Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16043 del 28/07/2020

Cassazione civile sez. II, 28/07/2020, (ud. 16/04/2019, dep. 28/07/2020), n.16043

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CAMPANILE Pietro – Presidente –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11722/2015 proposto da:

C.G., rappresentato e difeso dall’avvocato FAUSTO

SALVATORE A. MUSCUSO;

– ricorrente

contro

ACOSET AZIENDA CONSORTILE SERVIZI ETNEI, in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DELLA BALDUINA 7 INT. 15, presso lo studio dell’avvocato CARLO

PIETROPAOLO, rappresentato e difeso dall’avvocato GUIDO BONAVENTURA;

S.N.A.M., rappresentata e difesa dall’avvocato

MAURIZIO MARIANI;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 833/2012 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 22/05/2012;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

16/04/2019 dal Consigliere Dott. MARIA ROSARIA SAN GIORGIO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1.- C.G. convenne in giudizio S.N.A.M., l’A.CO.S.ET. s.p.a., il Comune di Belpasso e due funzionari del Comune esponendo che, con contratto preliminare del 2 ottobre 2001, la S. gli aveva promesso in vendita la proprietà di un fondo rustico sito in (OMISSIS), dell’estensione di ha 1.34.18, al prezzo di Euro 36151,98, con trasferimento immediato del possesso, e dietro versamento di Euro 10329,14 a titolo di caparra confirmatoria. Egli aveva proceduto alla recinzione del fondo, ma, a seguito di procedimento possessorio dell’A.CO.S.ET., aveva appreso dell’esistenza di un procedimento espropriativo in favore del Consorzio Acquedotto Etneo (poi, appunto, A.CO.S.ET.), relativo ad una parte del fondo, per il quale la S. aveva anche percepito l’indennità di espropriazione. Il notaio che avrebbe dovuto redigere il contratto definitivo aveva rilevato la mancanza del certificato di destinazione urbanistica ed il frazionamento catastale conseguente alla espropriazione. La promittente venditrice aveva omesso di produrre tali documenti, non garantendo l’attore delle conseguenze del procedimento possessorio e per questo egli non aveva potuto ottenere il mutuo ipotecario necessario per pagare il prezzo residuo, mentre i funzionari del Comune Nicosia e Scandurra, addetti al servizio, avevano negato il rilascio della concessione edilizia. Il C. chiese, pertanto, ex art. 2932 c.c., il trasferimento della proprietà del fondo in questione con riduzione del prezzo e con condanna dei convenuti al risarcimento del danno per il mancato inizio dell’attività artigianale che egli avrebbe inteso intraprendere sul fondo.

La S. eccepì che durante le trattative con il C. quest’ultimo era stato informato della installazione di una condotta sul fondo a seguito di decreto di esproprio; che lo stesso aveva dichiarato di aver effettuato gli accertamenti ipocatastali; che al momento della stipula del preliminare ella non aveva rinvenuto gli atti di esproprio, che aveva prodotto dopo qualche mese, ma che il C. – il quale si era immesso nel fondo fin dalla data del preliminare – non aveva più voluto modificare il programma; che, in occasione dell’incontro davanti al notaio in data 12 agosto 2002 per stipulare il contratto definitivo, l’atto era stato differito perchè si potesse procedere al frazionamento, che ella aveva preteso che fosse curato da A.CO.S.ET.; che, ottenuti i relativi documenti, lo aveva comunicato al legale del C., ma, dopo pochi giorni, aveva ricevuto la notifica della citazione; che, successivamente, aveva invano convocato il promissario acquirente presso il notaio per la stipula del contratto definitivo. La S. chiese, pertanto, in via riconvenzionale la risoluzione del preliminare per inadempimento del promissario acquirente, con accertamento del diritto a ritenere la caparra o, in subordine, la condanna dell’attore al pagamento del prezzo residuo, o, in via ulteriormente subordinata, la condanna dell’A.CO.S.ET. al risarcimento dei danni richiesto dall’attore e comunque di essere tenuta dalla stessa indenne dalle eventuali conseguenze risarcitorie del giudizio.

