Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15834 del 07/06/2021

Cassazione civile sez. VI, 07/06/2021, (ud. 19/01/2021, dep. 07/06/2021), n.15834

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – rel. Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 16913-2020 proposto da:

H.A., elettivamente domiciliato presso l’Avvocato ROSARIA

TASSINARI che lo rappres. e difende, con procura speciale in calce

al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro p.t.;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di BOLOGNA, depositato il

06/05/2020;

udita la relazione della causa svolta nelle Camere di Consiglio non

partecipate del 19/01 e 16/03/2021 dal Consigliere relatore, Dott.

CAIAZZO ROSARIO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Con ricorso del 20.6.18, H.A., cittadino bengalese, propose opposizione avverso il provvedimento della Commissione territoriale con cui gli era stato negato il riconoscimento dello status di rifugiato e delle protezioni sussidiaria ed umanitaria. Al riguardo, l’istante aveva dichiarato, innanzi alla Commissione, di aver lasciato il paese d’origine a causa delle difficili condizioni economiche in cui versava la sua famiglia, della quale era responsabile in termini di sostegno economico, per giungere in Italia, dopo aver lavorato in Libia per circa 11 mesi, manifestando il timore di non riuscire a sostenere il fabbisogno della famiglia e a restituire il debito contratto con la banca per le spese del viaggio. La Commissione ritenne credibile quanto narrato circa i motivi della partenza, che però erano riconducibili a questioni di natura economica e familiare, escludendo ogni rischio in caso di suo rimpatrio.

Con decreto emesso il 6.5.2020, il Tribunale di Bologna, dopo aver sentito il ricorrente, ha respinto il ricorso, osservando che: le dichiarazioni dell’istante non erano credibili, non avendo quest’ultimo compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda, avendo reso dichiarazioni generiche, prive di elementi di dettaglio idonei a contestualizzare i fatti narrati, specie in relazione al citato prestito contratto con la banca e alle relative clausole; solo innanzi al Tribunale il ricorrente aveva fatto riferimento alla denuncia della banca per la mancata restituzione delle somme prestate, fatto taciuto innanzi alla Commissione, mentre si era contraddetto sui tempi dell’emissione di un assegno, risultato scoperto; i documenti prodotti erano comunque in copia; era dunque da escludere la protezione internazionale e quella sussidiaria, D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 14, lett. a) e b); non sussistevano altresì i presupposti della fattispecie di cui alla lett. c) della suddetta norma, poiché dall’esame di vari report aggiornati non s’evinceva una situazione di violenza indiscriminata derivante da conflitto armato in Bangladesh; non era riconoscibile la protezione umanitaria, non essendo ravvisabile alcuna seria e grave vulnerabilità del ricorrente, mentre l’uso della lingua italiana e lo svolgimento di attività lavorativa per il breve periodo da luglio a settembre 2018 non erano indici sufficienti d’integrazione sociale.

H.A. ricorre in cassazione con quattro motivi.

Non si è costituito il Ministero.

Diritto

RITENUTO

che:

Il primo motivo denunzia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 43 del 2017, artt. 1 e 2, e dell’art. 276 c.p.c., in quanto la causa era stata discussa innanzi al got, il quale non aveva però composto il collegio che l’ha decisa.

Il secondo motivo denunzia la violazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 5, per non aver il Tribunale applicato il principio dell’onere della prova attenuato e per non aver valutato la credibilità del ricorrente secondo i parametri di legge, nonché per difetto di motivazione, avendo il giudice travisato i fatti ed omesso l’esame di fatti decisivi, nel ritenere irrilevante la minaccia proveniente da un agente privato.

Il terzo motivo denunzia la violazione del D.Lgs. n. 251, art. 14, lett. c), per non aver il Tribunale riconosciuto la sussistenza di una minaccia grave alla vita dell’istante derivante da violenza indiscriminata nel paese di provenienza, peraltro utilizzando fonti informative non aggiornate, risalenti ad oltre un anno prima, mentre erano da esaminare i report di Amnesty International in quanto aggiornati, dai quali era dato evincere che nel paese d’origine dell’istante sussisteva una situazione molto critica, caratterizzata da violenze e limitazioni delle libertà fondamentali.

Il quarto motivo denunzia violazione del D.Lgs. n. 286 del 1988, art. 5, per non aver il Tribunale esaminato compiutamente la ricorrenza dei presupposti della protezione umanitaria, sia in ordine alla situazione d’instabilità generale esistente in Bangladesh, sia tenuto conto dell’attività lavorativa svolta dal ricorrente.

Il primo motivo è infondato in applicazione dell’orientamento espresso di recente dalle SU, con la pronuncia n. 45425/21, secondo la quale, in materia di protezione internazionale, non è affetto da nullità il procedimento nel cui ambito il giudice onorario di Tribunale abbia proceduto all’audizione del richiedente, rimettendo poi la causa per la decisione al collegio della sezione specializzata in materia di immigrazione, poiché il D.Lgs. n. 116 del 2017, art. 10, recante la riforma organica della magistratura onoraria, consente ai giudici professionali di delegare, anche nei procedimenti collegiali, compiti e attività ai giudici onorari, compresa l’assunzione di testimoni, mentre il medesimo D.Lgs., art. 11, esclude l’assegnazione dei fascicoli ai giudici onorari solo per specifiche tipologie di giudizi, tra i quali non rientrano quelli di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis.

il secondo motivo è inammissibile in quanto la Corte territoriale ha ritenuto inattendibile il racconto del ricorrente con motivazione incensurabile in questa sede, con la conseguente inapplicabilità della norma sull’onere della cooperazione istruttoria, in ordine all’insussistenza delle fattispecie di protezione sussidiaria, D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 14, lett. a) e b); né sussiste l’omesso esame di fatti decisivi, avendo il Tribunale escluso il pericolo di danno grave per l’incolumità del ricorrente in caso di rimpatrio.

Il terzo motivo è inammissibile, in ordine alla protezione sussidiaria, D.Lgs. n. 251 del 2007 ex art. 14, lett. c), poiché diretto al riesame dei fatti inerenti alla situazione di violenza generalizzata derivante da conflitto armato, che la Corte di merito ha escluso, consultando vari report, aggiornati al 2019; al riguardo, il ricorrente lamenta erroneamente che i report esaminati dalla Corte territoriale non sarebbero invece aggiornati, citandone uno di Amnesty International senza indicarne la data.

Il quarto motivo è parimenti inammissibile, in ordine al riconoscimento della protezione umanitaria, avendo la Corte territoriale esclusa l’integrazione sociale dell’istante con argomenti non censurabili in questa sede, mentre non coglie nel segno il riferimento alla situazione generale del Bangladesh in mancanza di correlazione diretta con la condizione individuale del ricorrente.

Nulla per le spese, poiché il Ministero non si è costituito.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, a carico del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 16 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 7 giugno 2021

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