Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15957 del 27/06/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 27/06/2017, (ud. 16/11/2016, dep.27/06/2017),  n. 15957

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Federico – rel. Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28885-2013 proposto da:

C.C., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

ILLIRIA, 19, presso lo studio dell’avvocato ANTONELLA ZAINA,

rappresentato e difeso dall’avvocato MAURIZIO BARBATELLI, giusta

delega in atti;

– ricorrente –

contro

HERMITAGE CAPODIMONTE S.P.A., P.I. (OMISSIS), già CASA DI CURA

COLUCCI S.R.L. VILLA ANGELINA, in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, CIRCONVALLAZIONE

CLODIA 86 PIANO 1 INT 5, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO

MARTIRE, rappresentata e difesa dall’avvocato AMEDEO CHIANTERA,

giusta delega in atti;

– controricorrente –

e contro

CASA DI CURA COLUCCI S.R.L. VILLA ANGELINA;

– intimata –

avverso la sentenza n. 7576/2012 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 04/01/2013 R.G.N. 9847/2009;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/11/2016 dal Consigliere Dott. FEDERICO DE GREGORIO;

udito l’Avvocato MARTIRE ROBERTO per delega Avvocato CHIANTERA

AMEDEO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO del PROCESSO

Con sentenza pubblicata il 21 settembre 2009 l’adito giudice del lavoro accolse la domanda del dr. C.C., condannando la Casa di Cura COLUCCI S.r.l. al pagamento, in favore dell’istante, della somma di Euro 16.692,90 a titolo di differenze retributive e della somma di Euro 950,14 per l’ulteriore attività svolta oltre accessori di legge (rapporto di lavoro durato dal 16 novembre 1994 al 15 novembre 2001 – c.c.n.l. di riferimento 14.07.1999, vigente sino al 31-122001); accolse, inoltre, la domanda riconvenzionale spiegata dalla società convenuta e dichiarò, quindi, dovuta a favore di quest’ultima la somma di Euro 4004,59 oltre accessori, compensando infine per 1/3 le spese di lite con la condanna della resistente al pagamento dei rimanenti 2/3.

La pronuncia veniva appellata dalla Casa di Cura Colucci, lamentando che il primo giudicante sulla base di una erronea valutazione delle emergenze istruttorie e dell’asserita sussistenza di un’unità cardiochirurgica aveva riconosciuto il diritto dell’attore al superiore inquadramento come aiuto medico, senza fornire una congrua motivazione in ordine alla ricorrenza dei requisiti richiesti dalla declaratoria contrattuale.

La Corte d’Appello di Napoli, in parziale riforma dell’impugnata pronuncia, con sentenza n. 7576 in data 4 dicembre 2012 – 4 gennaio 2013 condannava la HERMITAGE Capodimonte S.p.a. (già Casa di Cura Colucci S.p.A.) al pagamento, in favore di C.C., della somma di Euro 950,14 oltre accessori; rigettava, nel resto, la domanda di cui al ricorso introduttivo del giudizio, confermando l’impugnata pronuncia unicamente in ordine all’accoglimento della domanda riconvenzionale; condannava per l’effetto C.C. alla restituzione, in favore della società appellata, delle somme di Euro 36.270,57 e di 2071,83 Euro, previa detrazione dalla prima dell’importo di Euro 950,14, oltre interessi e rivalutazione monetaria dalla maturazione a saldo; dichiarava infine compensate tra le parti le spese relative a doppio grado del giudizio.

