Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15911 del 29/07/2016


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Cassazione civile sez. II, 29/07/2016, (ud. 10/05/2016, dep. 29/07/2016), n.15911

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BIANCHINI Bruno – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 8753 – 2012 R.G. proposto da:

B.E. – c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliato in Roma,

alla via F. Confalonieri, n. 5, presso lo studio dell’avvocato Luigi

Manzi che congiuntamente e disgiuntamente all’avvocato Primo

Michielan lo rappresenta e difende in virtù di procura speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

BR.UM. – c.f. (OMISSIS) – elettivamente domiciliato in Roma,

alla piazza dell’Orologio, n. 7, presso lo studio dell’avvocato

Nicola Marcone che congiuntamente e disgiuntamente all’avvocato Pier

Vettor Grimani lo rappresenta e difende in virtù di procura

speciale a margine del controricorso;

– controricorrente –

Avverso la sentenza n. 2129 dei 19.7/29.9.2011 della corte d’appello

di Venezia;

Udita la relazione della causa svolta all’udienza pubblica del 10

maggio 2016 dal consigliere Dott. Abete Luigi;

Uditi l’avvocato Luigi Manzi e l’avvocato Primo Michielan per il

ricorrente;

Udito l’avvocato Chiara Pesce, per delega dell’avvocato Nicola

Marcone, per il controricorrente;

Udito il Pubblico Ministero, in persona del sostituto procuratore

generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del

ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto in data 1.9.2003 Br.Um., proprietario di un immobile in (OMISSIS), in catasto al foglio n. 15, particelle n. 556 e n. 251, citava a comparire innanzi al tribunale di Venezia B.E., proprietario del fondo limitrofo, in catasto al foglio 15, particella n. (OMISSIS).

Esponeva che il convenuto nel 1986 aveva abbattuto la preesistente struttura in legno e lamiere realizzata nel 1973 e adibita a ricovero per gli attrezzi agricoli ed aveva costruito al suo posto un fabbricato in muratura ad uso stalla; che tale manufatto era collocato a m. 2,80 dal confine in violazione della distanza minima prevista dallo strumento urbanistico vigente.

Chiedeva che l’adito giudice acclarasse e desse atto della violazione della distanza dal confine e condannasse il convenuto ad arretrare il proprio manufatto sino alla distanza prescritta ed a risarcire il danno cagionato.

Si costituiva B.E.; deduceva, tra l’altro, che era titolare di due concessioni edilizie, la n. 6201 del 1986 e la n. 310/87 del 4.10.1988 a sanatoria, che non aveva provveduto alla costruzione di un’opera nuova, ma alla demolizione ed alla fedele ricostruzione dell’opera preesistente, sicchè aveva diritto al mantenimento del muro a distanza inferiore rispetto a prevista dalla normativa edilizia vigente, che l’originario corpo di fabbrica preesisteva sin dal 1973.

Instava per il rigetto delle avverse domande ed, in via riconvenzionale, per la declaratoria di intervenuto acquisto da parte sua per usucapione della servitù di mantenere il proprio manufatto a distanza inferiore rispetto a quella prescritta.

Assunte le prove testimoniali, espletata c.t.u., con sentenza n. 1862/2007 il tribunale adito dava atto della violazione della distanza legale, pari a m. 10 dal confine, e condannava il convenuto ad arretrare la propria costruzione sino a rispettare la prescritta distanza dal limite con la proprietà contigua; altresì rigettava la domanda risarcitoria e condannava il convenuto alle spese di lite.

Interponeva appello B.E..

Resisteva Br.Um. ; esperiva inoltre appello incidentale.

Con sentenza n. 2129 dei 19.7/29.9.2011 la corte d’appello di Venezia rigettava sia il gravame principale sia il gravame incidentale e compensava le spese del grado.

Esplicitava – la corte di merito – in ordine al primo motivo dell’appello principale, che gli interventi edilizi per cui era controversia, risalivano a circa quindici anni prima dell’entrata in vigore del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, sicchè tale disposizione, operante dall’1.1.2002 e peraltro concernente “unicamente la regolamentazione delle distanze e degli altri parametri significativi ma non anche la tipologia delle edificazioni e delle definizioni edilizie” (così sentenza d’appello, pag. 6), non era applicabile al caso di specie.

