Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16007 del 09/06/2021

Cassazione civile sez. trib., 09/06/2021, (ud. 12/01/2021, dep. 09/06/2021), n.16007

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLITANO Lucio – Presidente –

Dott. GIUDICEPIETRO Andreina – rel. Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Paolo – Consigliere –

Dott. MAISANO Giulio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 2050/2015 R.G. proposto da:

Agenzia delle entrate, in persona del direttore p.t., rappresentata e

difesa dall’Avvocatura generale dello Stato, presso i cui uffici, in

Roma, in via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata;

– ricorrente –

contro

M.G., rappresentato e difeso dall’avv. Sabatino Di

Girolamo, elettivamente domiciliato presso l’avv. Silvia Addari, in

Roma, via Guglielmo degli Ubertini n. 55;

– controricorrente –

avverso la sentenza n.1275/3/14 della Commissione tributaria

regionale dell’Abruzzo, pronunciata in data 16 ottobre 2014,

depositata in data 18 novembre 2014 e non notificata.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 12 gennaio

2021 dal consigliere Andreina Giudicepietro.

 

Fatto

RILEVATO

che:

l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza della C.t.r. dell’Abruzzo n. 1275/03/14 del 16.10/18.11.14, che ha accolto il ricorso di M.G. nell’ambito del giudizio di revocazione della sentenza n. 101/03/13 pronunciata dalla stessa C.t.r. abruzzese, annullando, per l’effetto, il provvedimento dell’A.F. di diniego della richiesta di definizione della lite fiscale pendente D.L. 6 luglio 2011, n. 98, ex art. 39, comma 12, formulata dallo stesso contribuente;

la vicenda trae origine dall’impugnazione, da parte del contribuente, dell’iscrizione ipotecaria effettuata dal concessionario per la riscossione a seguito del mancato pagamento di cartelle esattoriali – tre delle quali riguardavano tributi amministrati dall’A.d.e. – eccependone la nullità derivante da vizi di notificazione delle cartelle, quali atti presupposti, ovvero di ulteriori atti che avrebbero dovuto precedere la notifica delle cartelle stesse, quale la c.d. comunicazione informativa;

la C.t.p. di Teramo rigettava il ricorso con sentenza n. 416/01/10;

la C.t.r., a sua volta, con sentenza n. 100/03/13 rigettava il gravame del contribuente, confermando la decisione di prime cure;

avverso tale decisione risulta essere stato proposto ricorso per Cassazione, iscritto al n. 8572/14 di R.G., fissato nell’odierna camera di consiglio innanzi a questo collegio;

nelle more del giudizio di appello, il contribuente formulava istanza di definizione della lite fiscale pendente ai sensi del D.L. n. 98 del 2011, art. 39, comma 12, incontrando, peraltro, il diniego dell’Ufficio, che non riteneva l’iscrizione ipotecaria qualificabile come “atto impositivo”;

il ricorso del contribuente avverso tale provvedimento di diniego veniva definito dalla C.t.r. dell’Abruzzo, organo giurisdizionale avanti al quale pendeva la lite principale, che dichiarava inammissibile il ricorso, ritenendolo una duplicazione dell’appello avverso la citata decisione della C.t.p. di Teramo;

il ricorso per revocazione proposto dal contribuente avverso tale decisione è stato accolto dalla sentenza n. 1275/03/14 qui impugnata, la quale ha rilevato che la precedente decisione della stessa C.t.r. era incorsa in un errore di fatto revocatorio nel dichiarare inammissibile il ricorso, ritenendolo, come detto, una mera duplicazione del gravame già proposto contro la sentenza della C.t.p. di Teramo n. 416/01/10;

ciò posto, la C.t.r. ha accolto nel merito le doglianze del contribuente, ritenendo che: – nel caso di specie l’iscrizione ipotecaria scaturiva da cartelle esattoriali di cui si contestava la valida notificazione; – non era necessario che nel giudizio fosse stato richiesto espressamente l’annullamento dell’atto presupposto, essendo sufficiente la contestazione della validità della relativa notifica; – sotto ulteriore e convergente profilo, la cartella con cui l’A.F. liquida le imposte sulla base dei dati forniti dal contribuente è qualificabile come atto impositivo suscettibile di definizione, in quanto unico atto con cui viene portata a conoscenza del contribliente la pretesa fiscale, sicchè, nella specie, oggetto di contestazione era, per l’appunto, la notifica di un atto impositivo;

avverso tale sentenza, ha proposto ricorso per cassazione l’Agenzia, affidato a due motivi, con i quali si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, nonchè del D.L. n. 98 del 2011, art. 39, convertito in L. n. 111 del 2011;

il contribuente si è costituito con controricorso;

risultando opportuno, alla luce della stretta connessione esistente fra il ricorso in esame e quello iscritto al n. 8572/14 di R.G. – proposto da M.G. nei confronti dell’Agenzia delle entrate nonchè di Equitalia Centro s.p.a. per la cassazione della sentenza n. 100/03/13 della C.t.r. dell’Abruzzo, avente ad oggetto l’impugnazione proposta dal contribuente avverso l’iscrizione ipotecaria di cui in premessa -, nella camera di consiglio del 10 luglio 2019 veniva disposto rinvio a nuovo ruolo del presente giudizio, al fine di consentire la trattazione congiunta dei due procedimenti;

