Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15968 del 20/07/2011

Cassazione civile sez. II, 20/07/2011, (ud. 04/05/2011, dep. 20/07/2011), n.15968

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHETTINO Olindo – Presidente –

Dott. BUCCIANTE Ettore – rel. Consigliere –

Dott. BIANCHINI Bruno – Consigliere –

Dott. PROTO Cesare Antonio – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

C.L. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata

in ROMA, VIA PANAMA 88, presso lo studio dell’avvocato SPADAFORA

GIORGIO, rappresentata e difesa dall’avvocato ZUCCHERO SANDRO;

– ricorrente –

contro

CONO VIA (OMISSIS) P.I. (OMISSIS) IN PERSONA

DELL’AMMINISTRATORE U.V., elettivamente domiciliato in

ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 19, presso lo studio dell’avvocato LANIA

ALDO LUCIO, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

NEGRI ANTONIA GIOVANNA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 85/2005 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 22/01/2005;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/05/2011 dal Consigliere Dott. ETTORE BUCCIANTE;

udito l’Avvocato Lania Aldo Lucio difensore del resistente che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PATRONE Ignazio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 10 ottobre 2003 il Tribunale di Milano respinse l’impugnazione proposta da C.L. – proprietaria di un appartamento al quinto piano dell’edificio sito in via (OMISSIS) in quella città – avverso la deliberazione dell’assemblea condominiale, con cui le era stata negata l’autorizzazione ad aprire sul pianerottolo un altro ingresso, a servizio di un secondo alloggio che intendeva ricavare dividendo in due distinte porzioni la sua unità immobiliare.

Adita dalla soccombente, la Corte d’appello di Milano, con sentenza del 22 gennaio 2005 ha rigettato il gravame.

C.L. ha proposto ricorso per cassazione, in base a quattro motivi, poi illustrati anche con memoria. Il condominio dell’edificio sito in via (OMISSIS) si è costituito con controricorso per iniziativa dell’amministratore, poi ratificata dall’assemblea.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con i primi tre motivi di ricorso C.L. lamenta, rispettivamente, che la Corte d’appello: – ha basato la propria decisione su documenti prodotti tardivamente dall’altra parte soltanto in secondo grado, relativi a un fatto sopravvenuto alla sentenza del Tribunale, consistente nell’inserimento, ad opera dell’amministratore del condominio, di una superflua tubatura nel cavedio che l’appellante intendeva utilizzare;

ha riconosciuto l’erroneità del giudizio formulato dal primo giudice circa l’asserita compromissione dell’estetica, che sarebbe derivata dall’esecuzione dell’opera progettata da C.L., ma ha ugualmente confermato la pronuncia di rigetto della domanda;

– ha ingiustificatamente ritenuto che la cavità in questione potesse essere adibita, anche soltanto in via potenziale, a un qualche uso comune.

Le tre censure possono essere prese in esame congiuntamente, poichè per una stessa ragione vanno disattese: non investono la principale ed assorbente ratio decidendi addotta a sostegno della sentenza impugnata, nella quale si è osservato che per realizzare l’ingresso al nuovo alloggio, che C.L. intendeva ricavare dalla divisione del suo appartamento, sarebbe stato necessario eliminare in corrispondenza di quel piano la cavità attraversante verticalmente tutto l’edificio, la quale sarebbe rimasta “incorporata per la corrispondente sezione nella esclusiva disponibilità della C.”. Indipendentemente, quindi, dall’eventuale possibilità di utilizzazione della porzione residua del cavedio, questo sarebbe stato in parte inglobato nella proprietà esclusiva di L. C.. Nel che è comunque ravvisabile, alla luce della costante giurisprudenza di questa Corte in materia (v. Cass. 28 aprile 2004 n. 8119, 9 marzo 2006 n. 5085, 24 ottobre 2006 n. 22835, 2 marzo 2010 n. 4965), un uso illecito della cosa comune.

Con il quarto motivo di impugnazione la ricorrente lamenta che la Corte d’appello ha ingiustificatamente respinto le sue doglianze relative alla mancata compensazione e alla quantificazione in misura eccessiva delle spese del giudizio di primo grado.

Neppure questa censura può essere accolta. La decisione della Corte d’appello, di mantenere ferma, in applicazione del principio della soccombenza, la condanna di C.L. alle spese del precedente grado di giudizio, è frutto di una scelta eminentemente discrezionale, che non può formare oggetto di sindacato da parte di questa Corte. Relativamente poi alla liquidazione, va rilevato che la ricorrente stessa riconosce di non aver precisato in appello – nè del resto lo ha fatto in sede di legittimità – specifiche violazioni della tariffa professionale in cui il Tribunale fosse eventualmente incorso, sicchè correttamente il suo gravame sul punto è stato respinto.

Il ricorso viene pertanto rigettato, con conseguente condanna della ricorrente a rimborsare al resistente le spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in 200,00 Euro, oltre a 1.500,00 Euro per onorari, con gli accessori di legge.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente a rimborsare al resistente le spese del giudizio di cassazione, liquidate in 200,00 Euro, oltre a 1.500,00 Euro per onorari.

Così deciso in Roma, il 4 maggio 2011.

Depositato in Cancelleria il 20 luglio 2011

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