Secondo la Corte distrettuale, disattese le eccezioni preliminari di parte appellata, nel merito, contrariamente a quanto opinato dal giudice di primo grado, l’istruttoria espletata non aveva consentito di raggiungere la prova dell’esistenza, nella casa di cura gestita dalla società appellante, di un reparto cardiologico, inteso come unità operativa autonoma, in cui fossero ricoverati pazienti affetti da patologie cardiache e alla quale fosse addetto uno staff di medici specialisti in tale branca. Neppure i testi di parte ricorrente avevano affermato ciò, sicchè non si era verificato alcun effettivo contrasto tra le deposizioni di questi ultimi e quelli indicati da parte resistente, peraltro ritenute molto più lineari. Pertanto, non esisteva un reparto di cardiologia ed il C., unico cardiologo in servizio, si limitava ad eseguire accertamenti di tipo cardiologico sui pazienti che dovevano sottoporsi a terapie neuropsichiatriche. Dunque, la qualifica di medico assistente riconosciuta all’appellato era pienamente conforme all’attività da costui svolta. Viceversa, non spettava la rivendicata qualifica di aiuto, all’uopo citando il contratto collettivo nazionale di lavoro case di cura 1998/2001. Dal raffronto tra le riportate declaratorie appariva evidente come la qualifica di medico assistente fosse del tutto adeguata nella specie, non avendo l’attore svolto quell’attività di coordinamento di altri medici addetti al suo settore, caratterizzante la pretesa qualifica superiore, atteso che egli era l’unico cardiologo in servizio nella clinica.

Avverso la suddetta pronuncia ha proposto ricorso per cassazione, con atto in data 10 – 12 dicembre 2013, il dottor C.C., affidato a cinque motivi, cui ha resistito la S.p.A. HERMITAGE Capodimonte (già Casa di Cura Colucci) con atto della 15-16 gennaio 2014.

Sono state depositate memorie ex art. 378 c.p.c. da entrambe le parti.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo di ricorso, è stata denunciata violazione e falsa applicazione dell’art. 111 Cost., nonchè dell’art. 292 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3.

Andava considerato che la costituzione della società HERMITAGE Capodimonte era avvenuta il 18 gennaio 2012, ma non era stata nè comunicata, nè notificata al C., il quale all’epoca non si era (ancora) costituito in 20 grado, ciò che avvenne soltanto il 21 novembre 2012, laddove peraltro l’atto di appello unitamente al decreto ex art. 435 c.p.c. del 20 novembre 2009, fu notificato l’otto febbraio 2012.

Di conseguenza, ad avviso del ricorrente, la memoria di costituzione in giudizio della società HERMITAGE CAPODIMONTE andava notificata ad esso C., poichè rimasto contumace fino al momento della sua costituzione in data 21-11-2012, il tutto con conseguente violazione del contraddittorio, violazione non sanata dalla successiva memoria di costituzione, inerente al solo atto d’appello della Casa di Cura Colucci, mentre l’atto costitutivo della Hermitage conteneva nuovi documenti e nuove domande.

Con il secondo motivo il ricorrente si è doluto della violazione e della falsa applicazione dell’art. 83 c.p.c. – difetto di procura ed assoluta incertezza nell’individuazione della controparte. Il numero della partita i.v.a. della convenuta in primo grado corrispondeva, in base al certificato camerale relativo alla HERMITAGE Capodimonte S.p.a., costituita sin dal 23 luglio 1973, e non alla Casa di Cura COLUCCI S.r.l., donde l’incertezza sull’individuazione della società appellante.

Con il terzo motivo è stata denunciata la violazione e la falsa applicazione dell’art. 163 c.p.c., comma 3, n. 2, e dell’art. 83 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 ed è stato inoltre dedotto l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ex art. 360 c.p.c., n. 5.

Dal certificato camerale prodotto risultava che la HERMITAGE CAPODIMONTE era soggetto del tutto diverso e nuovo rispetto al giudizio. La Corte di Appello non aveva minimamente affrontato la problematica della legittimità del ricorso in appello in merito alla procura rilasciata dalla Casa di CURA COLUCCI, laddove la partita i.v.a. ed il certificato camerale dimostravano la non corrispondenza del soggetto che si assumeva aver sottoscritto la procura rispetto a quello indicato nell’atto di appello. Dalla sentenza non emergeva che il soggetto ricorrente in appello avesse il potere e la legittimazione a tanto. Nè una tale lacuna dell’appellante poteva essere sanata da una costituzione tardiva ed inammissibile di terzi. Dal certificato camerale prodotto, inoltre, emergeva che il numero di partita i.v.a. (non indicato dall’appellante, ma desumibile dagli atti del giudizio di primo grado) non corrispondeva alla C., ma alla HERMITAGE, società questa costituitasi il 23 luglio 1973, e non già mera nuova ragione sociale della preesistente Casa di Cura COLUCCI. Nè il C. aveva accettato il contraddittorio in ordine a quanto dedotto dalla HERMITAGE con la sua costituzione del 18 gennaio 2012. Il verbale di assemblea 12 maggio 2010 era pure in stridente contrasto con le emergenze del certificato camerale.

