Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15904 del 29/07/2016


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Cassazione civile sez. II, 29/07/2016, (ud. 07/04/2016, dep. 29/07/2016), n.15904

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. MANNA Felice – rel. Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 28962 – 2011 proposto da:

A.P. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BOEZIO

92, presso lo STUDIO PETRILLO, rappresentato e difeso dall’avvocato

CARMELO DAMIANO;

– ricorrente –

contro

A.F., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VALADIER 43,

presso lo studio dell’avvocato EGIDIO LIZZA, rappresentata e difesa

dall’avvocato ANTONIO PORTOGHESE;

– controricorrenti –

nonchè contro

A.A.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1442/2011 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 28/04/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/04/2016 dal Consigliere Dott. MANNA Felice;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CELESTE Alberto che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione del 2 maggio 1991 A. e A.F. convenivano in giudizio dinanzi al Tribunale di Benevento A.P., per sentire dichiarare che l’atto costitutivo di rendita vitalizia per Notaio Iannella del 30 gennaio 1978, con il quale A.C. aveva ceduto al suddetto A.P. un fondo rustico, simulava una donazione in loro danno, con condanna del convenuto a restituire i beni e le quote a loro spettanti. Chiedevano, inoltre, lo scioglimento della comunione ereditaria relativa ai beni di A.C..

Si costituiva A.P., il quale deduceva l’infondatezza della domanda attrice e, in via subordinata, chiedeva che di detto vitalizio si tenesse conto quale espressione della volontà di A.C. di assegnargli la quota disponibile.

Il Tribunale di Benevento, con sentenza non definitiva n. 758/07, dichiarava la nullità del contratto di rendita vitalizia.

Con atto del 2 luglio 2007 A.P. appellava la sentenza.

Il Tribunale di Benevento con ulteriore sentenza n. 1641/10 dichiarava esecutivo il progetto divisionale depositato dal Ctu ed eseguiva le operazioni di sorteggio delle quote di eredità di A.C..

La Corte di Appello di Napoli, decidendo sull’appello contro la sentenza non definitiva n. 758107, con sentenza n. 1442/11 dichiarava valido il contratto oggetto di causa, qualificandolo, in motivazione, come donazione modale.

A sostegno della decisione adottata la corte distrettuale evidenziava che il negozio era caratterizzato da un intento di liberalità; che la prestazione prevista rappresentava un modus; che non vi era stata alcuna simulazione, in quanto le parti avevano effettivamente voluto una donazione modale.

Avverso quest’ultima sentenza A.P. ha proposto ricorso per cassazione, articolandolo su due motivi, mentre A.F. ha resistito con controricorso e A.A. non ha svolto difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. – Con i due motivi di ricorso che, stante la loro stretta connessione, possono essere trattati congiuntamente, A.P. lamenta, innanzitutto, l’omessa o insufficiente motivazione su un punto decisivo del giudizio, con riferimento all’individuazione del nomen iuris dell’atto del 30 gennaio 1978, in quanto, nella specie, sussisteva un contratto di vitalizio improprio, e, in secondo luogo, la violazione delle norme in materia di rendita vitalizia di cui agli artt. 1872 ss. c.c..

Sostiene il ricorrente che la prestazione oggetto del contratto in questione non aveva solo il contenuto economico individuato dalla corte territoriale, ma era caratterizzata da una componente spirituale e dal rapporto fiduciario fra il de cuius, suo padre, ed il medesimo ricorrente che, come il genitore, era dedito al lavoro nei campi.

In particolare, secondo A.P.al momento della stipula del contratto de guo A.C. e D.A. non erano affetti da malattie che ne facessero prevedere con probabilità il prossimo decesso, tanto che il primo era morto dopo sette anni da tale data e la seconda dopo undici.

Peraltro, essi necessitavano di una assistenza che era stata loro prestata dal solo ricorrente e non dalle figlie, che pure avrebbero dovuto provvedervi.

In definitiva, tutte le prestazioni eseguite da A.P. rappresentavano il “corrispettivo dell’alienazione dell’immobile di cui al contratto Iannella 30.1.78 come consentito dall’art. 1872 c.c.”.

2. – I motivi sono infondati.

Per costante giurisprudenza, la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell’intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma solo la facoltà di controllare, dal punto di vista della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, le argomentazioni svolte dal giudice del merito, senza che si abbia una revisione del ragionamento decisorio.

La Corte di Cassazione non può, quindi, procedere ad un nuovo giudizio di merito, con autonoma valutazione delle risultanze degli atti, nè pone a fondamento della sua decisione un fatto probatorio diverso od ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice di merito (Cass., Sez. L, sentenza n. 6694 del 19 marzo 2009, Rv. 607400).

Ne consegue che, perchè si abbia un vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia, è necessario un rapporto di causalità fra la circostanza che si assume trascurata e la soluzione giuridica data alla controversia, tale da far ritenere che quella circostanza, se fosse stata considerata, avrebbe portato ad una diversa soluzione della vertenza, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità (Cass., Sez. L, sentenza n. 25608 del 14 novembre 2013, Rv. 628787).

Non ricorre, al contrario, un tale vizio quando, invece, vi sia semplicemente difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato attribuiti dal giudice agli elementi delibati (Cass., Sez. U, sentenza n. 24148 del 25 ottobre 2013, Rv. 627790).

