Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 16005 del 01/08/2016


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Cassazione civile sez. VI, 01/08/2016, (ud. 06/07/2016, dep. 01/08/2016), n.16005

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARIENZO Rosa – Presidente –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13661-2014 proposto da:

D.M.A., ((OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DELLE ACACIE 13 presso il CENTRO CAF, presso l’avvocato GIANCARLO DI

GENIO, rappresentato e difeso dall’avvocato FELICE AMATO giusta

procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati ANTONINO SGROI,

LELIO MARITATO, EMANUELE DE ROSE, CARLA D’ALOISIO, GIUSEPPE MATANO

giusta procura speciale in calce al ricorso notificato;

– resistente con procura –

avverso la sentenza n. 993/2013 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 13/8/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

6/7/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CATERINA MAROTTA;

udito l’Avvocato CARLA D’ALOISIO difensore del resistente che nulla

osserva in merito alla relazione.

Fatto

FATTO E DIRITTO

1 – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380 bis e 375 c.p.c., ritualmente comunicata alle parti:

” D.M.A., premesso di aver lavorato alle dipendenze dell’azienda agricola “La Speranza Società Agricola a r.l.” nell’anno 2007 per 156 gg., conveniva l’I.N.P.S. dinanzi al Giudice del lavoro di Salerno e chiedeva la reiscrizione del proprio nominativo negli elenchi dei braccianti agricoli del Comune di residenza per tale anno. Il Tribunale rigettava la domanda. Avverso tale decisione proponeva impugnazione la D.M.. La Corte di appello di Salerno, in accoglimento dell’appello ed in riforma dalla sentenza del Tribunale, ordinava la reiscrizione della ricorrente nell’elenco nominativo dei braccianti agricoli del Comune di residenza per 156 giornate relativamente all’anno 2007. Riteneva che lo svolgimento da parte dell’appellante delle giornate di lavoro dedotte in giudizio fosse stato provato dagli esiti istruttori e, per quanto interessa in questa sede, che apparisse equo disporre la riduzione alla metà del compenso professionale mediamente previsto dalla tariffa per entrambi i gradi di giudizio atteso che “l’erronea determinazione dell’istituto, causata da denunce non corrette dell’azienda e da una notoria enorme diffusione del fenomeno, era emersa solo all’esito di approfondita istruttoria” (spese che erano liquidate, per ciascun grado e per l’intero in Euro 930,00 oltre accessori).

Propone ricorso per cassazione D.M.A. affidato a tre motivi. L’I.N.P.S. ha depositato procura in calce al controricorso.

Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., dell’art. 115 c.p.c. ed omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5. Lamenta il malgoverno del regime delle spese processuali del doppio grado, compensate per la metà dal giudice del gravame sulla base di una motivazione del tutto scollegata rispetto all’andamento complessivo del giudizio ed non integrate quelle ‘gravi ed eccezionali ragionì previste dalla norma. Evidenzia che gli accertamenti ispettivi avevano conclusivamente acclarato che solo una pane dei rapporti di lavoro denunziati fossero fittizi (e che tra questi non vi era espressamente quello della ricorrente) e sottolinea che il bracciante agricolo, in ipotesi di disconoscimento del suo rapporto di lavoro, è costretto a ricorrere all’autorità giudiziaria per far valere il proprio diritto all’iscrizione. Osserva che, nella specie, l’I.N.P.S. aveva ritenuto di disconoscere un rapporto di lavoro vero, facente capo ad un soggetto che giammai era stato attinto da indagini penali per comportamenti fraudolenti o truffaldini.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., della L. n. 1051 del 1957, art. unico delle tariffe approvate con D.M. n. 127 del 2004, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Lamenta la liquidazione per intero effettuata dalla Corte territoriale, con riferimento al giudizio di primo grado, violativa dei minimi tariffari, tenuto conto del valore “indeterminabile” (per essere stato richiesto il riconoscimento della sussistenza e validità di un contestato rapporto di lavoro agricolo subordinato).

Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., del D.M. n. 140 del 2012 (artt. 1, 4 e 11) e dei parametri di cui alla allegata tabella A e della relazione ministeriale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, con riferimento al giudizio di secondo grado. Rileva che, stante il valore indeterminabilè della controversia, lo scaglione di riferimento era quello da 25.000,01 ad Euro 50.000,00; che, in base alla tabella allegata al D.M. e alla relazione illustrativa, avuto riguardo ai valori medi di liquidazione (aumentati della percentuale del 20% per il giudizio di appello eventualmente ridotto fino al 50%), indicato quale percentuale massima di riduzione degli stessi, doveva ritenersi effettuata in violazione degli indicati parametri la determinazione dei compensi nella misura stabilita dalla Corte di appello di Salerno, che aveva disatteso i minimi inderogabili previsti. Ed invero, ogni riduzione doveva, secondo il ricorrente, essere motivata, per non incorrere nella violazione denunciata.