La convenuta A.CO.S.ET. si costituì a sua volta eccependo di essere del tutto estranea al rapporto contrattuale tra C. e S., e di avere pieno titolo sull’area di mq. 568 della particella (OMISSIS) (poi particella (OMISSIS), a seguito del frazionamento), sulla quale insisteva la predetta condotta, per effetto del decreto di esproprio del 14 gennaio 1977, e che comunque eventuali divergenze fra le ditte espropriate e l’area occupata sarebbero state superabili in ragione del principio dell’accessione invertita, chiedendo, in via riconvenzionale, che venisse dichiarata l’intervenuta usucapione da parte sua sull’area eventualmente occupata in eccedenza.

Con memoria ex art. 183 c.p.c., l’attore mutò poi la domanda di adempimento in domanda di risoluzione.

L’adito Tribunale di Catania – Sezione distaccata di Belpasso – dispose la separazione della causa promossa contro la S. e la A.CO.S.ET. da quella proposta nei confronti degli altri convenuti, in ordine alla quale emise sentenza parziale definitiva, e, compiuta l’istruttoria relativa alla prima, rigettò le domande del C., e accolse la domanda riconvenzionale della S., dichiarando legittimo il suo recesso dal preliminare ed affermando il suo diritto a ritenere la somma versata dal C. a titolo di caparra confirmatoria; accolse altresì la domanda riconvenzionale di A.CO.S.ET. dichiarando che quest’ultima aveva acquisito a seguito di accessione invertita la proprietà della porzione di area corrispondente alla attuale particella (OMISSIS), non ricompresa nell’originario decreto di esproprio.

2.- Il C. propose appello.

La Corte etnea, con sentenza non definitiva n. 833 del 22 maggio 2012, rigettò il gravame, condannando il C. al rilascio del fondo, ed, in parziale riforma della sentenza impugnata, dichiarò il diritto della S. a percepire i frutti del fondo medesimo dalla data della domanda giudiziale a quella di effettivo rilascio, disponendo per la quantificazione con separata ordinanza. Osservò la Corte che oggetto della promessa di vendita era, tra l’altro, la porzione contraddistinta in catasto dalla particella (OMISSIS), che la S. affermava di sua proprietà in base a titolo successorio del 1969. La stessa non era invece più proprietaria della parte di tale particella oggetto di espropriazione ed accessione invertita, rappresentata, a seguito di tardivo frazionamento, dalla particella (OMISSIS), di mq. 568, di proprietà di A.CO.S.ET. A seguito di formale convocazione innanzi al notaio il 12 agosto 2002, i contraenti si erano presentati presso lo studio del professionista, ma la stipulazione del contratto definitivo era stata rinviata in attesa del certificato di destinazione urbanistica e di frazionamento catastale, che avrebbe dovuto produrre la promittente venditrice. Il 31 ottobre 2002, data di scadenza del termine fissato nel contratto preliminare per la stipula del definitivo, il C. aveva predisposto atto di citazione, notificato il successivo 7 novembre, con il quale chiedeva emettersi sentenza che producesse gli effetti del contratto non concluso al prezzo convenuto, da ridursi di Euro 1781,00 in proporzione della minore estensione del terreno promesso in vendita, oltre alla condanna al risarcimento dei danni. La S. poi gli aveva offerto, con lettera del 20 novembre 2002, di dedurre dal prezzo pattuito la somma relativa al terreno oggetto di esproprio, e, una volta venuta in possesso della predetta documentazione, con lettera del 23 dicembre 2002, aveva invitato il C. a presentarsi presso lo studio notarile il 9 gennaio 2003 per la stipula del contratto a prezzo da ridursi di Euro 1985,87, ma quest’ultimo aveva rifiutato.

La Corte quindi corresse l’affermazione del primo giudice secondo cui il C. non poteva sottrarsi alla stipula non risultando l’estensione e le caratteristiche del bene diverse da quelle oggetto del preliminare. Infatti, l’estensione era, per quanto esposto, effettivamente minore. L’inadempimento dell’appellante derivava piuttosto dall’illegittimo rifiuto di stipulare il contratto secondo le mutate condizioni dallo stesso C. proposte ed accettate dalla S.. Era, dunque, irrilevante che il promissario acquirente avesse appreso della espropriazione in epoca anteriore, coeva o successiva alla stipula del preliminare.