Dunque, nullità per mancanza di adeguata procura e violazione dell’art. 163 c.p.c., stante l’assoluta incerta identificazione del soggetto appellante ed attesa l’omessa motivazione circa la mancata individuazione del soggetto appellante, con conseguente erronea decisione di ritenere valida la costituzione di un soggetto estraneo al processo.

Con il quarto motivo di ricorso è stato dedotto l’omesso esame di un punto decisivo della controversia in reazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, relativamente al certificato camerale prodotto dal C., da cui emergeva che la HERMITAGE CAPODIMONTE S.p.a. era un soggetto nuovo ed autonomo rispetto alla Casa di Cura COLUCCI (Villa Angelina). Dal certificato, secondo il ricorrente, risultava che la HERMITAGE esisteva con tale denominazione sin dal 1973 e che alla medesima società corrispondeva la partita i.v.a., però in primo grado attribuita alla convenuta C..

Infine, il quinto motivo d’impugnazione è stato formulato con riferimento alla violazione e alla falsa applicazione del c.c.n.l. per il personale medico delle case di cura risalente al 14 luglio 1999. Erroneamente, la Corte di Appello aveva considerato come elemento discriminante tra l’aiuto e l’assistente l’esistenza o meno di un reparto specializzato (di cardiologia), mentre dall’art. 1 del c.c.n.l. ciò non emergeva.

Era poi significativo che il successivo c.c.n.l. 2002/2005 aveva rivisitato l’intera materia, avendo meglio individuato e differenziato le precedenti mansioni.

Il ricorrente C. assumeva, dunque, che rispondeva al solo direttore sanitario e coordinava l’attività di altri medici in relazione alla propria specializzazione di cardiologo. La Corte di Appello, invece, poichè aveva erroneamente interpretato il contratto collettivo, non aveva valutato questo profilo, essendosi limitata ad affermare, però errando, l’assenza di un reparto di cardiologia all’interno della casa di cura.

Orbene, le anzidette censure vanno disattese in forza delle seguenti considerazioni.

Ed invero, in primo luogo, il ricorso appare carente nell’enunciazione e nella produzione di quanto per contro richiesto, a pena d’inammissibilità e d’improcedibilità, rispettivamente dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3 nonchè art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4.

Infatti, non risultano riprodotti nel loro contenuto i documenti e le testimonianze, sulla cui scorta parte ricorrente fonda le sue censure, nè sono stati indicati precisi riferimenti relativi a tali emergenze istruttorie. Parimenti, è assolutamente generico l’indice degli atti a pag. 66 del ricorso, laddove, a parte la menzione della copia della sentenza impugnata, del ricorso notificato e della istanza di trasmissione del fascicolo di ufficio, compare poi la mera generica indicazione “fascicoli dei precedenti gradi di giudizio” (cfr. tra l’altro Cass. lav. n. 195 in data 11/01/2016, laddove si riteneva ferma, in ogni caso, l’esigenza di specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6, degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi. V. altresì Cass. civ. sez. 6 – 3, n. 19048 del 28/09/2016, secondo cui il ricorrente per cassazione, il quale intenda dolersi dell’omessa od erronea valutazione di un documento da parte del giudice di merito, ha il duplice onere – imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), – di produrlo agli atti – indicando esattamente nel ricorso in quale fase processuale ed in quale fascicolo di parte si trovi il documento in questione – e di indicarne il contenuto trascrivendolo o riassumendolo nel ricorso -; la violazione anche di uno soltanto di tali oneri rende il ricorso inammissibile. In senso analogo v. ancora Cass. lav. n. 2966 del 07/02/2011, Cass. n. 22303 del 2008, n. 15628 del 2009, nonchè n. 16900 del 19/08/2015 e n. 16655 del 9/8/20161. Le stesse regole poi valgono anche per quanto concerne il vizio contemplato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Ed invero, l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone che la parte, nel rispetto del principio di autosufficienza, riporti, nel ricorso stesso, gli elementi ed i riferimenti atti ad individuare, nei suoi termini esatti e non genericamente, il vizio processuale, onde consentire alla Corte di effettuare, senza compiere generali verifiche degli atti, il controllo del corretto svolgersi dell’iter processuale (Cass. 5 civ. n. 19410 del 30/09/2015, conforme Cass. n. 23420 del 2011. Cfr. in senso analogo Cass. lav. n. 11738 – 08/06/2016, secondo cui l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo, sicchè è necessario, ai fini del rispetto del principio di specificità e di autosufficienza del ricorso per cassazione, che nel ricorso stesso siano riportati, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, i passi del documento cui la censura si riferisce).

