Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15844 del 26/06/2017


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Cassazione civile, sez. II, 26/06/2017, (ud. 12/04/2017, dep.26/06/2017),  n. 15844

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MIGLIUCCI Emilio – Presidente –

Dott. BIANCHINI Bruno – rel. Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. SABATO Raffaele – Consigliere –

Dott. BESSO MARCHEIS Chiara – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso (iscritto al n.r.g. 27230/13) proposto da:

C.G., (c.f.: (OMISSIS)) rappresentato e difeso, per

procura speciale a margine del ricorso, dall’avv. Massimo Filippo

Marzi; con domicilio eletto presso lo studio del medesimo in Roma,

via Giuseppe Ferrari n. 35;

– ricorrente –

contro

L.F.A., (c.f.: (OMISSIS)) rappresentato e difeso, in forza

di procura a margine del controricorso, dagli avv.ti Pietro e Carlo

Carrozza; con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Giorgia

Minozzi in Roma, via Giulianello n. 26;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 646/2012 della Corte di Appello di Messina del

23 ottobre – 7 novembre 2012, non notificata;

udita la relazione di causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12 aprile 2017 dal consigliere Dott. Bruno

Bianchini.

Fatto

FATTI DI CAUSA

C.G. evocò in giudizio il confinante L.F.A. agendo in negatoria servitutis al fine di far cessare il transito del convenuto a ridosso della propria casa di abitazione, su terreno che riteneva pertinenza della stessa; nell’opposizione del L.F., che contestò il diritto dominicale di controparte sulla porzione di terreno in questione, il giudice ordinario aggregato presso il Tribunale di Messina accolse la domanda e, in parte, anche la riconvenzionale avversaria, condannando il primo a demolire un ripostiglio posto su terreno del convenuto.

La Corte di Appello di Messina, decidendo sui contrapposti gravami delle parti, ritenne che il C. non avesse fornito la dimostrazione di esser proprietario del terreno circostante la propria abitazione ove si esercitava il passaggio, rigettandone dunque la domanda di negatoria servitutis; accolse invece il gravame del L.F. diretto a vedersi riconoscere il risarcimento del danno per illegittima occupazione del proprio terreno, liquidando all’uopo la somma di Euro mille. Rigettò infine l’appello incidentale del C., diretto a far accertare il suo diritto dominicale sulla porzione di terreno ove aveva costruito il manufatto, oggetto dell’ordine di demolizione, ritenendo altresì inammissibile, in quanto nuova, la domanda di accessione invertita in ordine al medesimo.

Per la cassazione di tale decisione ha proposto ricorso il C., facendo valere quattro motivi; il L.F. ha risposto con controricorso; entrambe le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1 – Con il primo motivo vengono denunciate la violazione e la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. in cui la Corte del merito sarebbe incorsa nel ritenere che le emergenze istruttorie conducessero a negare in capo al ricorrente la proprietà del terreno circostante la casa di abitazione: sostiene in particolare il ricorrente che il giudice dell’appello, nella valutazione dell’onere probatorio, avrebbe pretermesso l’esame delle prove precostituite (vale a dire gli atti di provenienza) e di quelle fornite dal consulente tecnico di ufficio.

1.1 – Il motivo è inammissibile per non coerenza tra la norma richiamata – che presuppone che il giudice dell’appello abbia posto a carico della parte un onere dimostrativo che non le sarebbe spettato – e lo svolgimento argomentativo del mezzo, con il quale invece ci si lamenta della non condivisibile interpretazione dei titoli di provenienza remoti (in cui non figurava il terreno tra i cespiti trasferiti): tale rilievo però, urta contro la constatazione che nella propria opera di valutazione del materiale istruttorio il giudice di merito non è suscettibile di sindacato, a condizione che delle proprie scelte (sia interpretative di atti espressamente presi in esame, sia attinenti alla scelta delle emergenze da scrutinare) abbia dato adeguata spiegazione, come ampiamente dimostrato ai foll 5 e 6 della gravata decisione.