il ricorso veniva successivamente fissato per la camera di consiglio del 12 gennaio 2021 per essere trattato congiuntamente con il ricorso iscritto al n. 8572/14 di R.G.;

il controricorrente ha depositato memorie.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo, la ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per l’inammissibilità della revocazione;

secondo la ricorrente, il ricorso del contribuente per revocazione era inammissibile, poichè l’errore di fatto giustificativo del ricorso per revocazione ex art. 395 c.p.c., comma 1, n. 4, non può, come nel caso di specie, consistere in un’attività valutativa compiuta dal giudice in ordine a situazioni processuali esattamente percepite nella loro oggettività;

invero, la totale pretermissione da parte del giudice dell’appello delle censure sollevate con riferimento al diniego di condono, anzichè al principale giudizio relativo all’iscrizione ipotecaria, che ha fatto ritenere l’appello inammissibile perchè già proposto, non costituirebbe un “errore di fatto” revocatorio, ma semmai un errore di diritto, da far valere con ricorso per cassazione per violazione della regola processuale della corrispondenza tra chiesto e pronunciato ex art. 112 c.p.c.;

con il secondo motivo, la ricorrente denunzia la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 89 del 2011, art. 39, convertito nella L. 2 agosto 2011, n. 129, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3);

secondo la ricorrente, la C.t.r. avrebbe errato nel ritenere che i debiti tributari oggetto della cartella di pagamento non fossero esclusi dalla definizione agevolata;

il primo motivo è fondato e va accolto, con conseguente assorbimento del secondo;

nella sentenza impugnata, la C.t.r. ha rilevato che il contribuente ricorreva per revocazione avverso la sentenza della Commissione tributaria Regionale 101/03/2013 che aveva dichiarato inammissibile il ricorso avverso il diniego di condono, ritenendolo una duplicazione dell’appello avverso la citata decisione della C.t.p. di Teramo;

la C.t.r., “verificato che quanto asserito dal contribuente in merito alla diversa natura dell’appello è reale”, cioè ritenuta la sussistenza dell’errore revocatorio da parte del giudice investito dell’impugnativa del diniego di definizione della lite tributaria pendente, passava ad esaminare il merito;

come è stato detto “l’errore di fatto revocatorio, ai sensi dell’art. 395 c.p.c., comma 4, consiste in una falsa percezione della realtà, in una svista obiettivamente e immediatamente rilevabile, che abbia condotto ad affermare o supporre l’esistenza di un fatto decisivo, incontestabilmente escluso dagli atti e dai documenti di causa, ovvero l’inesistenza di un fatto decisivo che, dagli stessi atti e documenti, risulti positivamente accertato, sicchè i vizi relativi all’interpretazione della domanda giudiziale non rientrano nella nozione di “errore di fatto” denunciabile mediante impugnazione per revocazione. ” (Cass. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 6405 del 15/03/2018);

dalla lettura della sentenza della C.t.r. n. 101/3/13, di cui si chiede la revocazione, il giudice di secondo grado, qualificando erroneamente la domanda del contribuente come appello, ne ha dichiarato l’inammissibilità, perchè ha ritenuto che fosse una mera duplicazione di una domanda già pendente;

l’errore della C.t.r. nasce da un’attività valutativa, sulla qualificazione della domanda proposta, e non può ritenersi il frutto di un mero errore percettivo o di una svista materiale (vedi Cass. Sez. 5, Sentenza n. 442 del 11/01/2018; Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 27622 del 30/10/2018);

peraltro, la qualificazione del giudice trova riscontro nell’indicazione del nomen iuris riportato nell’intestazione del ricorso con il quale il contribuente ha impugnato il diniego di condono, indicando trattarsi di appello;

l’evidenza dell’errore processuale avrebbe dovuto portare la parte all’impugnazione della sentenza per ricorso per cassazione (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), e non all’impugnazione della sentenza per revocazione, che risulta inammissibile, a differenza di quanto ritenuto nella sentenza impugnata;

pertanto, come ritenuto dalla C.t.r. nella sentenza impugnata e non contestato dalla ricorrente, l’omessa pronuncia sull’effettivo oggetto del ricorso non può imputarsi ad una attività valutativa del giudice, ma ad un suo errore percettivo, che non gli ha consentito di cogliere l’effettivo contenuto del ricorso e l’oggetto della domanda, pacificamente ricavabile dalla lettura degli atti, fin dall’intestazione del ricorso;

pertanto, in accoglimento del primo motivo di ricorso, assorbito il secondo, la sentenza impugnata va cassata senza rinvio, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., e la revocazione va dichiarata inammissibile;

il controricorrente va condannato al pagamento delle spese processuali in favore dell’Agenzia delle entrate, secondo la liquidazione effettuata in dispositivo.

PQM

la Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo;

cassa la sentenza impugnata e dichiara inammissibile l’originario ricorso per revocazione avanzato dal contribuente;

condanna il controricorrente al pagamento in favore dell’l’Agenzia delle entrate delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.300,00 per compensi, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 9 giugno 2021

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