Infine, la Corte di merito ritenne di non poter esaminare nel merito il motivo di gravame attinente al rigetto della domanda risarcitoria spiegata nei confronti di A.CO.S.ET. dal C. “per non avere potuto intraprendere l’attività artigianale/imprenditoriale”, in quanto la stessa non era supportata da alcun motivo di censura, condannando, pertanto, l’appellante alla rifusione delle spese del giudizio in favore di A.CO.S.ET..

3.- Con sentenza definitiva del 17 aprile 2014 la Corte etnea, premesso che con la sentenza n. 833 del 2012 era stata definita ogni questione afferente ai rapporti tra A.CO.S.ET. ed il C. – ritenendo, pertanto, che, pur in mancanza di formale provvedimento, fosse stata implicitamente disposta la separazione della connessa controversia intercorrente tra la società e lo stesso appellante -, si pronunciò sulla quantificazione dei frutti spettanti alla S., condannando il C. al pagamento in favore della stessa dell’importo di Euro 1200,00, oltre alle spese del giudizio.

4.-Per la cassazione di entrambe le sentenze ricorre C.G. sulla base di cinque motivi, illustrati anche da successiva memoria. Resistono con controricorso sia S.N.A.M., sia A.CO.S.ET. s.p.a..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1.- Deve, anzitutto, in accoglimento della eccezione formulata dalla controricorrente A.CO.S.ET. s.p.a., dichiararsi inammissibile il ricorso proposto nei confronti della stessa, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4.

1.1.- Nella sentenza non definitiva della Corte di appello di Catania n. 833 del 2012, impugnata al pari di quella definitiva del 2014, alla pag. 14, si legge: “Le conclusioni rassegnate in appello evidenziano un ulteriore motivo di gravame, afferente il rigetto della domanda risarcitoria spiegata contro Acoset “per non avere potuto intraprendere l’attività artigianale/imprenditoriale”. La domanda, riproposta sic et simpliciter, non è supportata da alcun motivo di censura della sentenza impugnata (che invece ha compiutamente motivato sul punto argomentando che il C. non può vantare alcun titolo contrattale, o alcuna pretesa in relazione al decreto di esproprio. Infatti, poichè quest’ultimo è stato emesso nei confronti della S., proprietaria anche della restante area non espropriata, deve ritenersi quest’ultima l’unica avente titolo a dolersi della condotta dell’ente espropriante, anche successiva al decreto di esproprio. Inoltre… il C. non può imputare a terzi – e dunque neanche all’Acoset – le conseguenze dovute al mancato accertamento sui pubblici registri immobiliari dello stato giuridico del bene. Peraltro l’ente espropriante risulta avere proceduto regolarmente alla trascrizione del decreto di esproprio) e non può pertanto essere esaminata nel merito per inammissibilità del gravame sul punto”.

1.2. – Il ricorso del C., quanto alla posizione di A.CO.S.ET., non contiene alcuna specifica doglianza in relazione a tale affermazione, limitandosi ad affermare che l’A.CO.S.ET. “era tenuta all’adempimento di tutti gli atti espropriativi, compreso il frazionamento catastale, immediatamente e non dopo 25 anni” (pag. 18 del ricorso, nel corso della illustrazione del primo motivo); ed a censurare genericamente il “comportamento omissivo dell’A.CO.S.ET., corresponsabile nell’avere dato origine ai danni ed al contenzioso” (pag. 23 del ricorso, sempre nel contesto della esposizione del primo motivo) ovvero per le “evidenti omissioni di atti (frazionamento catastale perfezionato dopo la firma del contratto preliminare di vendita)” (pag. 26 del ricorso, con riferimento al secondo motivo).

E’ rimasto, dunque, non identificato il collegamento logico tra le ragioni di censura rivolte nei confronti della sentenza impugnata ed i precetti normativi a sostegno dell’impugnazione nei confronti di A.CO.S.ET..