Il primo motivo è manifestamente infondato.

Va rilevato che al procedimento si applica l’art. 92 c.p.c. nel testo vigente prima delle modifiche apportate dalla L. n. 69 del 2009. Il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado è stato infatti depositato il 30 giugno 2008 mentre la formulazione dell’art. 92 c.p.c. come modificata dalla citata L. n. 69 del 2009 trova applicazione alle controversie introdotte in primo grado dopo l’entrata in vigore della novella e dunque dal 4 luglio 2009. L’art. 92, comma 2 nel testo introdotto dalla L. 28 dicembre 2005, n. 263, art. 2, comma 1, lett. a), dispone che “Se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicati nella motivazione, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti”. Va precisato che nel caso in esame pur non esistendo una soccombenza reciproca, tuttavia, non è stato violato il principio della soccombenza, in quanto tale violazione si ha solo se viene condannato a pagare le spese di lite un soggetto che sia vincitore e non anche in caso di compensazione ove, come nella specie è avvenuto, peraltro solo con riguardo a metà delle spese; sulle ragioni della disposta parziale compensazione la Corte territoriale ha idoneamente motivato (cfr. in termini analoghi Cass. 3 aprile 2015, n. 6816). Va poi rammentato che le sezioni unite di questa Corte (Cass., Sez. Un., n. 20598 e n. 20599 del 2008), nel comporre un contrasto giurisprudenziale insorto in seno alle sezioni semplici, hanno affermato, con specifico riguardo al regime delle spese introdotto con la L. n. 263 del 2005, che “alla stregua del dato letterale della novella (….) il giudice abbia l’obbligo di esprimere motivazioni specifiche, e cioè espressamente riferite al provvedimento di compensazione”. Pertanto, a differenza delle fattispecie ricadenti nel regime anteriore, per quelle regolate dalla L. n. 263 del 2005, art. 2, comma 1, lett. a), il provvedimento di compensazione delle spese “per giusti motivi” rende necessaria l’esplicitazione di ragioni specificamente riferite a detta statuizione. Ciò chiarito, deve comunque ribadirsi che continua a restare estranea al sindacato di legittimità, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di compensare, in tutto o in parte, le spese di lite, e ciò sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca, sia nell’ipotesi di concorso di altre giuste ragioni. La valutazione operata dal giudice di merito può essere censurata in cassazione se le spese, come si è già ricordato, sono poste a carico della parte totalmente vittoriosa ovvero quando la motivazione si palesi illogica e contraddittoria, tale da inficiare, per inconsistenza o erroneità, il processo decisionale (cfr. Cass. 29 settembre 2014, n. 20530). In tali vizi non è tuttavia incorsa la Corte di appello che ha con linearità e logicità preso atto, ai fini della regolamentazione delle spese processuali, delle difficoltà accertative in cui l’I.N.P.S. era venuto a trovarsi, a causa dell’enorme diffusione del fenomeno della manodopera fittizia (nel quale si era anche inserito, come risulta dallo storico di lite, anche un accertamento in sede penale che aveva interessato proprio il responsabile dell’azienda “La Speranza Società Agricola a r.l.”) e comunque del fatto che si era potuti pervenire ad un esito favorevole all’appellante solo all’esito di una approfondita istruttoria. Oltre tale limite non si può spingere l’indagine di questa Corte nella critica al ragionamento espresso dal giudice di merito.

Il secondo ed il terzo motivo sono meritevoli di accoglimento nei termini di seguito illustrati.

Va premesso che nella specie si discute del diritto alla iscrizione negli elenchi dei lavoratori agricoli e non del diritto ad una prestazione. In tale ipotesi, come si desume anche da Cass. 26 febbraio 2014, n. 4590, il valore della causa è indeterminabile. Lo stesso, infatti, non è suscettibile di concreta quantificazione sulla base di elementi precostituiti e disponibili fin dall’introduzione del giudizio (cfr. Cass. 24 marzo 2004, n. 5901; Cass. 12 luglio 2005, n. 14586).

