

Dott. FRAULINI Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15243-2014 proposto da:

M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI n.

114/B, presso lo studio dell’avvocato RANIERI RODA, rappresentato e

difeso dagli avvocati VITTORIO LANDOLFI e RICCARDO SCARPA;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE;

– intimato –

avverso sentenza n. 123/2013 della COMM. TRIB. REG. TOSCANA,

depositata il 02/12/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/03/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCO FEDERICI.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

M.G. ha chiesto la cassazione della sentenza n. 123/05/2013, depositata il 2.12.2013 dalla Commissione tributaria regionale della Toscana, con la quale, a conferma della pronuncia di primo grado, era stato rigettato il ricorso avverso gli avvisi di accertamento relativi agli anni d’imposta 2006/2008, con cui l’Agenzia delle entrate, ricostruendo sinteticamente il reddito del contribuente, aveva rideterminato il maggior imponibile ai fini Irpef.

Ha riferito che l’Amministrazione finanziaria aveva eseguito un accertamento fondato sugli indici di spesa, D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, ex art. 38, comma 5 e 6, acquisiti mediante l’anagrafe tributaria e i dati e le notizie fornite dal contribuente in risposta ai questionari inviati dall’Ufficio. All’esito della verifica l’Agenzia delle entrate aveva notificato gli avvisi accertamento, contenenti le maggiori pretese impositive e le sanzioni.

Nel contenzioso che ne seguiva la Commissione tributaria provinciale di Massa Carrara, con sentenza n. 305/02/2012, aveva rigettato le ragioni del ricorrente. La Commissione tributaria regionale della Toscana, con la pronuncia ora oggetto di impugnazione, aveva rigettato l’appello. Il giudice regionale ha rigettato l’eccepita illegittimità del procedimento d’accertamento fondato sul redditometro e nel merito ha ritenuto che le ragioni prospettate dal contribuente non fossero idonee a contrastare le ragioni a sostegno degli atti impositivi.

Il contribuente ha censurato la sentenza con quattro motivi; chiedendone la cessazione. L’Agenzia delle entrate ha depositato controricorso, eccependo l’inammissibilità, e comunque l’infondatezza di ciascuna censura.

Nell’adunanza camerale dei 23 marzo 2021 la causa è stata trattata e decisa.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

Deve preliminarmente dichiararsi la carenza di legittimazione passiva del Ministero dell’Economia e delle finanze, nelle cui posizioni processuali sono ormai subentrate le Agenzie fiscali, e in particolare quella delle Entrate peri rapporti tributari, a partire dai contenziosi introdotti successivamente alla data in cui le Agenzie sono divenute operative (1 gennaio 2001).

Nel merito, con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 12, commi 2, 4 e 7, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non aver tenuto conto del mancato rispetto del contraddittorio;

con il secondo motivo si duole della violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non aver riconosciuto l’inammissibilità e l’illegittimità dell’utilizzo del redditometro quale modalità d’accertamento del reddito;

con il terzo lamenta la nullità della sentenza e/o l’omesso esame di un fatto decisivo del giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5, perchè la motivazione non contiene alcun riferimento puntuale ed effettivo alle ragioni rappresentate dal contribuente, risultando dunque una motivazione inesistente;

con il quarto critica la decisione per omesso esame circa un fatto decisivo del giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e nello specifico per non aver considerato gli elementi addotti dal contribuente a dimostrazione dell’inapplicabilità dell’accertamento sintetico con redditometro.

Il primo motivo è infondato. La difesa del ricorrente sostiene l’illegittimità dell’accertamento, viziata dal mancato rispetto del contraddittorio. Denuncia che il giudice regionale avrebbe erroneamente affermato che il contraddittorio fosse stato garantito dalla trasmissione del questionario e dalla compilazione di quest’ultimo, laddove ciò non rispetterebbe, alla luce della L. n. 212 del 2000, art. 12, espressione del principio del contraddittorio.