Nella specie, per contro, il ricorso del dr. C., sebbene redatto in oltre sessanta pagine, appare lacunoso nei sensi di cui sopra, sia con riferimento ai primi quattro motivi, inerenti essenzialmente a vizi di natura processuale (laddove soprattutto non sono stati debitamente riprodotti gli atti della controparte in sede di merito, e specialmente riguardo alle asserite novità dedotte in appello dall’intervenuta HERMITAGE CAPODIMONTE, nonchè al certificato camerale), sia in relazione all’ultimo motivo, segnatamente nella parte in cui si assume una errata applicazione del c.c.n.l. 14-07-1999, di cui – in base alla lettura del ricorso stesso – non risulta la rituale specifica indicazione ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, nè l’integrale produzione occorrente a norma dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4.

Quanto, in particolare, alla doglianza di cui al primo motivo, non è possibile ravvisare alcuna effettiva violazione del principio del contraddittorio, che risulta essere stato di fatto osservato (non consta in atti, tra l’altro, alcuna specifica eccezione da parte dell’appellato C., a seguito della sua costituzione in secondo grado, nei riguardi della già intervenuta HERMITAGE CAPODIMONTE, sebbene la decisione risulti emessa, successivamente, all’udienza di discussione svoltasi il 4 dicembre 2012). Basti considerare che il rapporto processuale si è ritualmente instaurato soltanto con la notifica del ricorso di appello della Casa di Cura Colucci, depositato l’undici novembre 2009, avvenuta ex art. 435 c.p.c. l’otto febbraio 2012, quindi anche dopo il precedente deposito in data 18/01/12 della comparsa di costituzione della HERMITAGE CAPODIMONTE, sicchè prima di tale data, non risultando appunto instaurato il rapporto processuale, nemmeno poteva sussistere alcuna contumacia, mancandone il presupposto (cfr. l’art. 291 c.p.c.). Di conseguenza, neppure era applicabile l’art. 292 codice di rito (cfr., peraltro, Cass. 1 civ. n. 1104 – 11/02/1985, secondo cui la comparsa d’intervento, che contenga conclusioni anche nei confronti di una parte rimasta contumace, deve essere notificata a quest’ultima, ai sensi dell’art. 292 c.p.c., ma l’omissione di detta notificazione, in applicazione dei principi generali fissati dall’art. 156 c.p.c., non spiega effetti invalidanti sull’intervento, quando risulti comunque assicurato il contraddittorio con la parte contumace, come quando questa si sia successivamente costituita, ovvero quando l’interventore abbia provveduto a rinnovare la comparsa d’intervento, notificandola regolarmente).

Le rilevate carenze, dunque, soprattutto per quanto concerne il più volte citato certificato camerale, però non meglio indicato, nemmeno in relazione alla data del suo rilascio, risultano ad ogni modo ostative alla verifica ed ai controlli di corrispondenza necessari per poter stabilire la fondatezza o meno dei vizi formali denunciati con i primi quattro motivi di ricorso.

