Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15869 del 26/06/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 26/06/2017, (ud. 07/03/2017, dep.26/06/2017),  n. 15869

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAMMONE Giovanni – Presidente –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. DORONZO Adriana – rel. Consigliere –

Dott. RIVERSO Roberto – Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16945-2011 proposto da:

M.V. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA CHIANA 87, presso lo studio dell’avvocato NUNZIATA MONELLO,

rappresentato e difeso dagli avvocati MAURIZIO LUMINOSO, GAETANO

ZUCCALA’, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

SERIT SICILIA S.P.A. quale Agente della Riscossione per le province

siciliane, già MONTEPASCHI SERIT S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, PIAZZA DI PONTELUNGO, 11/A, presso lo studio dell’avvocato

MARIA TARANTINO, rappresentata e difesa dall’avvocato GIOVANNI DI

SALVO, giusta delega in atti;

– controricorrente –

nonchè contro

I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE C.F. 80078750587

in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore,

in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. Società di

Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. (OMISSIS), elettivamente

domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA N. 29, presso l’Avvocatura

Centrale dell’Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati

ANTONINO SGROI, ENRICO MITTONI, LELIO MARITATO, D’ALOISIO CARLA,

giusta delega in calce alla copia notificata del ricorso;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza definitiva n. 364/2010 della CORTE D’APPELLO di

CATANIA, depositata il 18/06/2010 R.G.N. 254/2008;

avverso la sentenza definitiva n. 687/2010 della CORTE D’APPELLO di

CATANIA, depositata il 02/09/2010 R.G.N. 588/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/03/2017 dal Consigliere Dott. DORONZO ADRIANA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA MARCELLO che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato LELIO MARITATO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con due diverse sentenze, emesse in due distinti procedimenti (n. 254/2008 e n. 588/2007) e pubblicate, rispettivamente, il 18/6/2010 e il 2/9/2010, la Corte d’appello di Catania ha rigettato gli appelli proposti da M.V. contro le sentenze rese dal Tribunale di Siracusa, che avevano rigettato le opposizioni proposte dallo stesso M. contro le cartelle di pagamento notificate nell’interesse dell’INPS in data 13/3/2004 e 17/2/2005 ed aventi ad oggetto i contributi, quale coltivatore diretto, per gli anni 2001 e 2002 e 20022003, per gli importi, rispettivamente, di Euro 4484,18 e Euro 4547,97 (quest’ultima cartella riguardante anche i contributi spettanti per la moglie del M., quale coadiuvante).

La Corte ha ritenuto, per quanto qui ancora di interesse, che dagli accertamenti compiuti dall’Inps in sede ispettiva, da quelli compiuti dai vigili urbani del comune di Buscemi, e dagli altri elementi probatori acquisiti al giudizio (dichiarazioni del M., perizia agronomica redatta su incarico dell’Inps e documentazione relativa ai contributi AMIA goduti dall’opponente) era emersa la prova della qualità di coltivatore diretto dell’opponente e quindi della sussistenza del suo obbligo contributivo per i periodi indicati.

Contro entrambe la sentenza il M. propone un unico ricorso per cassazione fondato su cinque motivi. La Serit Sicilia S.p.A. si costituisce con controricorso, mentre l’INPS resiste con procura rilasciata in calce alla copia del ricorso notificato. La Riscossione Sicilia S.p.A., già Serit Sicilia S.p.A., deposita memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Preliminarmente si dà atto dell’ammissibilità del ricorso cumulativo alla luce dei precedenti di questa Corte (v. ord. 26/3/2015, n. 6063, che richiama Cass. Sez. Un. 16/2/2009, n. 3692 resa in materia tributaria), secondo cui, in aggiunta alle ragioni di economia processuale, è ammissibile l’impugnazione cumulativa nel caso di diversi procedimenti che non solo attengono al medesimo rapporto giuridico, ma soprattutto nel caso in cui quei procedimenti dipendano dalla soluzione, che è uguale in tutte le sentenze, di una identica questione di diritto comune a tutte le cause e in ipotesi suscettibile di dare vita ad un giudicato rilevabile d’ufficio. Nel caso in esame, non è dubbio che entrambe le cartelle opposte, e sulle quali sono intervenute le sentenze oggi impugnate, impongono la soluzione di un’unica questione, che è quella della qualità di coltivatore diretto dell’odierno ricorrente, da questo contestata in quanto assume di essere un bracciante agricolo.