La collaborazione richiesta dalla Amministrazione finanziaria in occasione dell’esplicazione dei suoi poteri, che si traduca nell’invio al contribuente di questionari e nella richiesta della loro compilazione, trova collocazione in forme di attuazione del contraddittorio affinchè, nella rispondenza ai canoni di lealtà, correttezza e collaborazione propri degli obblighi di solidarietà della materia tributaria, si assicuri un dialogo preventivo tra fisco e contribuente per favorire la definizione delle reciproche posizioni, sì da evitare l’instaurazione del contenzioso giudiziario. Si tratta di un contraddittorio inteso nella sua accezione più ampia, soprattutto espressione di sollecitazioni collaborative, tese senz’altro ad acquisire maggiori elementi ai fini dell’azione accertativa dell’Ufficio, in occasione delle quali non è però affatto impedito al contribuente sottoposto a controllo di allegare atti e documenti a sè favorevoli. In tal senso non ha errato il giudice regionale nel ritenere che il contraddittorio fosse stato garantito dall’invito a compilare i questionari, a ragione rinviando a principi affermati da questa Corte (cfr. Cass. 5/05/2011, n. 9892 citata in sentenza; cfr. soprattutto 27/09/2013, n. 22126; 14/05/2014, n. 10489; tra le più recenti, 24/11/2020, n. 26646). E’ pur vero che si tratta di forme di contraddittorio facoltativo, laddove la critica mossa dal ricorrente è volta a lamentare, con specifico riferimento all’accertamento sintetico mediante redditometro, la mancata attuazione di un contraddittorio capace di assicurare un’efficace interlocuzione tra le parti in ragione non solo degli indici di spesa e della loro correttezza, ma degli elementi che il contribuente può allegare a dimostrazione dell’insussistenza del reddito presunto o della esistenza in misura inferiore. Sennonchè, a parte quanto già chiarito, come già avvertito dalla giurisprudenza di legittimità, in tema di diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, l’Amministrazione finanziaria e gravata esclusivamente per i tributi “armonizzati” di un obbligo generale di contraddittorio endoprocedimentale, pena l’invalidità dell’atto, mentre ciò non avviene per quelli “non armonizzati”, non essendo rinvenibile nella legislazione nazionale una prescrizione generale, analoga a quella comunitaria. Sono fatte salve solo quelle ipotesi in cui l’obbligo del contraddittorio risulti specificamente sancito, proprio come per l’accertamento sintetico in virtù del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, comma 7. Tuttavia ciò rileva unicamente a partire dalla formulazione introdotta dal D.L. n. 78 del 2010, art. 22, comma 1, conv. in L. n. 122 del 2010, applicabile dal periodo d’imposta 2009. Ne consegue che gli accertamenti sintetici fondati sul meccanismo del redditometro, relativi alle precedenti annualità, come quelli per cui è causa (2006/2008) sono legittimi anche senza l’instaurazione del contraddittorio endoprocedimentale (Cass., 31/05/2016, n. 11283).

E’ infondato anche il secondo motivo, con il quale il ricorrente sostiene che mancavano i presupposti per l’utilizzo dell’accertamento sintetico e che il ricorso a tale metodo doveva essere adeguatamente motivato e corroborato “da altri elementi prima di poter essere tradotta in rettifica della dichiarazione”. Le ragioni sviluppate dalla difesa del contribuente non tengono conto che, a fronte di indici di spesa incompatibili con il reddito dichiarato, l’Agenzia delle entrate ha il potere di ricorrere al metodo sintetico, con l’unica condizione che il reddito così determinabile ecceda di una frazione ritenuta ex lege significativa dal legislatore (un quarto, con riguardo agli anni d’imposta oggetto di controversia). Quanto poi alla necessità che il redditometro dovesse essere corroborato da altri elementi, è sufficiente richiamare il principio enunciato da questa Corte, secondo cui nell’accertamento in rettifica delle imposte sui redditi delle persone fisiche, la determinazione effettuata con metodo sintetico, sulla base degli indici previsti dai D.M. 10 settembre 1992 e D.M. 19 novembre 1992, riguardanti il cd. redditometro, dispensa l’Amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, sicchè è legittimo l’accertamento fondato su di essi, restando a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore (Cass., 10/08/2016, n. 16912; 31/10/2018, n. 27811).