Per contro, la Corte partenopea con la sentenza impugnata, nel disattendere l’eccezione d’inammissibilità dell’interposto gravame per il preteso difetto di procura alle liti e per l’asserita incerta individuazione della parte appellante, chiariva che in secondo grado si era costituita in giudizio anche la HERMITAGE Capodimonte S.p.a., deducendo che con verbale di assemblea del 12 maggio 2010, per notar S.P. da (OMISSIS), la CASA di CURA COLUCCI aveva modificato la sua denominazione sociale in HERMITAGE CAPODIMONTE S.p.a., precisando altresì che nelle more, al solo scopo di evitare l’esecuzione forzata della pronuncia di primo grado, provvisoriamente esecutiva, la Casa di Cura aveva pagato al C. le somme ivi indicate, pure in ordine alle spese di lite, provvedendo anche al pagamento di quanto dovuto al c.t.u.. Inoltre, i giudici di merito hanno rilevato che nell’atto di appello era stata espressamente richiamata la procura alle liti conferita in calce alla copia notificata del ricorso introduttivo del giudizio, laddove risultavano indicati il nominativo del legale rappresentante della società, rag. G.G., e la sua qualità di amministratore delegato della Casa di Cura COLUCCI. Hanno, altresì, rilevato che il medesimo nominativo del legale rappresentante risultava anche indicato nella memoria difensiva di costituzione in primo grado, allorchè non era stata però mossa alcuna contestazione da parte del C. in ordine alla sussistenza dei poteri di rappresentanza del soggetto ivi indicato come legale rappresentante della società.

Quindi, la Corte distrettuale accertava che la società era rimasta identica (infatti la sentenza de qua risulta pure formalmente pronunciata nei confronti di HERMITAGE CAPODIMONTE S.p.a., già Casa di Cura Colucci S.p.a., appellante, e dell’appellato C.C. – cfr. la sua intestazione), essendone mutata la sola denominazione, ciò che rendeva irrilevante il mutamento dell’organo societario munito del potere di rappresentanza legale della società, all’uopo richiamando il precedente giurisprudenziale di Cass. 1 civ. n. 11847 del 22/05/2007 (la procura generale “ad litem”, espressamente prevista dall’art. 83 c.p.c., comma 2, se proveniente dall’organo della società abilitato a conferirla, resta valida e imputabile all’ente finchè non venga revocata, indipendentemente dalle vicende modificative dell’organo che l’ha rilasciata, trattandosi di atto dell’ente e non della persona fisica che lo rappresentava; ciò vale anche nel caso che la società sia posta in liquidazione ed il legale rappresentante, che abbia rilasciato la procura, sia sostituito dal liquidatore. Precedenti conformi: Cass. n. 13881 del 1999, n. 13434del 2002. V. parimenti anche Cass. sez. un. civ. n. 761 del 12/11/1999, secondo cui la procura alle liti rilasciata dall’organo rappresentativo di una persona giuridica conserva la propria efficacia anche quando, nel corso del giudizio -ovvero tra la conclusione del giudizio di primo grado e l’inizio di quello di appello – l’organo che aveva rilasciato la procura sia stato soppresso e sostituito da un altro e differente organo rappresentativo). Del resto, lo stesso ricorso di cui si discute in questa sede risulta formalmente proposto, come da sua intestazione, contro HERMITAGE CAPODIMONTE S.p.a. (già Casa di Colucci s.r.l. Villa Angelina), partita i.v.a. (OMISSIS), ancorchè poi rechi due distinte relate di notifica in data 12-12-2013 nei riguardi di HERMITAGE CAPODIMONTE spa e di CASA di CURA COLUCCI S.r.l. (Villa Angelina), cui però ha fatto seguito il controricorso della sola HERMITAGE CAPODIMONTE (già S.p.a. Casa di Cura Colucci), p. I.V.A. (OMISSIS), con sede in (OMISSIS), in persona del presidente del consiglio di amministrazione e legale rapp.nte p.t. prof. dr. B.V., di cui alla corrispondente procura speciale a margine.

