Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15939 del 06/07/2010

Cassazione civile sez. trib., 06/07/2010, (ud. 26/05/2010, dep. 06/07/2010), n.15939

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MERONE Antonio – Presidente –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. DI BLASI Antonino – Consigliere –

Dott. BERTUZZI Mario – rel. est. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso proposto da:

Biundo Michele &. C. s.n.c., con sede in (OMISSIS), in persona

del legale rappresentante B.M., rappresentata e difesa per

procura in calce al ricorso dall’Avvocato Iannello Salvatore,

elettivamente domiciliato presso il suo studio in Roma, via G.

Battista Gandino n. 12;

– ricorrente –

contro

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e di tesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

cui domicilia in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 75/29/07 della Commissione tributaria

regionale della Sicilia, depositata il 10 dicembre 2007;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26 maggio 2010 dal consigliere relatore dott. BERTUZZI Mario;

E’ presente il Procuratore Generale in persona del dott. FEDELI

Massimo.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Il Collegio:

letto il ricorso proposto dalla s.n.c. Biundo Michele & C. per la cassazione della sentenza n. 75/29/07 della Commissione regionale della Sicilia, che aveva confermato la pronuncia di primo grado che aveva respinto il suo ricorso per l’annullamento dell’avviso di rettifica che ai fini iva le aveva contestato maggiori ricavi per l’anno 1995;

letto il controricorso dell’Agenzia delle Entrate;

vista la relazione redatta ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. dal consigliere delegato dott. BERTUZZI Mario, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso osservando che:

“il primo motivo di ricorso, che denunzia violazione e falsa applicazione della L. n. 549 del 1995, art. 183, comma 3, si conclude con il seguente quesito di diritto: “se è stato legittimo, nella specie, il ricorso ad una rettifica mediante l’applicazione di parametri, atteso che non viene indicalo da parte dell’Ufficio, negli atti di causa, alcun elemento significativo di incongruenza con il volume d’affari esposto nella denuncia Iva”;

– “il motivo è inammissibile perchè il quesito è mani lestamente generico, atteso che in esso manca qualsiasi riferimento alla fattispecie concreta dedotta in giudizio ed alle specifiche affermazioni della sentenza impugnata, nonchè l’affermazione del principio di diritto di cui si chiede l’applicazione”;

– “in merito al tema dei requisiti di contenuto del quesito che il ricorrente ha l’onere di formulare ai sensi dell’art. 366 bis c.p.c. – applicabile nella fattispecie essendo stata la sentenza impugnata depositata dopo il 2 marzo 2006 (D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 27, comma 2) – questa Corte ha già avuto modo di chiarire che il quesito di diritto consiste non già in un’affermazione di diritto astratta ed avulsa dal caso concreto, ma deve consistere in un interrogativo che deve necessariamente contenere, sia pure sintetizzandola, l’indicazione della questione di diritto controversa e la formulazione del diverso principio di diritto – rispetto a quello che è alla base del provvedimento impugnato – di cui il ricorrente, in relazione al caso concreto.

chiede l’applicazione al fine di ottenere la pronuncia di cassazione, in modo da circoscrivere l’oggetto di quest’ultima nei limiti di un accoglimento o di un rigetto del quesito stesso (Cass. S.U. n. 23732 del 2007; Cass. S. U. n. 20360 e n. 36 del 2007; Cass. n. 14682 del 2007)”;

“il secondo motivo di ricorso denunzia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso”;

– “anche questo motivo è inammissibile in quanto formulalo in modo non conforme alla prescrizione dell’art. 366 bis c.p.c., comma 2, a quale, secondo l’orientamento espresso dalle Sezioni unite di questa Corte con la sentenza n. 20603 dell’1.10.2007 (poi ulteriormente confermato da numerose pronunce delle Sezioni semplici, tra le quali si segnalano le ordinanze n. 8897 del 2008 e n. 4309 del 2008), impone al ricorrente che denunzi il diletto di motivazione della decisione impugnata l’onere non solo di dedurre in modo specifico la relativa censura, ma anche di formulare, al termine di essa, un momento di sintesi, omologo al quesito di diritto, costituente un quid pluris rispetto all’illustrazione del motivo, che ne circoscriva puntualmente i limiti, in modo da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua inammissibilità”;

rilevato che la relazione è stata regolarmente comunicata al Procuratore Generale, che non ha svolto controsservazioni, e notificata alle parti e che la parte ricorrente ha depositato memoria;

ritenuto che le argomentazioni e la conclusione della relazione meritano di essere interamente condivise, apparendo rispondenti sia a quanto risulta dall’esame degli atti di causa, che all’orientamento della giurisprudenza di questa Corte in tema di applicazione dell’art. 366 bis c.p.c. (ex multis: Cass. n. 8463 del 2009; Cass. n. 7197 del 2009), meritando in particolare conferma, in risposta alle osservazioni svolte dalla ricorrente in memoria, la valutazione di inadeguatezza, per genericità, del quesito di diritto formulato a conclusione del primo motivo;

che, in conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile, con condanna della società ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, liquidate come m dispositivo.

PQM

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di giudizio, che liquida in complessivi Euro 800,00, di cui euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali e contributi di legge.

Così deciso in Roma, il 26 maggio 2010.

Depositato in Cancelleria il 6 luglio 2010

 

 

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