Sempre via preliminare, deve rigettarsi l’eccezione di carenza di legittimazione passiva sollevata dalla Serit Sicilia s.p.a., poi ripresa nelle memorie ex art. 378 c.p.c., dovendosi al riguardo rilevare che, come emerge dalla sentenza resa nel procedimento civile n. 588/2007, il giudizio di opposizione alla cartella esattoriale ha riguardato anche la regolarità formale della cartella, sicchè correttamente è stata evocata in giudizio la società incaricata della riscossione alla quale, altrettanto correttamente, è stato notificato il ricorso per cassazione al fine di assicurare il litisconsorzio processuale.

1. Con il primo motivo, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione della L. 9 gennaio 1963, n. 9, art. 3, comma 1, e D.L. 3 febbraio 1970, n. 7, art. 7, comma 3, convertito con modificazioni nella L. 11 marzo 1970, n. 83. Assume che, nel qualificarlo coltivatore diretto, il giudice di merito non ha tenuto conto dei requisiti che devono essere tassativamente e congiuntamente previsti ai fini della qualificazione: in particolare contesta il requisito del fabbisogno lavorativo minimo del fondo, che la Corte ha desunto tenendo conto delle determinazioni adottate dalle apposite commissioni provinciali, laddove avrebbe dovuto verificare che, in concreto, il suo fondo richiedeva una prestazione effettiva di manodopera inferiore alle 104 giornate annue.

2. Il secondo motivo prospetta la medesima questione sotto il profilo del difetto di motivazione.

3. Con il terzo motivo la parte censura la sentenza per la violazione degli artt. 112 e 113 c.p.c., nonchè degli artt. 1362 ss. e 2697 c.c.. Si duole del fatto che, essendo comproprietario nella misura del 50% dei fondi, il fabbisogno di manodopera per lo svolgimento dell’attività agricola avrebbe dovuto essere calcolato sulla sua quota di proprietà, e non già sull’intero fondo, in mancanza di atti e comunque di elementi di prova, che avrebbe dovuto essere fornita dall’Inps, da cui desumere il conferimento da parte del comproprietario della sua quota di proprietà.

4. Il quarto motivo prospetta la medesima questione sotto il profilo della omessa e insufficiente motivazione.

5. Il quinto motivo ha ad oggetto la denunciata violazione e falsa applicazione degli artt. 420 e 421 c.p.c., nonchè l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione. La parte si duole della mancata ammissione della consulenza tecnica d’ufficio, più volte sollecitata, e della prova testimoniale diretta ad accertare la sussistenza o meno dei requisiti ettaro – colturali previsti per l’iscrizione negli elenchi dei coltivatori diretti; per converso, si duole del rilievo dato alla consulenza tecnica di parte dell’Inps.

6. I motivi, che si affrontano congiuntamente per la connessione che li avvince, sono infondati, oltre a presentare profili di inammissibilità.

6.1. In entrambe le sentenze la Corte catanese ha indicato le ragioni per le quali ha ritenuto di attribuire all’odierno ricorrente la qualità di coltivatore diretto, richiamando puntualmente le norme di riferimento, nell’interpretazione datane da questa Corte. In particolare, ha richiamato Cass. 9/6/2003, n. 9208 (sulla scia di Cass. Sez. Un., 1/9/1999, n. 616), secondo cui, ai fini dell’applicabilità dell’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, la qualità di coltivatore diretto – rispetto alla quale manca nell’ordinamento una nozione generale applicabile ad ogni fine di legge – deve essere desunta dal combinato disposto della L. n. 1047 del 1957, art. 2, L. n. 9 del 1963, artt. 2 e 3.

Secondo tali disposizioni, per il riconoscimento della qualità di coltivatore diretto, è necessario e sufficiente il concorso dei seguenti requisiti: a) diretta, abituale e manuale coltivazione dei fondi, o diretto e abituale governo del bestiame, sussistenti allorchè l’interessato si dedichi in modo esclusivo a tali attività, o anche in modo soltanto prevalente, cioè tale che le attività stesse lo impegnino per la maggior parte dell’anno e costituiscano per lui la maggior fonte di reddito; b) prestazione lavorativa del nucleo familiare non inferiore ad un terzo di quella occorrente per le normali necessità delle coltivazioni del fondo e per l’allevamento e il governo del bestiame, nonchè fabbisogno di manodopera per lo svolgimento delle suddette attività non inferiore a centoquattro giornate lavorative annue.

Non è pertanto richiesto il carattere imprenditoriale dell’attività, con la destinazione, anche parziale, dei prodotti del fondo al mercato, essendo invece sufficiente che tali prodotti siano destinati direttamente al sostentamento del coltivatore e della sua famiglia, nè è prescritto che il coltivatore abbia personalmente prestato centoquattro giornate lavorative annue, riferendosi tale limite al fabbisogno del fondo e non all’attività del singolo (Cass. Sez. Un., n. 616/1999, cit.).