Va, poi, precisato che, come da questa Corte già chiarito, in tema di spese processuali, agli effetti del D.M. n. 140 del 2012, art. 41 i nuovi parametri, in base ai quali vanno commisurati i compensi forensi in luogo delle abrogate tariffe professionali, si applicano in tutti i casi in cui la liquidazione giudiziale intervenga in un momento successivo alla data di entrata in vigore del predetto decreto purchè, a tale data, la prestazione professionale non sia ancora completata, sicchè non operano con riguardo all’attività svolta in un grado di giudizio conclusosi con sentenza prima dell’entrata in vigore, atteso che, in tal caso, la prestazione professionale deve ritenersi completata sia pure limitatamente a quella fase processuale (cfr. Cass. 11 febbraio 2016, n. 2748; Cass. 18 dicembre 2012, n. 23318).

Ed allora è di tutta evidenza che una liquidazione per intero delle spese di lite del giudizio di primo grado (concluso prima dell’entrata in vigore del D.M. n. 140 del 2012) come operata dalla Corte territoriale, tenuto conto delle voci indicate dal ricorrente, nel rispetto del principio di autosufficienza, con riferimento al valore della causa, abbia violato gli inderogabili minimi tariffari applicabili a termini del D.M. n. 127 del 2004 (cfr. Cass. 19 aprile 2006, n. 27804; Cass. 29 ottobre 2014, n. 22983).

Con riferimento alla liquidazione delle spese relativa al giudizio di secondo grado va, del pari, evidenziato che i dati indicati sempre con riguardo al valore della causa e tali da consentire un controllo autosufficiente, ossia fondato sul solo contenuto del ricorso, depongono per l’effettiva spettanza di maggiori importi e per la violazione del principio di inderogabilità dei minimi tariffari. Pur non risultando essere stata espletata in grado di appello attività istruttoria (sicchè le voci corrispondenti sono erroneamente computate), deve ritenersi che i parametri indicati dal ricorrente come valori minimi di liquidazione ai sensi dell’indicato D.M. siano stati violati, posto che la riduzione dei valori medi del giudizio di appello poteva avvenire nei limiti del 50%, non essendo consentita una ulteriore riduzione senza alcuna motivazione a suo sostegno. Il D.M. n. 140 del 2012, art. 4, comma 2, il quale prevede che, nella liquidazione dei compensi, si tenga conto del valore e della natura e complessità della controversia, poteva indurre a liquidare i compensi nella misura minima (- 50% per tutte le fasi, eccetto quella istruttoria diminuibile del 70%). L’art. 11, comma 1 stesso Decreto dispone, tuttavia, che i parametri specifici per la determinazione del compenso, ovvero, di regola, quelli di cui alla tabella A allegata, possano sempre subire un’ulteriore diminuzione o aumento della relativa entità in considerazione delle circostanze concrete, ferma l’applicazione delle regole e dei criteri di cui agli art. 1 e 4. Nella specie, alla luce dei valori espressamente riportati in ricorso per la specifica fase di appello (anche ove venga escluso l’avvenuto svolgimento dell’attività istruttoria), deve ritenersi che il giudice del gravame non abbia fatto corretta applicazione dei criteri menzionati, stante l’assoluta mancanza di ogni motivazione, che sola poteva rendere conoscibili le ragioni che avevano indotto alla ulteriore diminuzione dei valori minimi in relazione alle circostanze del caso concreto, rendendo conforme a legge l’avvenuta determinazione dei compensi professionali (si veda, in termini, la recente Cass. 12 gennaio 2016, n. 253).

Per tutto quanto sopra considerato, si propone l’accoglimento del secondo e del terzo motivo di ricorso ed il rigetto del primo, la cassazione della sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti con rinvio per un nuovo esame ad altro giudice; il tutto con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5″.

2 – Non sono state depositate memorie ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

3 – Questa Corte ritiene che le osservazioni in fatto e le considerazioni e conclusioni in diritto svolte dal relatore siano del tutto condivisibili, siccome coerenti alla giurisprudenza di legittimità in materia e che ricorra con ogni evidenza il presupposto dell’art. 375 c.p.c., n. 5 per la definizione camerale del processo.

4 – In conclusione, vanno accolti il secondo ed il terzo motivo e rigettato il primo; la sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti con rinvio alla Corte di appello di Napoli che procederà ad un nuovo esame e provvederà anche in ordine alle spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il secondo ed il terzo motivo di ricorso e rigetta il primo; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Napoli.

Così deciso in Roma, il 6 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 1 agosto 2016.

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