Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15905 del 24/07/2020

Cassazione civile sez. VI, 24/07/2020, (ud. 28/01/2020, dep. 24/07/2020), n.15905

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29554-2018 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE – RISCOSSIONE, 13756881002, in persona del

Procuratore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

GGIOVANNI PIERLUIGI DA PALESTRINA 19, presso lo studio dell’avvocato

FABIO FRANCESCO FRANCO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

Z.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE GIULIO

CESARE 59, presso lo studio dell’avvocato LINDA MARIA DI RICO, che

la rappresenta e difende;

– controricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, 80078750587, in

persona del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso la sede dell’AVVOCATURA

dell’Istituto medesimo, rappresentato e difeso dagli avvocati LELIO

MARITATO, ANTONINO SGROI, EMANUELE DE ROSE, CARLA D’ALOISIO,

GIUSEPPE MATANO, ESTER ADA VITA SCIPLINO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 416/2018 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 10/04/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 28/01/2020 dal Consigliere Relatore Don. ALFONSINA

DE FELICE.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

la Corte d’appello di Milano, in riforma della pronuncia del Tribunale stessa sede, ha affermato decorsa la prescrizione quinquennale dei crediti contributivi relativi a quattro cartelle esattoriali emesse nei confronti di Z.R., assumendo che tra la notifica delle stesse e la notifica dell’addebito impugnato fosse decorso un tempo superiore a cinque anni senza che l’Ente deputato alla riscossione avesse posto in essere gli opportuni atti interruttivi;

la Corte territoriale ha concluso per l’accoglimento dell’appello richiamandosi alle Sezioni Unite n. 23397 del 2016, che hanno risolto il contrasto giurisprudenziale in materia di durata della prescrizione nella materia controversa;

la cassazione della sentenza è domandata da Agenzia delle Entrate – Riscossione subentrata a Equitalia s.p.a. sulla base di un unico motivo;

Z.R. e l’Inps hanno resistito con tempestivo controricorso;

è stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

con l’unico motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, è dedotta “Violazione e falsa applicazione degli artt. 2946 c.c.: la sentenza contro cui si ricorre è viziata nella parte in cui non ha applicato il termine di prescrizione ordinario decennale ex art. 2946 c.c., trattandosi di crediti iscritti a ruolo ed oggetto di cartelle di pagamento non impugnate dal debitore”;

la ricorrente contesta il travisamento del fatto in cui sarebbe incorsa la Corte territoriale avendo trascurato di rilevare che, fin dal giudizio di primo grado, la parte aveva allegato copie di atti attestanti l’interruzione della prescrizione, che aveva puntualmente riprodotto in appello;

sostiene che nel caso in esame debba considerarsi applicabile la prescrizione ordinaria decennale;

il motivo è inammissibile per carenza di specificità, atteso che la ricorrente non ha trascritto e non ha prodotto l’atto introduttivo dell’appello da cui risulta che abbia impugnato la sentenza di primo grado per avere la stessa trascurato di valutare le allegazioni che avrebbero provato l’esistenza di atti interruttivi della prescrizione;

in conformità a quanto ripetutamente affermato da questa Corte, il ricorso per cassazione, in ragione del principio di specificità, deve contenere in sè tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi od atti attinenti al pregresso giudizio di merito (cfr. Cass. n. 27209 del 2017; Cass. n. 12362 del 2006);

il motivo è altresì inammissibile ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., poichè non aggiunge indicazioni utili per indurre a modificare il ragionamento della Corte territoriale, la quale ha dato corretta attuazione al principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 23397 del 2016, secondo il quale “La scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui al D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 24, comma 5, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche la cd. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale, secondo la L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 9 e 10) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 c.c.. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che, dall’1 gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto (D.L. n. 78 del 2010, art. 30, conv., con modif., dalla L n. 122 del 2010)”;

in definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile;

le spese, come liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza;

in considerazione dell’inammissibilità del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore dei controricorrenti, che liquida in Euro 200 per esborsi, Euro 2.500,00 per compensi professionali in favore di Z.R., ed Euro 2.500,00 in favore dell’Inps al medesimo titolo, oltre spese generali nella misura forfetaria del 15 per cento e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, all’Adunanza camerale, il 28 gennaio 2020.

Depositato in Cancelleria il 24 luglio 2020

 

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