Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15888 del 08/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 08/06/2021, (ud. 14/04/2021, dep. 08/06/2021), n.15888

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ESPOSITO Francesco Antonio – Presidente –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

Dott. CAPRIOLI Maura – Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 32970-2019 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– ricorrente –

contro

SOCIETA’ ALBERGHI E TERME DI PORRETTA SRL IN LIQUIDAZIONE;

– intimata –

avverso la sentenza n. 615/14/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELL’EMILIA ROMAGNA depositata il 25/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 14/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. DELLI

PRISCOLI LORENZO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Rilevato che:

la Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso della parte contribuente avverso l’avviso di liquidazione relativo all’imposta di registro per l’anno 2012 relativamente ad una cessione d’azienda avente ad oggetto un complesso termale;

la Commissione Tributaria Regionale respingeva il ricorso dell’Agenzia delle entrate affermando che “correttamente i primi giudici hanno rilevato, con riguardo ai punti oggetto del rilievo accertativo, che il valore dei beni immobili di cui si tratta, come effettuato dall’UTE di Ferrara, trascura l’assorbente peculiarità della destinazione d’uso di detti beni. L’utilizzabilità degli stessi per finalità unicamente termali ne riduce consistentemente il valore commerciale in termini sia di ampiezza dell’ambito dei potenziali acquirenti sia in termini di appetibilità commerciale pura e semplice, la destinazione d’uso essendo legata alla conclamata crisi del settore termale. Parimenti l’affitto di azienda precedente il fallimento, di per sè mera remunerazione per l’utilizzo dei complessi aziendali per la durata del contratto, non denota l’esistenza di un avviamento commerciale; le rappresentate “fondate previsioni di perdite future” sono state poi confermate dalle vicende concorsuali successivamente intervenute”.

Avverso la suddetta sentenza proponeva ricorso l’Agenzia delle entrate, affidato a due motivi, mentre la parte contribuente non si costituiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Considerato che:

con il primo motivo d’impugnazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’Agenzia delle entrate lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2555 c.c. in quanto la sentenza impugnata, nel considerare l’affitto d’azienda come remunerativo dei soli beni aziendali, e nell’escludere l’avviamento nega il concetto stesso di azienda, in quanto l’avviamento è indissolubilmente legato all’azienda;

con il secondo motivo d’impugnazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, l’Agenzia delle entrate lamenta violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 43 in quanto non è pertinente il richiamo alla previsione di perdite future quale indice di insussistenza dell’avviamento, dal momento che l’imposta di registro è una imposta d’atto, per cui le successive modificazioni non possono aver rilievo nella determinazione dell’imposta.

Il primo motivo di impugnazione è fondato.

Occorre preliminarmente evidenziare, con riferimento al primo motivo, che la norma di cui si lamenta la violazione nel primo motivo di impugnazione non è l’art. 2055 c.c., come scritto nel ricorso per un evidente lapsus calami, ma l’art. 2555 c.c., che definisce che l’azienda e a cui fa riferimento questo motivo di doglianza.

Secondo il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51 (Valore dei beni e dei diritti):

1. Ai fini dei precedenti articoli si assume come valore dei beni o dei diritti, salvo il disposto dei commi successivi, quello dichiarato dalle parti nell’atto e, in mancanza o se superiore, il corrispettivo pattuito per l’intera durata del contratto.

2. Per gli atti che hanno per oggetto beni immobili o diritti reali immobiliari e per quelli che hanno per oggetto aziende o diritti reali su di esse, si intende per valore il valore venale in comune commercio.

3. Per gli atti che hanno per oggetto beni immobili o diritti reali immobiliari l’Ufficio del registro, ai fini dell’eventuale rettifica, controlla il valore di cui al comma 1 avendo riguardo ai trasferimenti a qualsiasi titolo e alle divisioni e perizie giudiziarie, anteriori di non oltre tre anni alla data dell’atto o a quella in cui se ne produce l’effetto traslativo o costitutivo, che abbiano avuto per oggetto gli stessi immobili o altri di analoghe caratteristiche e condizioni, ovvero al reddito netto di cui gli immobili sono suscettibili, capitalizzato al tasso mediamente applicato alla detta data e nella stessa località per gli investimenti immobiliari, nonchè ad ogni altro elemento di valutazione, anche sulla base di indicazioni eventualmente fornite dai comuni.

4. Per gli atti che hanno per oggetto aziende o diritti reali su di esse il valore di cui al comma 1 è controllato dall’Ufficio con riferimento al valore complessivo dei beni che compongono l’azienda, compreso l’avviamento ed esclusi i beni indicati nell’art. 7 della parte prima della tariffa e art. 11-bis della tabella, al netto delle passività risultanti dalle scritture contabili obbligatorie o da atti aventi data certa a norma del Codice civile, tranne quelle che l’alienante si sia espressamente impegnato ad estinguere e quelle relative ai beni di cui al citato art. 7 della parte prima della tariffa e art. 11-bis della tabella. L’Ufficio può tenere conto anche degli accertamenti compiuti ai fini di altre imposte e può procedere ad accessi, ispezioni e verifiche secondo le disposizioni relative all’imposta sul valore aggiunto.