Esplicitava – la corte – che viceversa occorreva far riferimento alla L. n. 457 del 1978, art. 31, lett. d), siccome successivamente modificato, alla cui stregua era necessario che nell’opera di ristrutturazione edilizia fossero state mantenute inalterate la volumetria e la sagoma, il che, nondimeno, nella fattispecie, alla luce delle risultanze della c.t.u., non era avvenuto; che, invero, B.E. aveva “demolito il manufatto in legno e lamiera adibito a magazzino e realizzato un edificio in muratura diverso per superficie, volume, sagoma, materiali e destinazione” (così sentenza d’appello, pag. 7); che, dunque, si era al cospetto di una “nuova costruzione”, anche alla stregua della normativa sopravvenuta, sicchè correttamente il primo giudice aveva opinato nel senso che il nuovo manufatto avrebbe dovuto rispettare le distanze previste dalle n.t.a. del p.r.g. del comune di Scorzè, distanze che, di contro, siccome del pari aveva evidenziato il consulente d’ufficio, non risultavano rispettate.

Esplicitava ulteriormente che il parziale arretramento del proprio edificio che l’appellante aveva eseguito, sulla scorta del permesso a costruire n. 8172/2004, in corso di causa, non poteva esser qualificato come ampliamento, giacchè, siccome avevano riferito i testi escussi, trattavasi di demolizione del muro ovest e di sua successiva ricostruzione; che, del resto, il consulente tecnico aveva rilevato che, a seguito di tale intervento, la porzione, all’interno dell’edificio, già adibita a stalla era stata trasformata in “ricovero attrezzi – officina e frigo”; che, conseguentemente, così come correttamente aveva ritenuto il tribunale, siffatto intervento non giustificava l’operatività della distanza dal confine di m. 5 in deroga della distanza di m. 10 prevista dal p.r.g..

Esplicitava – la corte distrettuale – in ordine al secondo motivo dell’appello principale, che B.E. aveva abbattuto nel 1986 il capanno in legno realizzato per gli attrezzi nel 1973 ed aveva costruito al suo posto un fabbricato in muratura con dimensioni diverse; che, quindi, il dies a quo dell’usucapione andava computato a far data dal 1986, sicchè all’atto dell’introduzione del giudizio – avvenuta nel 2003 – il termine ventennale non era giunto a compimento.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso B.E.; ne ha chiesto sulla scorta di tre motivi la cassazione con ogni susseguente pronuncia in ordine alle spese di lite.

Br.Um. ha depositato controricorso; ha chiesto dichiararsi inammissibile ovvero rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese di lite.

Il ricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Del pari il controricorrente ha depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Il ricorrente ha depositato osservazioni scritte in ordine alle conclusioni del P.M..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c.,comma 1, n. 3) e n. 5), violazione e/o falsa applicazione degli artt. 872 e 873 c.c., ed errata applicazione dell’art. 32 del regolamento edilizio del comune di Scorzè; illogicità della motivazione.

Deduce che l’art. 32 del regolamento edilizio del comune di Scorzè, sopravvenuto nel 2004, prevede per i rustici la distanza di m. 10 dal confine ed, in deroga, la distanza di m. 5 per gli aumenti volumetrici in avanzamento verso il confine dei rustici preesistenti; che siffatta disposizione, meno restrittiva rispetto a quella vigente all’epoca dell’intervento edilizio del 1986, è concretamente applicabile al caso di specie; che, invero, contrariamente a quanto opinato dalla corte di Venezia, l’art. 32 cit., correttamente interpretato alla stregua della sua ratio e del generale principio logico – giuridico per cui “nel più ci sta il meno”, importa che la deroga della distanza è destinata ad operare “anche nel caso d’intervento (…) in diminuzione della superficie coperta del preesistente annesso rustico” (così ricorso, pag. 15).

Il motivo non merita seguito.

E’ indubbiamente suggestiva la prospettazione del ricorrente, siccome puntualizzata in memoria ex art. 378 c.p.c., ovvero l’assunto secondo cui “il ricorrente sarebbe condannato ad arretrare il proprio annesso rustico, demolendolo fino a 10 mt. dal confine, per poi successivamente poter ottenere il titolo abilitativo per l’ampliamento dello stesso – già abbattuto – fino a mt. 5 dal confine, così dando luogo ad una distorsione applicativa del procedimento edilizio con un risultato uguale a quello attuale” (così memoria ex art. 378 c.p.c. del ricorrente, pagg. 10 – 11).

