Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15906 del 08/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 08/06/2021, (ud. 15/04/2021, dep. 08/06/2021), n.15906

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – rel. Consigliere –

Dott. CAPOZZI Raffaele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29097-2019 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE (C.F. (OMISSIS)), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

ENOPLASTIC SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIAN GIACOMO PORRO, 8, presso

lo studio dell’avvocato FALCITELLI FRANCESCO, rappresentata e difesa

dall’avvocato SALVATORE MATTIA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 780/5/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della LOMBARDIA, depositata il

21/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 15/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. DELLI

PRISCOLI LORENZO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

La Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso della parte contribuente avverso l’avviso di accertamento relativo ad IRES, IRAP ed IVA per l’anno d’imposta 2012, a seguito di una verifica estesa successivamente al 2011 e 2013, volta all’esame dei rapporti intercompany con società controllate collocate negli USA, Spagna e Nuova Zelanda al fine di verificare la corretta applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 110, comma 7, (T.U.I.R.) in attuazione di un’analisi di comparabilità;

La Commissione Tributaria Regionale della Lombardia respingeva l’appello dell’Agenzia delle entrate in quanto l’Autorità finanziaria, nel caso di specie, si è limitata ad avanzare contestazioni inerenti al prezzo pagato dalle controllate alla capogruppo per l’acquisto dei suoi prodotti senza fornire la prova dell’inferiorità di tale corrispettivo rispetto al valore normale di mercato;

Avverso la suddetta sentenza proponeva ricorso l’Agenzia delle entrate, affidato ad un unico motivo; la parte contribuente si costituiva con controricorso e in prossimità dell’udienza depositava memoria insistendo per il rigetto del ricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

con il motivo d’impugnazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma

1, n. 3, l’Agenzia delle entrate deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. per avere la sentenza impugnata erroneamente affermato che l’Ufficio avrebbe dovuto provare il valore normale di mercato delle transazioni dalle controllate alla capogruppo quando invece tale prova, in virtù del principio della vicinanza della prova, incombe sul contribuente.

Ritenuto che il motivo di impugnazione è infondato in quanto, secondo questa Corte:

in materia di “transfer pricing” l’Amministrazione

finanziaria ha l’onere di provare l’esistenza di transazioni economiche, tra imprese collegate, ad un prezzo apparentemente inferiore a quello normale, ma non anche quello di dimostrare la maggiore fiscalità nazionale o il concreto vantaggio fiscale conseguito dal contribuente, perchè la normativa di riferimento non è una disciplina antielusiva in senso proprio, mentre spetta al contribuente provare che la transazione è avvenuta in conformità ai valori di mercato normali (nella specie, la Cassazione, in applicazione del principio, ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto che il prezzo praticato non doveva considerarsi superiore al valore normale, in quanto, se fosse stato applicato il prezzo indicato dall’Amministrazione, vi sarebbe stata una notevole perdita di bilancio per la controllata) (Cass. nn. 9615 e 898 del 2019);

in tema di determinazione del reddito d’impresa, la normativa di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 76, comma 5, (ora art. 110, comma 7), non integra una disciplina antielusiva in senso proprio, ma è finalizzata alla repressione del fenomeno economico del “transfer pricing” (spostamento d’imponibile fiscale a seguito di operazioni tra società appartenenti al medesimo gruppo e soggette a normative nazionali differenti) in sè considerato, sicchè la prova gravante sull’Amministrazione finanziaria non riguarda la maggiore fiscalità nazionale o il concreto vantaggio fiscale conseguito dal contribuente, ma solo l’esistenza di transazioni, tra imprese collegate, ad un prezzo apparentemente inferiore a quello normale, incombendo, invece, sul contribuente, giusta le regole ordinarie di vicinanza della prova ex art. 2697 c.c. ed in materia di deduzioni fiscali, l’onere di dimostrare che tali transazioni siano intervenute per valori di mercato da considerarsi normali alla stregua di quanto specificamente previsto dal menzionato decreto, art. 9, comma 3, (Cass. n. 1232 del 2021; Cass. n. 5645 del 2020; Cass. n. 28335 del 2018; Cass. n. 18392 del 2015);

in tema di reddito d’impresa, il D.P.R. n. 917 del 1986, art. 110, comma 7, va inteso come attuativo del principio di libera concorrenza, esclusa ogni qualificazione dello stesso come norma antielusiva, sicchè la valutazione del valore normale delle operazioni poste in essere postula l’esame della loro sostanza economica, in una prospettiva di comparazione con analoghe operazioni effettuate tra imprese indipendenti e in libera concorrenza (Cass. n. 27018 del 2017).

Nella specie la Commissione Tributaria Regionale si è attenuta ai suddetti principi laddove ha affermato che l’Autorità finanziaria si è limitata ad avanzare contestazioni inerenti al prezzo pagato dalle controllate alla capogruppo per l’acquisto dei suoi prodotti senza fornire la prova dell’inferiorità di tale corrispettivo rispetto al valore normale di mercato. Infatti, solo a seguito di tale prova fornita dall’amministrazione finanziaria spetta al contribuente l’onere di provare che la transazione sia avvenuta in conformità ai normale valori di mercato. Peraltro non sarebbe ragionevole fare uso del principio della vicinanza della prova

ritenendo che esso nel caso di specie dovrebbe declinarsi nel senso che la prova spetterebbe alla parte contribuente perchè l’Amministrazione avrebbe una maggiore difficoltà a conoscere i prezzi di mercato (e non quelli praticati dall’impresa oggetto di accertamento) di determinati prodotti rispetto a quelle che potrebbe incontrare una impresa, dal momento che, anzi, in virtù dei maggiori poteri investigativi e di indagine di cui dispone l’amministrazione finanziaria e della possibilità di collaborare a livello internazionale mediante scambio di informazioni con le omologhe Autorità estere, l’Ufficio dispone certamente di una maggiore facilità di accesso alla prova rispetto ad un soggetto privato.

Ritenuto pertanto infondato l’unico motivo di impugnazione, il ricorso dell’Agenzia delle entrate va conseguentemente rigettato; le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 5.600, oltre a rimborso forfettario nella misura del 15% e ad accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 15 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2021

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