Peraltro, considerato che l’appello risale all’undici novembre 2009, che il cambio di denominazione fu deliberato il 12 maggio 2010 e che la costituzione della HERMITAGE CAPODIMONTE avvenne il 18 gennaio 2012 (facendo presente, tra le varie, che nelle more del giudizio la Casa di Cura Colucci aveva pagato il 24-03-2010 le somme di cui all’appellata sentenza, provvisoriamente esecutiva, con conseguente richiesta di restituzione), è anche ben possibile che il certificato camerale, più volte citato dal ricorrente (ma con le già evidenziate carenze, per cui non è dato, tra l’altro, conoscerne il preciso e completo tenore testuale e nemmeno la data), si limitasse ad attestare quanto emergente al momento del suo rilascio presso il registro delle imprese, ma senza enunciare le pregresse vicende successive alla asserita costituzione del 23 luglio 1973.

Infine, per quanto concerne l’anzidetto quinto e ultimo motivo del ricorso, la doglianza va anch’essa senz’altro disattesa, non ravvisandosi alcun errore nella sentenza impugnata riguardo all’applicazione dell’art. 2103 c.c. in relazione alla contrattazione collettiva di riferimento, nè alcuna errata interpretazione di quest’ultima.

Ed invero, a parte le anzidette evidenziate manchevolezze, rilevanti ex artt. 366 e 369 c.p.c., come già anticipato in narrativa, secondo la Corte distrettuale, le acquisite testimonianze, segnatamente quelle giudicate attendibili, non avevano consentito di raggiungere la prova dell’esistenza, nella casa di cura gestita dalla società appellante, di un reparto cardiologico, inteso come unità operativa autonoma, in cui fossero ricoverati pazienti affetti da patologie cardiache e alla quale fosse addetto uno staff di medici specialisti in tale branca, essendo emerso soltanto che il dr. C., unico cardiologo in servizio nella clinica, si limitava ad eseguire accertamenti di tipo cardiologico sui pazienti che dovevano sottoporsi a terapie neuropsichiatriche. Dunque, la qualifica di medico assistente riconosciuta all’appellato era pienamente conforme all’attività svolta dal ricorrente.

Mancando, quindi, il reparto di cardiologia, inteso come unità con degenti ivi ricoverati e relativa organizzazione di apposito personale medico con divisione dei ruoli rapportata alle esigenze di tale utenza, le declaratorie contrattuali andavano analizzate in relazione all’attività effettivamente svolta dall’appellato, cui non spettava la rivendicata qualifica di aiuto in base al citato c.c.n.l. per le case di cura 1998/2001 (non operando, evidentemente, ratione temporis, nella specie, concernente pretese creditorie riferite fino al 15-11-2001, il successivo contratto collettivo per gli anni 2002/2005). Infatti, secondo la Corte territoriale, visto che la qualifica di aiuto riguardava, in particolare, colui che ha la responsabilità dei degenti affidatigli e coordina l’attività degli assistenti, rispondendo del suo operato al responsabile, che può sostituire in caso di assenza, di impedimento o nei casi di urgenza, tali compiti e funzioni non erano riferibili al dr. C.. Pertanto, anche dal raffronto tra le riportate declaratorie appariva evidente come la qualifica di medico assistente fosse del tutto adeguata nella specie, non avendo l’attore svolto quell’attività di coordinamento di altri medici addetti al suo settore, caratterizzante la pretesa qualifica superiore, atteso che egli era l’unico cardiologo in servizio nella clinica.

Di conseguenza, nei sensi di cui sopra appare ineccepibile sotto il profilo giuridico, oltre che logico, il percorso argomentativo seguito dalla Corte di merito, il cui sindacato quindi è immune da censure in questa sede di legittimità. Del resto, il ricorrente non può pretendere una revisione dei fatti rispetto a quanto già accertato e congruamente valutato dalla Corte di merito circa l’insussistenza di circostanze tali da poter giustificare il preteso superiore inquadramento, non avendo egli soprattutto svolto attività di coordinamento di altri medici addetti al campo di sua competenza, coordinamento invece caratterizzante la qualifica di aiuto, nè risultando altrimenti aver avuto l’anzidetta responsabilità di degenti affidatigli, congiuntamente all’uopo prevista dalla contrattazione collettiva.