Il ricorso nei confronti della predetta società risulta pertanto inammissibilmente proposto per violazione del canone ripetutamente enunciato da questa Corte (per tutte Cass. Sez. L, Sentenza n. 5024 del 08/04/2002) secondo cui: “Il ricorso per cassazione che contenga mere enunciazioni di violazioni di legge o di vizi di motivazione, senza consentire, nemmeno attraverso una sua lettura globale, di individuare il collegamento di tali enunciazioni con la sentenza impugnata e le argomentazioni che la sostengono, nè quindi di cogliere le ragioni per le quali se ne chieda l’annullamento, non soddisfa i requisiti di contenuto fissati dall’art. 366 c.p.c., n. 4 e, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile” (cfr. Cass., ord. n. 187 del 2014, sent. n. 5024 del 2002).

2. -Il primo motivo di ricorso è così rubricato “Violazione degli artt. 1476,1480,1482 c.c. con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5”. Lamenta il ricorrente che la promittente venditrice gli abbia taciuto la esistenza di un procedimento espropriativo da parte dell’A.CO.S.ET. s.p.a. su parte del fondo oggetto del contratto, che comportava la divisione dello stesso in due tronconi, circostanza che il promittente acquirente non avrebbe potuto apprendere aliunde, giacchè, all’epoca, dalle risultanze dei registri pubblici (conservatoria catasto nel ventennio) non risultava alcun esproprio, essendo stata la nota di trascrizione indicata dalle controparti pubblicata il 13 ottobre 1977. La S., dunque, era stata inadempiente rispetto all’obbligazione di garantire l’attuale ricorrente dal pericolo di l’evizione, obbligazione assunta anche con il preliminare.

3. – La censura, in disparte l’inammissibile censura attinente al vizio di motivazione – atteso che, in tema di ricorso per cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nella formulazione risultante dalle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 40 del 2006, il vizio relativo all’omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione deve essere riferito ad un “fatto”, da intendere quale specifico accadimento in senso storico-naturalistico, ciò che nella specie non è – coglie nel segno.

3.1. – Con il contratto preliminare di vendita intercorso tra la S. ed il C. la promittente venditrice si era obbligata a trasferire a quest’ultimo il fondo in questione “con ogni garanzia di legge, anche per qualsiasi caso di evizione, molestia e spoglio” (pag. 1 del preliminare, passaggio riportato testualmente nel ricorso), dichiarando che l’immobile promesso in vendita “le si appartiene in piena proprietà e libera disponibilità in base ai seguenti titoli: successione ex lege a T.A., deceduta in (OMISSIS) den. (OMISSIS) vol. (OMISSIS), integrativa di precedente denuncia n. (OMISSIS) vol. (OMISSIS) e riunione di usufrutto per morte di S.V. den. (OMISSIS) vol. (OMISSIS) e giusto atto di divisione del 28.8.1997 a rogito Notar D.F. n. rep. (OMISSIS)”.

Posto che è incontestato che, pur non emergendo nè dall’atto notarile di divisione nè dalle mappe catastali (nè, peraltro, dalla recinzione dei luoghi) alcun frazionamento nè alcun diritto di terzi su parte dell’immobile, in realtà già dal 1977 era stata disposta la espropriazione in favore del Consorzio Acquedotto Etneo (poi A.CO.S.ET.) di una porzione dell’immobile promesso in vendita all’attuale ricorrente, deve convenirsi che già al momento della stipulazione del preliminare di cui si tratta detta porzione non era più nella disponibilità della S..

3.2. – In tale situazione, la statuizione relativa all’inadempimento del C., adottata dal Tribunale e confermata dalla Corte d’appello con le due sentenze impugnate, non risulta correttamente adottata.

Va premesso che, secondo l’orientamento della giurisprudenza di legittimità, in tema di preliminare di compravendita, il promissario acquirente può, in applicazione analogica dell’art. 1481 c.c., rifiutarsi di addivenire alla stipula del definitivo, qualora sussista un pericolo concreto ed attuale di evizione del bene promesso, anche se tale pericolo non sia stato determinato da colpa del promittente venditore, essendo l’estremo della colpevolezza necessario unicamente per la responsabilità da inadempimento (cfr. sul punto Cass., sentt. n. 31314 del 2019, n. 24340 del 2011).

