Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16007 del 01/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 01/08/2016, (ud. 06/07/2016, dep. 01/08/2016), n.16007

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARIENZO Rosa – Presidente –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14334-2014 proposto da:

P.M., ((OMISSIS)), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DELLE ACACIE 13, presso lo studio dell’avvocato GIANCARLO DI GENIO,

rappresentato e difeso unitamente all’avvocato GIANCARLO DI GENIO,

giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati ANTONINO SGROI,

EMANUELE DE ROSE, CARLA’ D’ALOISIO, LELIO MARITATO, GIUSEPPE MATANO,

giusta procura speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 428/2013 della CORTE D’APPELLO di SALERNO del

10/4/2013, depositata il 4/6/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

6/7/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CATERINA MAROTTA;

udito l’Avvocato CARLA D’ALOISIO difensore del resistente che nulla

osserva.

Fatto

FATTO E DIRITTO

1 – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380 bis e 375 c.p.c., ritualmente comunicata alle parti:

” P.M., premesso di aver lavorato alle dipendenze dell’azienda agricola ” R.G.” nell’anno 2004 per 51 gg., conveniva l’I.N.P.S. dinanzi al Giudice del lavoro di Salerno e chiedeva la reiscrizione del proprio nominativo negli elenchi dei braccianti agricoli del Comune di residenza per tale anno. Il Tribunale accoglieva la domanda, compensava per metà le spese processuali e poneva la residua quota a carico dell’I.N.P.S. (spese liquidate, per intero, in Euro 820,00 di cui Euro 245,00 per onorario). Avverso tale decisione proponevano impugnazione principale il P. (solo in punto di governo delle spese) e incidentale l’I.N.P.S. (egualmente solo in punto di governo delle spese). La Corte di appello di Salerno respingeva l’appello principale e, in accoglimento dell’appello incidentale ed in parziale riforma dalla sentenza del Tribunale, compensava per intero le spese del doppio grado di giudizio. Riteneva, per quanto interessa in questa sede, che le doglianze mosse dal P. alla regolamentazione delle spese come operata dal Tribunale, basate sulla circostanza che l’Ente aveva dovuto disconoscere il rapporto sulla base dell’esito dell’accertamento ispettivo, fossero infondate e che, al contrario, fosse condivisibile il rilievo dell’I.N.P.S. relativo alla sussistenza di un comportamento necessitato dell’Istituto a fronte, tra l’altro, di una condotta datoriale violativa di obblighi giuridici, come tale giustificativo di una totale compensazione delle spese del doppio grado.

Propone ricorso per cassazione P.M. affidato ad un motivo.

L’I.N.P.S. resiste con controricorso.

Con l’unico motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 91, 92 c.p.c., nel testo vecchio e nuovo, l’erronea valutazione e travisamento degli atti e documenti di causa, la violazione del principio che la decisione va presa iuxta allegata et provata, l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5. Lamenta il malgoverno del regime delle spese processuali del doppio grado, compensate per intero dal giudice del gravame sulla base di una motivazione illogica e contraddittoria e del tutto scollegata rispetto all’andamento complessivo del giudizio. Evidenzia che il verbale ispettivo allegato alla produzione dell’ente riguardava l’andamento aziendale dei primi mesi del 2007 e che il richiamo, in quest’ultimo operato, ad un precedente verbale del 2004, il cui contenuto non era nelle disponibilità delle parti, non avrebbe potuto consentire alla Corte territoriale di fare riferimento a violazioni di obblighi datoriali relativamente a tale anno.

Il motivo è manifestamente fondato.

Va rilevato che al procedimento si applica l’art. 92 c.p.c. nel testo vigente prima delle modifiche apportate dalla L. n. 69 del 2009. Il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado è stato infatti depositato il 28 gennaio 2009 mentre la formulazione dell’art. 92 c.p.c. come modificata dalla citata L. n. 69 del 2009 trova applicazione alle controversie introdotte in primo grado dopo l’entrata in vigore della novella e dunque dal 4 luglio 2009. L’art. 92, comma 2 nel testo introdotto dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, comma 1, lett. a), dispone che “Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti”.

Nel caso in esame, in assenza di una reciproca soccombenza, si discute della sussistenza di “altri giusti motivi” di compensazione.

La Corte salernitana ha individuato tali “altri giusti motivi” (come si evince dalle ragioni esplicitate a sostegno del rigetto dell’appello principale della lavoratrice e comunque dalla complessiva motivazione): – nel contenuto del verbale di accertamento ispettivo afferente al quinquennio 2002-2006, richiamato nel verbale relativo ai primi mesi del 2007 (versato in atti dall’I.N.P.S.) “costituente l’antecedente logico del poi comunicato provvedimento di disconoscimento del 18 dicembre 2008” e “certamente negativo ai fini della sussistenza degli elementi normativamente tipizzanti il rapporto di lavoro bracciantile”; – nel delineato comportamento datoriale in totale violazione degli obblighi giuridici (comprensivi della compilazione del documento del reale impiego della utilizzata manodopera); – nella necessità per l’I.N.P.S. di “combattere la ricorrente violazione della complessa normativa vigente in materia con incalcolabili effetti economici negativi”.

Come è di tutta evidenza, fatta eccezione per la prima e la seconda delle suddette rationes, si tratta di considerazioni che poggiano su circostanze che rilevano in un contesto extraprocessuale, non riguardando concreti aspetti della controversia decisa.

Quanto alle evidenziate emergenze del verbale ispettivo richiamato in quello relativo al 2007 (e precedente rispetto a quest’ultimo), si rileva dagli atti puntualmente richiamati dal ricorrente e riprodotti nel loro contenuto che nel documento prodotto dall’I.N.P.S. a sostegno della correttezza dell’operato disconoscimento (relativo all’anno 2004), e cioè nel verbale del 12 luglio 2007, vi era stato un mero cenno ella redazione di altro verbale di accertamento relativo agli anni dal 2002 al 2006. Tale altro e precedente verbale non risultava, però, allegato a quello del 2007 nè dello stesso era riportato l’esito. Ed allora non si vede come possa aver la Corte territoriale valutato di fondare la disposta compensazione delle spese su un preteso comportamento datoriale violativo di obblighi che, con riguardo all’anno 2004, era assolutamente privo di ogni riscontro.

Il potere discrezionale del Giudice nel ravvisare elementi per la compensazione delle spese dei gradi di giudizio non risulta, così, nella specie, adeguatamente e logicamente motivato e non si sottrae, pertanto, alle censure svolte dalla ricorrente incentrate, inoltre, sull’esito del giudizio del gravame, nel senso della fondatezza del diritto alla reiscrizione nell’elenco nominativo dei lavoratori agricoli, negato dall’I.N.P.S. con il disconoscimento del rapporto di lavoro agricolo risultato, per converso, sussistente (si veda, in termini, la recente Cass. 11 febbraio 2016, n. 2700).

Per tutto quanto sopra considerato, si propone l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza impugnata; il tutto con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5. Valuterà il Collegio se la causa possa essere decisa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c.”.

2 – Non sono state depositate memorie ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

3 – Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla giurisprudenza di legittimità in materia e che ricorra con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5, per la definizione camerale del processo.

4 – In conclusione, il ricorso va accolto e la sentenza impugnata va, in parte qua, cassata con rinvio alla Corte di appello di Napoli che procederà ad un nuovo esame e provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il ricorso, cassa, in parte qua, la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Napoli.

Così deciso in Roma, il 6 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 1 agosto 2016

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