E tuttavia è innegabile, così come lo stesso ricorrente riconosce, che l’art. 32 – sopravvenuto nel 2004 – delle n.t.a. del p.r.g. del comune di Scorzè è norma avente “carattere derogatorio” (così memoria ex art. 378 c.p.c., del ricorrente, pag. 7), ovvero è norma che “fa eccezione a regole generali o ad altre leggi”, sicchè la sua interpretazione non può che conformarsi all’indicazione di cui all’art. 14 preleggi, ossia all’indicazione per cui le norme eccezionali “non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati” (si badi che è lo stesso ricorrente ad “evocare” l’art. 14 preleggi: cfr. memoria ex art. 378 c.p.c., pag. 9).

Vero è d’altro canto che le norme eccezionali non si sottraggono alla possibilità d’interpretazione estensiva, atteso che quest’ultima operazione esegetica non amplia il contenuto effettivo della norma, ma impedisce che fattispecie ad essa soggette si sottraggano alla sua disciplina per un ingiustificato rispetto di manchevoli espressione letterali (cfr. Cass. pen., sez. 3^, 5.2.1975, n. 1041).

E nondimeno l’opzione esegetica che il ricorrente propugna si risolve in un’applicazione analogica dell’art. 32 cit., analogia sicuramente interdetta rispetto alle disposizioni eccezionali (cfr. Cass. sez. lav. 3.6.1976, n. 2004).

Difatti, per quanto si possa lato sensu intendere l’espressione “aumenti volumetrici” che figura nel testo dell’art. 32 cit., è fuor di dubbio che la medesima espressione non può esser dilatata fino al punto di ricondurvi la “riduzione volumetrica”: si tratta, sì, di una fattispecie analoga, ciò nonostante diversa, per nulla suscettibile di esser ricompresa – in via di interpretazione estensiva – nell’intero spettro delle ipotesi riconducibili all’astratta struttura dell’art. 32 cit..

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e n. 5), violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. d), e della L. regionale Veneto n. 24 del 1985, art. 4; violazione e falsa applicazione dell’art. 5 c.p.c.; omessa pronuncia in ordine ad un fatto decisivo per la controversia.

Deduce che la disposizione di cui al D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, ha espunto il termine “fedele costruzione” dalla norma precedente, sicchè l’intervento edilizio eseguito è appieno riconducibile a siffatta previsione normativa, destinata a ricever applicazione, contrariamente all’assunto della corte di merito, in dipendenza del principio dell’immediata applicabilità dello ius superveniens più favorevole.

Deduce che l’intervento edilizio eseguito è al contempo in toto riconducibile alla L. regionale Veneta n. 24 del 1985, art. 4, parimenti destinata a ricever applicazione in dipendenza del principio di immediata applicabilità dello ius superveniens più favorevole, applicabilità in ordine alla quale la corte veneziana ha omesso ogni pronuncia; che difatti l’art. 4 cit. subordina l’intervento di radicale ristrutturazione alla sussistenza di motivi di staticità inderogabile, motivi senz’altro sottesi segnatamente all’intervento di ristrutturazione edilizia del 1986 eseguito sulla scorta della concessione edilizia n. 6201/1986 “per motivi di staticità del preesistente annesso rustico” (così ricorso, pag. 21).

Con il terzo motivo il ricorrente denuncia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) e n. 5), violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 380 del 2001, art. 3, comma 1, lett. d), e della L. regionale Veneto n. 24 del 1985, art. 4; violazione e falsa applicazione dell’art. 5 c.p.c.; violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 c.c..

Deduce che non si è al cospetto di un unico intervento edilizio bensì di due distinti interventi, l’uno di demolizione e ricostruzione, l’altro di ampliamento in aderenza; che, “considerando solo il corpo di fabbrica ristrutturato nel 1986 lo stesso edificio risulta uguale per sagoma, volume e (…) destinazione d’uso a quello del 1973” (così ricorso, pag. 27); che, conseguentemente, l’intervento del 1986 era di ristrutturazione e non di nuova costruzione, sicchè nel 1986 non si era determinata l’interruzione della decorrenza del termine necessario ai fini dell’usucapione.

Il secondo ed il terzo motivo sono strettamente connessi.

Se ne giustifica pertanto la contestuale disamina.

Ambedue i motivi sono comunque destituiti di fondamento.

La corte di merito ha dato atto che il ricorrente ebbe nel 1986 a demolire l’originario manufatto in legno ed in lamiera ed a costruire in suo luogo “un edificio in muratura diverso per superficie, volume, sagoma, materiali e destinazione” (così sentenza d’appello, pag. 7).

Orbene il summenzionato accertamento “di fatto”, ancorato agli esiti della c.t.u., deve considerarsi in toto ineccepibile sul piano della correttezza giuridica ed assolutamente congruo ed esaustivo sul piano logico – formale.