Ciò posto, il giudice di secondo grado – che al riguardo ha corretto la motivazione del Tribunale, il quale aveva fatto derivare la illegittimità del rifiuto dello stesso C. di stipulare il contratto definitivo dalla circostanza che l’estensione e le caratteristiche del bene non fossero risultate diverse da quelle oggetto del preliminare, circostanza smentita invece dalla Corte di merito -, desume l’inadempimento dello stesso C. dalla illegittimità del rifiuto da lui opposto alla stipulazione del contratto secondo le mutate condizioni che sarebbero state dallo stesso proposte ed accettate dalla controparte, cioè la riduzione del prezzo di acquisto.

La valorizzazione di tale circostanza ha indotto la Corte a sentirsi svincolata dall’obbligo di affrontare la questione della mancata conoscenza da parte del promissario acquirente, all’epoca della stipulazione del preliminare, dell’avvenuta espropriazione, e, quindi, del denunciato inadempimento della S. alla propria obbligazione di garantire il promissario acquirente dalla evizione.

Siffatta conclusione è fondata sul convincimento del giudice di secondo grado che, a seguito dell’apprendimento da parte del C. della circostanza dell’avvenuto esproprio – apprendimento, a dire del ricorrente, avvenuto solo dopo aver subito l’abbattimento della rete di recinzione, e, secondo la S., sin dalla stipulazione del preliminare – lo stesso avrebbe proposto alla promittente venditrice di concludere il contratto con previsione di una riduzione del prezzo correlata alla minore estensione del fondo, e che tale proposta sarebbe stata accettata dalla S., la quale, pertanto, avrebbe convocato presso il notaio per la stipulazione il C., che, invece, si sarebbe a questo punto rifiutato.

Ma tale ricostruzione è contestata dallo stesso C., che sostiene di aver precisato, in occasione della convocazione per la stipula dell’atto di vendita, di voler acquistare l’immobile così come descritto nel contratto preliminare, e dunque, di non aver stipulato alcun accordo novativo, che, peraltro, avrebbe dovuto rivestire la forma scritta. Ed effettivamente dalla stessa sentenza impugnata emerge all’evidenza l’errore in cui è incorsa la Corte di merito nell’attribuire all’atto di citazione notificato il 7 novembre 2003 – con il quale, come chiarito in narrativa, il C. chiedeva emettersi sentenza che producesse gli effetti del contratto non concluso al prezzo convenuto, da ridursi di Euro 1781,00 in proporzione della minore estensione del terreno promesso in vendita – il valore di una proposta di accordo novativo cui la S. avrebbe dato seguito invitando lo stesso C. a recarsi dal notaio per la stipulazione del nuovo contratto a prezzo ridotto, senza peraltro considerare che, come sopra evidenziato, lo stesso attore aveva legittimamente esercitato, nel corso del giudizio di primo grado, lo ius variandi ai sensi dell’art. 1453 c.c., comma 2, chiedendo la risoluzione del contratto.

In tale situazione la Corte territoriale ha poi erroneamente ritenuto di poter prescindere dall’indagine sul momento della effettiva conoscenza da parte dell’attuale ricorrente dell’avvenuta espropriazione, al fine di comprendere se essa fosse avvenuta in epoca anteriore o contestualmente alla stipulazione del preliminare, ovvero in un momento successivo. E comunque ha erroneamente omesso l’indagine sulla circostanza dell’adempimento o meno da parte della S. alla sua obbligazione di garanzia in relazione al pericolo di evizione, e, conseguentemente, sulla legittimità o meno del recesso della stessa dal contratto e della ritenzione della caparra.