Si afferma infatti che la qualità di coltivatore diretto viene ricollegata al diverso presupposto che l’interessato si dedichi in modo esclusivo a tali attività o anche in modo soltanto prevalente, cioè in modo che le attività stesse lo impegnino per il maggior periodo dell’anno e costituiscano per lui la maggior fonte di reddito. Non è perciò sufficiente stabilire che il lavoratore abbia in concreto prestato, per la coltivazione di un fondo che richiede non meno di 104 giornate lavorative annue, un numero di giornate inferiore a tale limite, essendo la differenza coperta da altri familiari, ma si deve stabilire se l’interessato vi si dedichi in modo quanto meno prevalente, traendone la maggior parte di reddito (Cass. n. 9208/2003, cit.), e a prescindere dal titolo per il quale egli è nel godimento del fondo (comodato, affitto, comproprietà, ecc.: cfr., Cass. 20/1/2006, n. 1107).

6.2. In punto di fatto, la Corte territoriale ha ritenuto che: a) il M. è comproprietario con la moglie di un fondo esteso circa tredici ettari, coltivato a pascolo; b) su tale fondo insistono quattro fabbricati rurali tra cui una stalla; c) il ricorrente si occupa personalmente della mungitura delle vacche e della conduzione del fondo, coadiuvato dalla moglie per l’intero anno, senza ricorso alla manodopera di terzi; d) dalla tabella ettaro-culturale approvata dalla commissione provinciale manodopera agricola il 22/4/1997, considerato il numero di capi di bestiame posseduti e il tipo di allevamento allo stato brado, il fabbisogno lavorativo necessario per l’allevamento del bestiame di proprietà del ricorrente è di almeno centocinquanta giornate annue.

6.3. Accanto a tali elementi, la Corte ha posto in rilievo come lo svolgimento di attività del M. come bracciante agricolo non poteva ritenersi prevalente rispetto all’attività di allevamento del bestiame, essendo rimasto provato che la prima non superava le cinquantuno giornate nell’anno, compatibili con la prevalenza della seconda; che pertanto il ricorrente traeva dalla sua attività di allevatore la maggior parte del suo reddito; che il ruolo del coniuge era di coadiuvante, occupandosi la moglie del confezionamento dei prodotti lattiero caseari, come dichiarato dalla stessa ai verbalizzanti; che in ragione di tanto era infondata la sua pretesa di dividere in ragione della sua quota di comproprietà il numero di giornate necessario per la conduzione del fondo, dovendosi aver riguardo alla natura abituale e prevalente dell’attività diretta alla conduzione del fondo e/o all’allevamento del bestiame, tale da essere idonea ad assorbire la capacità lavorativa sua e della sua famiglia.

6.4. A fronte di questa motivazione, che è rispettosa del dato normativo e suffragata dai riscontri documentali e istruttori puntualmente indicati, non si ravvisa alcuna violazione di legge, così come non sono apprezzabili vizi motivazionali.

6.5. Con riguardo al motivo con cui la parte si duole della mancata ammissione delle prove testimoniali richieste, esso è palesemente inammissibile perchè la parte non trascrive i capitoli di prova che non sarebbero stati ammessi, onere che si profila necessario a fronte del giudizio di inammissibilità espresso dalla Corte territoriale in entrambe le sentenze. Con riguardo,poi, alla consulenza tecnica d’ufficio, è sufficiente ricordare che l’esperimento di una consulenza tecnica d’ufficio è rimesso alla discrezionalità del giudice del merito ed il suo mancato esercizio non può costituire oggetto di ricorso per cassazione, ove peraltro si consideri la compiutezza della motivazione adottata.

7. Il ricorso deve pertanto essere rigettato e il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese sostenute dalla controricorrente, da distrarsi in favore del difensore anticipatario, avvocato Giovanni Di Salvo, giusta dichiarazione resa nella memoria ex art. 378 c.p.c., nonchè (limitatamente all’attività difensiva espletata) dall’Inps.

PQM

 

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate, in favore della Serit Sicilia s.p.a., in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, da distrarsi in favore dell’avvocato Di Salvo G., anticipatario, e in Euro 1.800,00, di cui Euro 200,00 per esborsi in favore dell’Inps, oltre al 15% di rimborso per spese generali e altri accessori di legge per entrambi.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 7 marzo 2017.

Depositato in Cancelleria il 26 giugno 2017

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