La Corte territoriale ha chiarito, con una motivazione logica e completa che, perciò, non può essere sindacata nella presente sede, come il contratto in esame non fosse simulato, ma dovesse essere qualificato in via interpretativa come una donazione modale e non come un vitalizio assistenziale.

Al riguardo, si osserva che, per costante giurisprudenza, il contratto con il quale una parte, dietro corrispettivo della cessione di un immobile, si obbliga, anche per i propri eredi e aventi causa, a prestare all’altra, per tutta la durata della vita, una completa assistenza materiale e morale, provvedendo ad ogni sua esigenza, integra un negozio atipico qualificabile come vitalizio improprio o assistenziale.

Detto contratto è caratterizzato: dall’aleatorietà, che può essere accertata comparando le prestazioni dedotte sulla base di dati omogenei, secondo un giudizio di presumibile equivalenza o di palese sproporzione da impostarsi con riferimento alla data di conclusione del contratto ed al grado ed ai limiti di obiettiva incertezza, a detta epoca, della durata della vita e delle esigenze assistenziali del vitaliziato; dall’infungibilità di quanto pattuito, intesa come insostituibilità con una somma in denaro ed incoercibilità; dalla non patrimonialità, dovuta all’elemento di fiduciarietà che informa la scelta dell’obbligato e all’incertezza derivante dalla variabilità e discontinuità delle prestazioni in rapporto allo stato di bisogno del beneficiario (Cass. S.U. n. 6532/94 e Cass. n. 1503/98).

La differenza fra il contratto de quo ed una donazione va apprezzata, soprattutto, avendo riguardo all’elemento dell’aleatorietà, poichè il vitalizio assistenziale è caratterizzato dall’incertezza obiettiva iniziale in ordine alla durata di vita del beneficiario e dalla correlativa eguale incertezza del rapporto tra il valore complessivo delle prestazioni dovute dall’obbligato ed il valore del cespite patrimoniale ceduto in corrispettivo del vitalizio, potendosi, peraltro, ritenere presuntivamente sussistere lo spirito di liberalità, tipico della donazione, proprio tramite la verifica della originaria sproporzione tra le prestazioni (Cass. n. 7479/13, resa in un giudizio finalizzato ad accertare la simulazione di una donazione).

Nello specifico, la Corte d’appello ha ritenuto che il negozio in questione fosse ispirato “da un intento di liberalità” (peraltro, non negato dal ricorrente nel suo atto di impugnazione). Tale intento è stato desunto dalla corte territoriale, coerentemente con i principi stabiliti dalla giurisprudenza di legittimità, sulla base di una serie di elementi di fatto, quali l’età dei coniugi al momento della stipula del contratto, l’obbligo alimentare che, comunque, sarebbe gravato sul figlio per legge, e, soprattutto, la macroscopica differenza fra il minor valore della prestazione gravante sull’obbligato e quello, ben maggiore, dell’immobile trasferito.

La corte territoriale ha messo in evidenza che l’impegno assunto da A.P., “attesa la segnalata sproporzione del suo contenuto economico rispetto al valore del bene alienato”, non era sufficiente a imprimere al negozio carattere di onerosità, “essendo piuttosto qualificabile come modus”, con la conseguenza che, nella specie, doveva ritenersi che le parti avessero stipulato una donazione modale, da considerare valida perchè conclusa “dinanzi a un notaio e alla presenza di testimoni, quindi secondo la forma prescritta per le donazioni”.

A.P. non ha contestato in maniera dettagliata le considerazioni della Corte d’appello, ma ha domandato semplicemente una diversa lettura degli elementi di causa, preclusa in sede di legittimità.

Egli ha affermato, soprattutto, che aiutava il padre nei campi e che al momento della stipula del contratto de quo A.C. e D.A. non erano affetti da malattie che ne facessero prevedere con probabilità il prossimo decesso.

Inoltre, il ricorrente ha dedotto che le figlie di A.C.e D.A., pur essendo a ciò tenute, non avevano fornito alcuna assistenza.

Peraltro, si osserva che l’aiuto nei campi si spiega con il fatto che il terreno era stato ceduto al medesimo A.P., mentre il fatto che i genitori non avessero malattie particolarmente gravi, a prescindere dalla sua genericità, contrasta, in linea di principio, con l’asserita finalità assistenziale del contratto, non avendo essi veramente bisogno di ausilio.

La stessa circostanza che il solo ricorrente si occupasse dei genitori in luogo delle sorelle costituisce semplicemente adempimento dell’onere gravante, secondo la Corte di Appello di Napoli, sul ricorrente in seguito al trasferimento immobiliare.

Non vi sono, quindi, elementi per ritenere che la Corte territoriale sia incorsa nel denunciato malgoverno degli artt. 1872 e ss. c.c., o nel lamentato vizio d’omissione o insufficienza motivazionale.

3. – Il ricorso va dunque respinto.

4. – Conseguono le spese, liquidate come in dispositivo, a carico della parte ricorrente.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, che liquida in Euro 2.700,00, di cui 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

La presente sentenza è stata redatta sulla base della relazione predisposta dall’assistente di studio Dott. Dario Cavatimi.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della seconda sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, il 7 aprile 2016.

Depositato in Cancelleria il 29 luglio 2016

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