3.3. – Nè può trovare accoglimento la eccezione della controricorrente relativa all’avere il ricorrente svolto le proprie difese con riferimento alla sola sentenza di primo grado. Ed infatti, se è vero che nel ricorso si fa frequente riferimento alle erronee deduzioni del giudice di primo grado, anzichè alle affermazioni contenute nelle impugnate sentenze, quella non definitiva del 2012 e quella definitiva del 2014, deve, d’altro canto, rilevarsi che la censura, relativa alla violazione delle norme, evocate nella rubrica del motivo, attinenti alla garanzia per evizione quale obbligazione a carico del venditore, è all’evidenza diretta alla parte della sentenza del 2012, confermata da quella del 2014, che, nel confermare la statuizione di primo grado relativa all’inadempimento del C., non avrebbe compreso che di inadempimento poteva correttamente parlarsi solo con riferimento al comportamento della S., che non garantì il C. per il pericolo di evizione dovuta alla esistenza di un provvedimento espropriativo preesistente alla stipulazione del contratto preliminare di compravendita avente ad oggetto anche la parte dell’immobile espropriata.

La doglianza è tutta incentrata proprio su questo aspetto della vicenda che ne occupa, e sulla conseguente critica alla declaratoria di inadempimento del ricorrente e non, piuttosto, di quello della promittente venditrice: critica che concerne l’affermazione della illegittimità dell’asserito rifiuto del C. di stipulare un già concordato contratto definitivo di contenuto ridotto rispetto al preliminare. Ebbene, tale affermazione, contestata dal ricorrente, e non confermata dalla prova di un accordo novativo scritto, è stata effettuata proprio dalla Corte d’appello e non già dal Tribunale, il quale – come già sottolineato -, corretto in ciò dallo stesso giudice di secondo grado, aveva ritenuto sussistere l’inadempimento del C. in ragione della identità della estensione e delle caratteristiche del bene rispetto a quelle oggetto del preliminare, ravvisando in tale erronea circostanza la causa della illegittimità del rifiuto dello stesso C. di stipulare il contratto definitivo.

4. – Resta assorbito dall’accoglimento del primo motivo l’esame del secondo, rubricato “violazione art. 1453 c.c., con riguardo all’art. 360 c.p.c., n. 3. Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ex art. 360, n. 5, “Risoluzione contrattuale per l’inadempimento imputabile alla parte promittente venditrice””, che sottolinea la legittimità della richiesta di restituzione delle somme versate e di risarcimento del danno sofferto.

5. – Restano, parimenti, assorbiti il terzo motivo, con il quale si lamenta “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5. Ordinanza collegiale della Corte d’appello di Catania, depositata in data 14.12.2007” in relazione alla diversa interpretazione della vicenda de qua operata dai giudici della Corte d’appello che avevano accolto la richiesta di sospensione della esecutività della sentenza di primo grado alla luce della circostanza che parte del bene promesso in vendita dalla S. non fosse di sua proprietà, rispetto a quelli succedutisi nel giudizio, che avevano, sia nella sentenza non definitiva che in quella definitiva, escluso l’imputabilità dell’inadempimento alla S.; il quarto, concernente “omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5. Ordinanza collegiale della Corte d’appello di Catania depositata in data 22.5.2012 prosieguo istruttoria sull’appello incidentale proposto da S. Nunziella”, con il quale si contesta la decisione della Corte che aveva disposto la la c.t.u. in relazione alla redditività del terreno; il quinto, attinente al regolamento delle spese a carico della parte soccombente.

6. – Conclusivamente, deve essere accolto il primo motivo del ricorso nei confronti della S., con assorbimento degli altri. Le sentenze impugnate devono essere cassate in relazione al motivo accolto e la causa rinviata ad altra sezione della Corte d’appello di Catania, cui è demandato anche il regolamento delle spese del presente giudizio, che la riesaminerà tenendo conto dei rilievi svolti sub 3.1 e 3.2. Deve, invece, essere dichiarato inammissibile il ricorso nei confronti della A.CO.S.ET. s.p.a., con condanna del

ricorrente alle spese del giudizio, liquidate come da dispositivo. Poichè il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è dichiarato inammissibile nei confronti della predetta società, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato Legge di stabilità 2013”, che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso nei confronti di S.N.A.M., assorbiti gli altri. Cassa le sentenze impugnate in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, ad altra sezione della Corte d’appello di Catania.

Dichiara inammissibile il ricorso nei confronti di A.CO.S.ET. s.p.a. e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 4500,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della insussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 16 aprile 2019.

Depositato in Cancelleria il 28 luglio 2020

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