Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15926 del 29/07/2016

Cassazione civile sez. II, 29/07/2016, (ud. 09/06/2016, dep. 29/07/2016), n.15926

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. MANNA Felice – Consigliere –

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – rel. Consigliere –

Dott. ORILIA Lorenzo – Consigliere –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5340-2012 proposto da:

P.E., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

DELLE MILIZIE 138, presso lo studio dell’avvocato RODOLFO POLCHI,

che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati PAOLO PERERA,

MARIO PARIZZI;

– ricorrente –

contro

COOPERATIVA SOCIALE CONSUMO ALTO ZOLDANO SCARL, IN LIQUIDAZIONE

COATTA AMMINISTRATIVA in persona del Commissario Liquidatore

S.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA LUIGI CALAMATTA 16,

presso lo studio dell’avvocato MARCO MELITI, rappresentato e difeso

dagli avvocati FRANCESCO RASERA BERNA, LUIGI DELLA COLLETTA;

– controricorrente –

e contro

P.E., T.M.T., P.N., S.R.,

S.G., P.M.A., PE.GI., P.Y.,

P.A., P.H.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1742/2011 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 20/07/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/06/2016 dal Consigliere Dott. LUIGI GIOVANNI LOMBARDO;

udito l’Avvocato PARIZZI Mario, difensore del ricorrente che ha

chiesto l’accoglimento delle difese depositate;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CAPASSO LUCIO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. – P.E. convenne in giudizio D.M.G., P.E., Z.M.T., P.N., Sc.Fi., Za.Ca., P.M.A., Pe.Gi., P.I., P.A. e P.H., chiedendo – per quanto qui ancora rileva – che fosse accertato il suo acquisto per usucapione della proprietà del terreno sito nel comune di (OMISSIS), iscritto in catasto al foglio 25 part. 721.

Nella contumacia dei convenuti, intervenne in causa la cooperativa sociale di consumo “Alto Zoldano soc. coop. a r.l.”, la quale chiese il rigetto della domanda attorea e, proponendo domanda in via riconvenzionale, chiese che venisse accertato il suo acquisto per usucapione del medesimo terreno oggetto della domanda del P..

Il Tribunale di Belluno accolse la domanda attorea e rigettò quella riconvenzionale.

2. – Sul gravame proposto dalla cooperativa intervenuta, la Corte di Appello di Venezia, in riforma della pronuncia di primo grado, rigettò la domanda attorea, dichiarando che il terreno oggetto del giudizio era di proprietà della cooperativa sociale “Alto Zoldano”.

3. – Per la cassazione della sentenza di appello ricorre P.E. sulla base di due motivi.

Resiste con controricorso la cooperativa sociale di consumo “Alto Zoldano soc. coop. a r.l.” in liquidazione coatta amministrativa, in persona del suo commissario liquidatore.

Le altre parti, ritualmente intimate, non hanno svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. – Col primo motivo di ricorso, si deduce l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata, sotto due profili: per avere la Corte di Appello erroneamente interpretato la scrittura privata datata 21.5.1952, ritenendo che con essa la proprietaria del terreno per cui è causa avesse trasferito la proprietà dello stesso alla cooperativa “Alto Zoldano”; per avere poi la stessa Corte erroneamente ritenuto che le firme apposte su tale scrittura non fossero state disconosciute dalle parti venditrici, rimaste contumaci nel giudizio.

Entrambi i profili della censura non possono trovare accoglimento.

Il primo profilo della censura è inammissibile per difetto di autosufficienza, in quanto il ricorso non riproduce il contenuto della scrittura, limitandosi a riportare la sua intitolazione (come “preliminare” di contratto). In ogni caso la censura è inammissibile anche perchè verte sull’interpretazione di un atto negoziale che, per pacifica giurisprudenza di questa Corte, costituisce un tipico accertamento di fatto riservato al giudice di merito e incensurabile in sede di legittimità, se non nella ipotesi – che non ricorre nella specie – di violazione dei canoni legali di ermeneutica contrattuale di cui all’art. 1362 c.c. e segg. o di motivazione insufficiente o illogica, ossia non idonea a consentire la ricostruzione dell’iter logico seguito per giungere alla decisione (cfr., ex multis, Sez. L, Sentenza n. 17168 del 09/10/2012, Rv. 624346; Sez. 2, Sentenza n. 13242 del 31/05/2010, Rv. 613151).

Il secondo profilo della censura, poi, è infondato, giacchè non tiene conto del disposto dell’art. 215 c.p.c., comma 1, n. 1, a tenore del quale “La scrittura privata prodotta in giudizio si ha per riconosciuta se la parte, alla quale la scrittura è attribuita o contro la quale è prodotta, è contumace, salva la disposizione dell’art. 293, comma 3”.

2. – Col secondo motivo di ricorso, si deduce la violazione e la falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata, con riferimento alla valutazione delle prove acquisite. Si deduce che la Corte territoriale avrebbe errato nel valutare la deposizione della teste M. e non avrebbe tenuto conto delle deposizioni testimoniali di segno opposto.

Anche questa censura è inammissibile, in quanto il ricorrente critica – nella sostanza – la valutazione delle prove da parte dei giudici di merito e le conclusioni cui essi sono pervenuti in ordine alla ricostruzione della vicenda fattuale. La valutazione delle prove, tuttavia, è riservata in via esclusiva all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito e non è sindacabile in cassazione; a meno che ricorra una mancanza o illogicità della motivazione, ciò che – nel caso di specie – deve però escludersi.

La censura risulta inammissibile anche per difetto di autosufficienza, in quanto non riporta il contenuto delle deposizioni asseritamente di segno opposto che si assumono trascurate dai giudici di merito, non ponendo così la Corte in condizione di valutarne la decisività.

3. – Il ricorso deve pertanto essere rigettato, con conseguente condanna della parte ricorrente, risultata soccombente, al pagamento delle spese processuali, liquidate come in dispositivo.

PQM

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE Rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 2.700,00 (duemilasettecento), di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 9 giugno 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2016

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