In questi termini non può che condividersi il postulato affermato dalla corte distrettuale alla cui stregua nel 1986 B.E. ebbe a realizzare una “nuova” costruzione.

E si soggiunge, siccome puntualizza il controricorrente (cfr. memoria ex art. 378 c.p.c., del controricorrente, pag. 3), “nuova” costruzione anche alla stregua della disciplina sopravvenuta di cui al D.P.R. n. 380 del 2001 (ovvero al t.u. in materia di edilizia) (cfr. Consiglio di Stato 7.4.2015, n. 1763, secondo cui un intervento di demolizione e ricostruzione che non rispetti la sagoma dell’edificio preesistente (intesa quest’ultima come la conformazione planivolumetrica della costruzione e il suo perimetro considerato in senso verticale e orizzontale) configura un intervento di nuova costruzione e non di ristrutturazione edilizia; cfr. Cass. sez. un. (ord.) 19.10.2011, n. 21578).

In tal guisa la costruzione realizzata ex novo nel 1986 doveva necessariamente conformarsi alle distanze all’epoca vigenti nel territorio del comune di Scorzè (cfr. Cass. 20.8.2015, n. 17043, secondo cui la ristrutturazione edilizia mediante ricostruzione di un edificio preesistente venuto meno per evento naturale o per volontaria demolizione si attua, nel rispetto della L. n. 457 del 1978, art. 31, comma 1 lett. d), attraverso interventi che comportino modificazioni esclusivamente interne dell’edificio preesistente, senza aumenti di superficie o di volume, in presenza dei quali, invece, si configura una nuova costruzione, sottoposta alla disciplina in tema di distanze (vigente al momento della realizzazione dell’opera) e alla relativa tutela ripristinatoria, dovendosi escludere che i regolamenti locali possano incidere, anche solo indirettamente con la previsione di soglie massime di incremento edilizio, sulle nozioni normative di “ristrutturazione” e di “nuova costruzione” e sui rimedi esperibili nei rapporti tra privati).

In ogni caso, va senz’altro recepito l’ulteriore rilievo del controricorrente secondo cui “lo jus superveniens che consente il mantenimento del fabbricato realizzato in violazione delle distanze previste al momento della sua costruzione è quello riferito alla disciplina delle distanze stesse e non alla qualificazione della tipologia di intervento” (cfr. memoria ex art. 378 c.p.c., del controricorrente, pag. 4), sicchè, seppur l’intervento edilizio fosse qualificabile alla stregua della regolamentazione sopravvenuta come ristrutturazione, la disciplina applicabile in tema di distanze sarebbe propriamente quella correlata alla sua qualificazione al tempo della sua esecuzione.

Si rappresenta, d’altro canto, con riferimento alla L. Regionale Veneta n. 24 del 1985, che gli asseriti motivi di staticità inderogabile non sono stati oggetto di specifico accertamento.

E si rappresenta, da ultimo, con precipuo riferimento al terzo motivo, che la indubitabile “novità” del manufatto realizzato nel 1986 connota come assolutamente ineccepibile e congrua l’affermazione della corte territoriale secondo cui il termine ventennale della prescrizione acquisitiva ebbe a iniziare ex novo in quello stesso anno il suo decorso, di guisa che non era giunto a compimento in data 1.9.2003, allorchè Br.Um. ebbe a notificare l’atto introduttivo del primo grado del presente giudizio.

Evidentemente la deduzione del ricorrente a tenor della quale si è al cospetto di due distinti interventi, si traduce nella prospettazione di un’asserita migliore e più appagante “lettura” delle risultanze istruttorie e, dunque, involge gli aspetti del giudizio – interni al discrezionale ambito di valutazione degli elementi di prova e di apprezzamento dei fatti – afferenti al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di siffatto convincimento rilevanti nel segno dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5).

Il motivo di ricorso, pertanto, si risolve in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito e perciò in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, estranea alla natura ed alle finalità del giudizio di cassazione (cfr. Cass. 26.3.2010, n. 7394; Cass. sez. lav. 7.6.2005, n. 11789).

Il rigetto del ricorso giustifica la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. La liquidazione segue come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente, B.E., a rimborsare al controricorrente, Br.Um. , le spese del presente grado di legittimità, che si liquidano nel complesso in Euro 3.700,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali, i.v.a. e cassa come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della 2^ sez. civ. della Corte Suprema di Cassazione, il 10 maggio 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2016

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