2. Con il connesso secondo motivo si assume che la Corte territoriale avrebbe omesso l’esame di un fatto decisivo per il giudizio, oggetto di discussione tra le parti, costituito dalle conclusioni alle quali sarebbero pervenuti sia il consulente tecnico di ufficio sia quello di parte, nel ritenere che nel mappale identificativo della proprietà del ricorrente sarebbe stato ricompreso sia il corpo di fabbrica vero e proprio sia le annesse corti: il motivo è inammissibile sia per quanto sopra osservato sia perchè, omettendo l’esposizione del contenuto dei due elaborati, il ricorrente ha violato il principio di specificità del ricorso, privando la Corte dell’indispensabile termine di raffronto per il novellato scrutinio che sollecitava.

3. Con il terzo motivo vengono denunciate la violazione e la falsa applicazione degli artt. 1051 e 1052 c.c. lamentando, parte ricorrente, che non vi sarebbero stati i presupposti per la costituzione di un passaggio coattivo sul proprio cortile nè della usucapione della relativa servitù (un fugace accenno a tale secondo rilievo è contenuto nel fol 12 del ricorso): il mezzo è inammissibile perchè nei precedenti gradi di giudizio di merito non si è minimamente discusso sulla qualificazione del titolo che avrebbe abilitato il L.F. a passare sul terreno del C., essendosi, più in radice, affermato che l’iter della servitù non interessava la proprietà dell’originario attore.

4 – Con il quarto motivo vengono denunciate la violazione e la falsa applicazione dell’art. 938 c.c. e dell’art. 832 c.c. “e segg.” in cui sarebbe incorsa la Corte distrettuale nel rigettare l’appello incidentale dell’attuale ricorrente, diretto ad ottenere la riforma della sentenza di primo grado nel capo in cui aveva accolto la riconvenzionale del L.F., affermandone la proprietà esclusiva della porzione di terreno ove l’originario attore aveva costruito un ripostiglio, poi fatto rimuovere: il ricorrente si duole che a tali valutazione la Corte messinese sia pervenuta sulla base della consulenza di ufficio, la stessa le cui conclusioni, laddove favorevoli al C. in merito alla negatoria servitutis, erano state immotivatamente disattese.

4.1 – Vanno richiamate, per identità di ratio applicativa, le considerazioni più sopra esposte in merito alla non sindacabilità per violazione di legge dell’interpretazione dei titoli di provenienza del contestato diritto dominicale.

4.2. – Le medesime censure vengono poste a contestazione del rigetto della domanda di acquisto originario del manufatto, sostenuta in alternativa alla costruzione dello stesso su suolo proprio, in applicazione della fattispecie disciplinata dall’art. 928 c.c. (c.d. accessione invertita).

4.2.1. Il profilo dianzi esposto è inammissibile sia perchè non viene riportato il momento processuale in cui la domanda riconvenzionale venne proposta in primo grado nè se la stessa, pur se proposta, fosse stata confermata in sede di precisazione delle conclusioni, così violandosi il principio della specificità del ricorso; sia anche perchè la valutazione se la fattispecie fosse da ricondurre a quella disciplinata dall’art. 938 c.c., implicherebbe accertamenti di fatto (attinenti alla relazione tra fabbricato principale, costruito su fondo proprio, e manufatto costruito su fondo altrui:

vedi Cass. Sez. 2, 12 febbraio 1998 n. 1504; Cass. Sez. 2 4 marzo 2003 n. 3189) non consentiti in sede di legittimità.

5. Al rigetto del ricorso consegue, seguendo le regole della soccombenza, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese di lite, secondo la liquidazione descritta nel dispositivo.

5.1 Dal momento che il ricorso è stato notificato il 27 novembre 2013, e dunque in epoca posteriore al trentesimo giorno successivo all’entrata in vigore del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, che ha introdotto il comma 1 quater nel D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 sussistono i presupposti per condannare il ricorrente al versamento di un’ulteriore somma, pari all’importo del contributo unificato.

PQM

 

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidandole in Euro 2.500 (duemilacinquecento) per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200 (duecento), ed agli accessori di legge.

Pone a carico del ricorrente l’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il proposto ricorso, a norma del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione seconda della Corte di Cassazione, il 12 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 26 giugno 2017

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