Come si evince dalla motivazione dell’impugnata sentenza, invero, i giudici di merito hanno esaurientemente esaminato le acquisite risultanze istruttorie, apprezzandole quindi con più che sufficienti e lineari argomentazioni, poi sfociate nella conseguente decisione, sicchè in sede di legittimità, nei limiti rigorosamente fissati dall’art. 360 codice di rito, non è consentito nell’ambito del controllo di competenza affidato a questa Corte alcun riesame dei fatti, laddove come nella specie non si riscontrino specifici errori di diritto rilevabili nella pronuncia de qua (cfr. Cass. n. 25332 del 28/11/2014: il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, nel quale le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione, che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa. Ne consegue che la parte non può limitarsi a censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione degli accertamenti di fatto compiuti).

Invero, risulta in atti che la Corte distrettuale ha, correttamente, applicato l’art. 2103 c.c. riguardo all’invocato riconoscimento, avendo riportato le declaratorie contrattuali della qualifica rivestita e di quella rivendicata, operando poi la sussunzione dei compiti di fatto svolti nell’una e nell’altra previsione, e giungendo legittimamente, in tale confronto, ad evidenziare profili caratterizzanti della qualifica posseduta e di quella richiesta, con individuazione degli elementi concreti che hanno però indotto al rigetto della domanda.

La doglianza di cui al quinto motivo, per contro, finisce per ridursi ad un mero dissenso rispetto a quanto diversamente opinato, in punto di fatto, dai giudici di appello, come tale non rilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., laddove peraltro nella specie parte ricorrente non ha formalmente neanche dedotto con la suddetta doglianza un vizio di motivazione, sebbene questa sia di per sè non rilevante alla stregua di quanto consentito dall’attuale formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, secondo il testo nella specie ratione temporis applicabile, trattandosi di sentenza pubblicata il 4 gennaio 2013 (d’altro canto – cfr. più recentemente Cass. 1 civ. n. 16526 del 5/8/2016 – per vizi della motivazione della sentenza, il controllo di logicità del giudizio del giudice di merito non equivale alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto tale giudice ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che ciò si tradurrebbe, pur a fronte di un possibile diverso inquadramento degli elementi probatori valutati, in una nuova formulazione del giudizio di fatto in contrasto con la funzione assegnata dall’ordinamento al giudice di legittimità. V. altresì Cass. 1 civ. n. 1754 del 26/01/2007, secondo cui il vizio di motivazione che giustifica la cassazione della sentenza sussiste solo qualora il tessuto argomentativo presenti lacune, incoerenze e incongruenze tali da impedire l’individuazione del criterio logico posto a fondamento della decisione impugnata, restando escluso che la parte possa far valere il contrasto della ricostruzione con quella operata dal giudice di merito e l’attribuzione agli elementi valutati di un valore e di un significato difformi rispetto alle aspettative e deduzioni delle parti. Conforme Cass. n. 3881 del 2006. V. ancora in senso analogo Cass. n. 7394 del 26/03/2010.

Lo stesso cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove non legali da parte del giudice di merito – secondo Cass. 3 civ. n. 11892 del 10/06/2016 – non dà luogo ad alcun vizio denunciabile con il ricorso per cassazione, non essendo inquadrabile nel paradigma dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, – che attribuisce rilievo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo per il giudizio -, nè in quello del precedente n. 4, disposizione che – per il tramite dell’art. 132 c.p.c., n. 4, – dà rilievo unicamente all’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante). Pertanto, il ricorso va respinto con la condanna del soccombente al rimborso delle relative spese. Sussistono i presupposti di legge per il pagamento dell’ulteriore contributo unificato.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida a favore della società controricorrente in cinquemila/00 Euro per compensi ed in 100,00 Euro per esborsi, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 16 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 27 giugno 2017

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