Inoltre, secondo questa Corte:

i criteri per la determinazione del valore di avviamento di un’azienda, fissati dall’art. 2 del regolamento reso col D.P.R. n. 460 del 1996, per l’attuazione dell’accertamento con adesione di cui al D.L. n. 564 del 1994, conv. in L. n. 656 del 1994, hanno la funzione di fornire indicazioni minime cui l’Amministrazione finanziaria deve attenersi nella procedura transattiva che conduce ad un accertamento con adesione: se, infatti, è possibile che tale accertamento si realizzi per valori superiori a quelli indicati dall’art. 2 cit., è comunque ovvio che il contribuente vi aderisca quando esso si attesti su un importo inferiore a quello che potrebbe legittimamente emergere con autonomo accertamento ordinario e nel successivo contenzioso; pertanto, se ai detti criteri può attribuirsi un qualche rilievo indiziario, esso è nel senso che il valore effettivo non è inferiore a quello cui si perviene mediante la loro applicazione, con la conseguenza che l’Amministrazione non è tenuta a spiegare i motivi per cui ritiene incongrui nella specie i criteri in questione, ma deve solo fornire gli elementi indiziari sufficienti a giustificare il proprio assunto (fattispecie in cui la Cassazione ha ritenuto legittima la stima dell’avviamento compiuta dall’Ufficio utilizzando come parametro di base il canone di affitto: Cass. n. 12305 del 2020);

in tema di imposta di registro, ai fini della determinazione del valore dell’avviamento dell’azienda, i criteri di cui al D.P.R. n. 460 del 1996 possono essere utilizzati nonostante l’abrogazione di tale decreto da parte del D.Lgs. n. 218 del 1997, atteso che lo stesso non ha previsto un metodo alternativo di determinazione di tale valore, ferma la possibilità per il contribuente di dimostrare un valore inferiore dell’avviamento aziendale rispetto a quello accertato (Cass. n. 7750 del 2019);

In tema di cessione d’azienda, ai fini della determinazione della base imponibile dell’imposta di registro, nel valore dell’avviamento commerciale deve essere considerato anche il marchio in quanto esso, ove faccia parte del complesso dei beni organizzati per l’esercizio dell’impresa, comporta un incremento di valore dell’azienda (Cass. n. 1118 del 2019);

in tema di cessione d’azienda deve essere considerato nel valore della stessa, per la determinazione della base imponibile dell’imposta di registro, e calcolato secondo i parametri del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51, comma 4, l’avviamento commerciale, ossia la capacità di profitto dell’azienda trasferita (Cass. n. 25448 del 2018) l’imposta di registro è un’imposta d’atto (Cass. n. 4589 del 2018; Cass. n. 362 del 2019).

La Commissione Tributaria Regionale non si è attenuta ai suddetti principi nonchè al disposto del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 51, comma 4, che impongono, nel calcolare l’imposta di registro, di considerare l’avviamento nella valutazione di una azienda al momento della sua cessione, non potendosi escludere l’esistenza dello stesso in ragione della sola circostanza della crisi del settore termale.

Il secondo motivo di impugnazione è inammissibile, non costituendo il punto della sentenza impugnata secondo cui le fondate previsioni di perdite future sono state confermate dalle vicende concorsuali successivamente intervenute una autonoma ratio decidendi ma una affermazione meramente rafforzativa del concetto precedente secondo cui non esisterebbe un avviamento dell’azienda e secondo questa Corte è inammissibile, in sede di giudizio di legittimità, il motivo di ricorso che censuri un’argomentazione della sentenza impugnata svolta “ad abundantiam”, e pertanto non costituente una “ratio decidendi” della medesima. Infatti, un’affermazione siffatta, contenuta nella sentenza di appello, che non abbia spiegato alcuna influenza sul dispositivo della stessa, essendo improduttiva di effetti giuridici non può essere oggetto di ricorso per cassazione, per difetto di interesse (nella specie la Cassazione ha dichiarato inammissibile il motivo con il quale il ricorrente aveva censurato la decisione con la quale la Corte di appello aveva ritenuto assorbita la questione relativa alla natura di bene patrimoniale indisponibile dell’immobile oggetto della controversia, pur reputandola incidentalmente fondata: Cass. n. 87555 del 2018).

Pertanto, ritenuto fondato il primo motivo di impugnazione e inammissibile il secondo, il ricorso dell’Agenzia delle entrate va conseguentemente accolto e la sentenza impugnata va cassata con rinvio alla Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo di impugnazione e dichiara inammissibile il secondo, accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale dell’Emilia Romagna, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 14 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 8 giugno 2021

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