Il terzo motivo è infondato. Con esso il ricorrente sostiene che la motivazione non ha dato conto degli elementi addotti a giustificazione dell’apparente inconciliabilità tra il reddito dichiarato negli anni oggetto di accertamento e quello emergente dagli indici di spesa. Va innanzitutto chiarito che, sebbene in esso emerga la sovrapposizione della critica alla validità della decisione – così prospettandosi una motivazione inesistente – ad una rivolta al vizio motivazionale, critiche intrinsecamente contraddittorie che involgerebbero tout court del motivo, tale inammissibilità è superata dal tenore del contenuto della censura, volta a denunciare una incongruità della decisione così totale da implicarne la sua inesistenza.

Ciò chiarito, sussiste motivazione apparente quando essa, pur se graficamente esistente ed eventualmente sovrabbondante nella descrizione astratta delle norme che regolano la fattispecie dedotta in giudizio, non consente alcun controllo sull’esattezza e la logicità del ragionamento decisorio, così da non attingere la soglia del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6. Ebbene, esaminando le ragioni enunciate dalla Commissione regionale, questa, dopo aver affermato che nell’accertamento sintetico mediante ricorso al redditometro grava sul contribuente l’onere di provare l’inesistenza o l’esistenza in misura inferiore del reddito presunto, ha rilevato che “nello specifico, dalle memorie prodotte, non si evince alcun concreto elemento atto a contrastare le logiche motivazioni contenute negli avvisi di accertamento impugnati. Il contribuente infatti adduce argomentazioni generiche, apodittiche e, comunque inconferenti rispetto alle tesi dell’ufficio. Di pari valenza va considerato il richiamo alla somma a lui pervenuta, in eredità, nel secondo semestre 2005, periodo d’imposta diverso da quelli in contestazione e per il quale (come per gli anni precedenti) il reddito imponibile dichiarato era pari a zero”.

La motivazione della sentenza, pur se sintetica, fa mostra d’aver valutato gli elementi allegati dal contribuente. In particolare ha considerato del tutto inadeguato il richiamo alla eredità del fratello, così che, condivisibili o meno quelle valutazioni, deve escludersi il vizio dell’apparenza della motivazione.

Quanto poi al vizio di motivazione di cui il M. si duole con il quarto motivo, la sentenza è stata depositata il 2 dicembre 2013, nella vigenza dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134. Con esso non sono più ammissibili nel ricorso per cassazione le censure per contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, ma lo specifico vizio denunciabile per cassazione deve essere relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, e che, se esaminato, avrebbe potuto determinare un esito diverso della controversia. Pertanto l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (cfr. Sez. U, 07/04/2014; 29/10/2018, n. 27415).

Richiamando nuovamente il contenuto della decisione, la Commissione regionale ha escluso che le giustificazioni addotte dal contribuente potessero sovvertire gli esiti dell’accertamento sintetico. Il richiamo critico dell’aggettivazione con cui il giudice d’appello ha qualificato le argomentazioni difensive del contribuente (generiche, apodittiche, inconferenti), nulla toglie alla obiettiva circostanza che la principale, anzi unica fonte di reddito con cui il M. ha inteso giustificare le spese, il denaro percepito dalla eredità del germano, fosse stato percepito anteriormente agli anni d’imposta sottoposti ad accertamento, e peraltro in un anno in cui il ricorrente aveva indicato un imponibile pari a zero. In queste valutazioni non è dato rilevare alcuna incongruenza ed illogicità del ragionamento della Commissione. In realtà le argomentazioni difensive del ricorrente più che rivolte a denunciare un`vizio di motivazione tentano di sollecitare una rivalutazione dei fatti e delle prove, che tuttavia è attività riservata al giudice di merito ed inibita al giudice di legittimità.

Il ricorso va in conclusione rigettato.

All’esito del giudizio segue la soccombenza del ricorrente anche nelle spese di causa, che vanno liquidate in favore della Agenzia delle entrate nella misura specificata in dispositivo.

PQM

Dichiara carente di legittimazione passiva il Ministero dell’economia e delle finanze. Rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese processuali, che liquida in favore dell’Agenzia delle entrate nella misura di Euro 4.100,00, oltre spese prenotate a debito. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, nella misura pari a quello previsto per il ricorso, a norma del medesimo art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 23 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 giugno 2021

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA